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sabato, dicembre 14, 2013

Federalismo Americano

  Tra storia e attualità

Un grazie sentito a Constance Grayson la mia amica e vicina di casa avvocato a Nicholasville, Kentucky. Quando otto anni fa la contattai: "Mi hanno commissioanto tre pezzi sul Federalismo Americano. Mi spieghi come funziona?" si fece in quattro per chiarirmi che cosa volesse dire. Abbiamo vinto la battaglia tra tazze di tè fumanti, appunti a non finire.

Il federalismo è un’“entità politica” in continuo divenire. 

Definire il federalismo americano non è semplice perché è  dinamico,  in evoluzione quindi è pressoché impossibile descrivere che cosa rappresenti nell’oggi. 

Il mondo è in continuo mutamento e c’è la necessità di prendersi cura degli Stati Uniti. 

E’ difficile determinare quando questo cambi e quando il cambiamento c’è stato ed è visibile alla popolazione, è storia. 

I  cambiamenti avvengono in piccole dosi nel grande “Sistema America”. 

All’inizio c’erano solo un pugno di Stati, che si erano formati  dai primi gruppi di coloni. Il loro sistema politico era alquanto grezzo.

C’era un governo nazionale debole, mentre gli Stati singoli detenevano molto potere, mancando di coordinamento. Così, i giuristi presero in esame uno Stato detto unitario. 

Questo prevedeva un governo nazionale forte e tanti Stati deboli.  Esperimento  che non passò. 

Restava da provare l’incognita federale. Il sistema federale prevedeva la costituzione di uno Stato centrale forte in certi ambiti, con tanti Stati forti, autonomi. Il modello passò ed è diventato il fiore all’occhiello di questa potenza economica.  

In dettaglio, la struttura federale americana è rappresentata da un governo nazionale forte, ma solo in certi ambiti.  

Poi ci sono  cinquanta Stati forti e ben rappresentati.  

A livello nazionale c’è un Presidente, con forti poteri esecutivi, che resta  in carica quattro anni e può essere rieletto  una volta sola. 

 Il Congresso, che consta di 535 membri, 100 per il Senato ( due per ciascun Stato) e 435 per  la Camera dei Rappresentanti (variano a seconda della popolazione dei 50 Stati), ha potere legislativo. 

Infine, c’è la Corte Suprema, che, di questi organi, senza dubbio, è quello più potente di tutti. Nove  membri in tutto,  una volta insediati, questi giudici lavorano a vita. Sono eletti dal Presidente degli Stati Uniti, ma l’approvazione deve poi passare per il Congresso che può apporre il suo veto. 

La forza degli Stati Uniti sta nel “check and balance”, ovvero nella forma di controllo che esiste  all’interno dei tre organi di potere. 

Questi possono essere, infatti, attraversati da impeachment o da veti.  

Vediamo come funziona il check and balance  più da vicino, con un esempio eccellente: la Corte Suprema. Il 22 gennaio del 1973 la Corte Suprema degli Stati Uniti risolve  in modo rivoluzionario la controversia Roe vs. Wade. Questa sentenza pone  fine ad un problema etico: la pratica dell’aborto entra in vigore in tutti e cinquanta gli stati americani. 

Vediamo che cosa poteva accadere qualora gli organi fossero entrati in conflitto. Il Congresso poteva passare un atto legislativo che impugnava, di fatto, la sentenza Roe.  La Corte Suprema a sua volta, e con un secondo caso sotto mano simile al primo, poteva decidere che il Congresso non aveva autorità per annullare il secondo caso e poteva così rendere legge la sentenza in maniera inappellabile.

Questo controllo sui vari poteri garantisce estrema stabilità allo Stato e la corretta funzionalità dei vari organi istituzionali.  Uno Stato americano ha simili forme di governo. 

Analizziamo ora l’elezione di un sindaco americano e la struttura politica di una città americana. 

 Il sindaco è eletto ogni quattro anni, ma l’elezione è diversa da città a città e da Stato e Stato. C’è solo un giorno di voto, in genere il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Può esserci l’early voting, servizio offerto dal palazzo di giustizia.  I luoghi di voto sono stabiliti presso ciascun quartiere. Gli edifici  scelti sono scuole, dipartimenti dei vigili del fuoco. In alcuni Stati vige il voto scritto con la matita, in altri Stati  sta passando il voto elettronico. 

In merito a questa questione c’è gran controversia, perché lo stato centrale non vuole occuparsi con troppo slancio dell’ammodernamento dei sistemi di voto, ma al tempo stesso i nuovi meccanismi sono molto costosi e per i singoli Stati sono una forte materia di spesa qualora si vorranno adottare.  Questo è un problema federale tutt’altro che risolto.

I candidati in lizza per la carica di sindaco sono in genere due ma possono salire fino a quattro. Ci sono vari gradini che portano all’elezione. Le primarie determinano nel mese di maggio i due candidati a sindaco, per l’elezione di novembre. L’elezione di novembre è chiamata elezione generale. Gli schieramenti politici possono essere i più disparati. 

A parte il candidato repubblicano e  quello democratico,  possono esserci in corsa  indipendenti o socialisti. In certi casi gli indipendenti hanno avuto un successo enorme, come a New York City, dove per molti anni i cittadini hanno preferito John Lindsey ad altri candidati  schierati. 

I costi della corsa per diventare sindaco variano da città a città. Un aspirante sindaco di New York City dovrà sborsare un bel po’ di quattrini per la campagna elettorale, ma in una città media degli Stati Uniti, possono “bastare” 50.000, 60.000 dollari.

 Il candidato accetta donazioni, anche se esistono limiti, spesso raggirati dai cosiddetti  pacs. Nei  pacs vanno in genere più soldi. 

Soldi che poi si suddividono a loro volta in due categorie distinte: l’hard money ed il soft money. 

Nel primo caso vengono finanziati i media o i giornali con spot riconducibili al candidato, mentre con  il soft money vengono create delle pubblicità atte a sensibilizzare la popolazione verso tematiche care al candidato. In questo modo si tenta di “ ispirare”  la popolazione a “fare la cosa giusta” e a votare per il candidato che è nelle loro corde.  Dopo l’elezione, si insedia il city council, il consiglio cittadino.

Anna Maria Polidori

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