martedì, luglio 20, 2004

I 40 Martiri. 22 giugno 2004. La memoria, il ricordo e la forza politica.

I 40 martiri di Gubbio chiedono giustizia.

Lo fanno il 22 giugno nel giorno del sessantesimo anniversario della loro morte.

Lo fanno attraverso le parole sentite ed accorate pronunciate dal nostro sindaco Goracci, e la testimonianza forte e salda delle istituzioni nella presenza della terza carica dello Stato, l’on. Pierferdinando Casini.

E’ stata una giornata di sole, che ha risvegliato gli animi degli eugubini, i quali sono sfilati durante tutta la giornata in visita al Mausoleo, portando con loro un ricordo ed una preghiera per chi è morto in modo così ingiusto ed atroce. Nel Mausoleo, esattamente nel muro dove furono crivellate le 40 vittime dell’orrendo delitto, ci sono 40 mazzetti di fiori deposti. Nella cappella, in diversi han pensato di portare qualche fiore nella tomba dei loro cari. Appare un luogo non più mesto e silenzioso, ma vivo e pulsante. Appare un luogo in fermento. E quelle anime sembrano desiderare

ora più che mai pace e giustizia, dopo così tanti decenni di omertà ed insabbiature.

Gubbio non dimentica, ed anzi vorrà dare battaglia.

Il sindaco Goracci, in impeccabile abito scuro, è uno dei primi a giungere per la commemorazione. E’ avvicinato dalle presenze di Francesco Giustolisi, giornalista ed autore del volume: “L’armadio della vergogna” e da Giampiero Lorenzoni, ex sindaco di S. Anna di Stazzema, un paesino che ha vissuto una strage di 520 innocenti. Avvicinato il giornalista e scrittore Giustolisi, questi mi parla delle difficoltà enormi incontrate per poter portare avanti il progetto di una Commissione parlamentare d’Inchiesta sulle stragi nazi-fasciste. “Il mio libro ripercorre un iter sofferto e doloroso. Ho girato mezza Italia, stretto centinaia di mani sofferenti per la perdita di qualche caro.Volevo che questi morti sfortunati potessero avere giustizia”.

Il sindaco ci spiega che i responsabili diretti della strage non sono più in vita ma che la giustizia ha subito delle pesanti insabbiature. “ per Gubbio e per la nostra realtà storica, aggiunge il sindaco Goracci, è importante che le istituzioni si occupino di una vicenda passata nel dimenticatoio”.

Mentre la gente più anziana ricorda i terribili attimi di quell’alba buia e senza vita di 60 anni fa, l’arrivo dell’on. Casini, permette il degno inizio della commemorazione. Prima tappa: il Mausoleo, infine, fuori, per un breve discorso.

Il sindaco Goracci esprime profonda gratitudine all’On. Casini per aver accettato il suo invito di venire a Gubbio.

In una Gubbio che ha vissuto una delle pagine più nere della seconda guerra mondiale. Il sindaco ricorda la battaglia dell’On. Giulietti dei DS per poter permettere un incontro con l’On. Casini, giusto un anno fa a Montecitorio di una delegazione delle famiglie delle vittime.

Dall’armadio della vergogna ora è riemerso il fascicolo concernente la strage dei 40 martiri che è stato consegnato dall’On. Tanzilli al nostro primo cittadino solo il giorno prima e che, il sindaco promette,sarà studiato ed approfondito, nonché messo a disposizione di chiunque sia interessato alla storia.

Troppi occultamenti ci sono stati sulle stragi nazi-fasciste, che non hanno mai permesso di fare chiara luce su di un evento così traumatico per le famiglie delle vittime e per la nostra cittadina tutta in particolare, piccola ed inerme davanti ad una disgrazia così grande ed efferata.

Si spera di poter riaprire il caso, afferma poi fiducioso e di nuovo, il sindaco.

Una volontà forte, mossa anche dalla profonda delusione subita dalle famiglie a causa dell’archiviazione per ben due volte consecutive di questa triste vicenda.

Ma no, non cerca vendetta Gubbio. Questo no.

Cerca amore, rispetto, giustizia per la storia.

Poiché, continua il sindaco questi sono crimini contro l’umanità e la vita. Il sindaco è emozionato mentre parla, segno che la visita del Presidente della Camera lo inorgoglisce e lo rende fiero del suo operato.

Così, Goracci tiene a precisare che la presenza dell’on. Casini è senza ombra di dubbio un segnale positivo per la città e per il caso-Gubbio.

Gubbio chiede giustizia e chiede di coltivare la memoria.

Ricorda, poi il sindaco, le varie e colorite delegazioni che sono giunte per l’occasione alla commemorazione: Pietralunga, Gualdo, Sigillo, Costacciaro , Umbertide. Tutti comuni che han sofferto e subito le stesse angherie durante la seconda guerra mondiale.. Un ricordo particolare viene poi espresso per il sindaco di S.Anna di Stazzema, cittadina che vide la morte in 520 dei suoi concittadini.

Una volta terminato il discorso di Goracci, la Presidente della regione Umbria Lorenzetti, ha rimarcato come nella tragedia dei 40 martiri affonda la parte più robusta di quel che siamo.

L’on Casini, prendendo la parola per pochi minuti, ha ribadito come “il nostro tricolore, sia anche in-

triso del sangue di gente valorosa caduta per mano altrui.” L’on. ricorda come Gubbio ha rappresentato una delle tappe più efferate del periodo della Resistenza.

“La ritirata delle truppe nazi-fasciste lasciò dietro di sé un segno di inaudita ferocia nella memoria storica della nostra nazione, ma è anche un valore emblematico. Possiamo, prosegue l’on. Casini, scrutare a fondo il sovvertimento dei valori devastante, che la guerra porta con sé.

Quando c’è una guerra la pratica della rappresaglia sui civili è sistematica. Una norma.

Nel secondo conflitto mondiale c’è stato un rapporto delicato tra la responsabilità personale e la rappresentanza nazionale.”

“In quegli anni disperati, prosegue Casini, si esaltò il senso di responsabilità solidale, nonostante tutto.

Tanti uomini italiani sapevano che l’affermazione democratica valeva anche l’estremo sacrificio.”

“Rendiamo onore, -parole alte e toccanti del Presidente della Camera-, e c’ inchiniamo al valore che questi uomini hanno significato per la nostra libertà”.

Terminando il suo discorso, l’on. Casini ricorda come sia forte e stretto il vincolo che unisce le istituzioni centrali di Roma alla nostra comunità,lasciando intendere che la generosa terra umbra non sarà lasciata sola al suo destino.

Alla fine della commemorazione il sindaco Goracci ha offerto al presidente Casini un bel piatto in ceramica di Gubbio.

Quando si spengono le luci della manifestazione, crediamo che per 40 anime, questo sia stato un giorno speciale, perché qualcosa di grosso si è mosso, e qualcosa di incisivo sarà fatto nei prossimi mesi.




Giuseppe Marinello. Racconto della prigionia dorata in USA durante la seconda guerra mondiale

Giuseppe Marinello è nato a Sfax in Tunisia nel 1916. Ora vive vicino a Morena.
Ha un racconto bellissimo per i lettori.

“ D’origini sicule, i miei nonni erano emigrati in Tunisia a causa della pesca delle spugne. Mio papà continuò il lavoro che aveva intrapreso il nonno; famiglia numerosa, tre fratelli ed una sorella, per me che ero il più piccolo voleva un avvenire diverso. Però la scuola non mi piaceva per niente.
Così a 14 anni cominciai a lavorare come manovale e ferraiolo.
Nel ’35 il Consolato italiano offriva ai giovani italiani residenti fuori della Patria un mese come “giovani fascisti”. Sono partito. Era maggio. Alloggiavamo a Montesacro, nel campo Dux. Eravamo stipati in baracche, ma non mancava niente. Ci venne dato un tesserino con nome e cognome n di matricola; ci fornirono del fez e della camicia nera. Potevamo andare in tram, al cinema o a teatro, senza cacciare un soldo. Godevamo di forti riduzioni sulle bibite. Mussolini ci venne a trovare una domenica. Fu allestito un palco; e ci diedero molte leccornie da mangiare, quella domenica. Mussolini pose l’accento su di un punto nodale: disse che noi italiani all’estero eravamo la “spina dorsale dell’Italia”. Mi piaceva quest' idea di Italia. Mi piaceva così tanto che assieme a due miei amici decidemmo di fuggire via e di non imbarcarci assieme agli altri, ma bensì di pensare a come poterci arruolare nell’esercito italiano. Ci fu poi spiegato dall’allora ministro per gli affari esteri Piero Perini che quella procedura seguita da noi ragazzi non era troppo regolamentare e che in ogni caso dovevamo per forza di cose tornare nel paese che ci ospitava. A malincuore tornai in Tunisia. Ma non ho avuto il tempo per annoiarmi troppo. Il vento selvaggio, furioso della guerra si stava, infatti, spingendo prepotentemente pure da me. Mussolini di lì a pochi anni dichiarò guerra alla Francia; e noi italiani in seguito ad un decreto del governo tunisino, dovemmo presentarci presso le gendarmerie con poche cose per poter essere portati in un campo di concentramento. Salimmo in quei camion a tre a tre per essere portati a Toser. Filo spinato, tende e baracche e… dissenteria! Scoprimmo che ci davano da mangiare carne che proveniva da animali infettati dalla tubercolosi. Dopo un mese di questa vita, Hitler assalì la Francia e noi fummo quindi liberati. Una volta a casa con due miei amici, decidemmo di arruolarci. Partimmo così per la Libia.
Dopo tante peripezie giungemmo a Keff dove, il 10 marzo del 1943 fummo catturati dagli australiani.
Ci portarono alla stazione del treno diretti ad Algeri.
E là ci diedero scatole con biscotti, marmellate, cinque sigarette,cioccolato. All’arrivo gli australiani ci consegnarono agli americani.

Finimmo in un campo di prigionia a Casablanca, ma per poco. La Queen Mary, un bellissimo transatlantico ci avrebbe portati, infatti, sino in America, nello stato della Virginia.
15 giorni di viaggio arrivammo in una caserma, provvista di una fila di docce interminabili.
Bruciarono i nostri abiti; un signore ci aiutò con delle spazzole a pulirci la schiena; poi ci spruzzarono uno spray; vennero tagliati i capelli giudicati troppo incolti.
Dopo tutto ciò, finimmo in un gran camerone. Chiamati per nome, ci diedero i nostri vestiti, uguali alle divise dei militari americani, tranne per il logo, che ci faceva sentire “ospiti”cucito nel cappello e nella giacca militare.


Ci munirono del nostro corredo: un sacco a pelo, abiti e biancheria.
Ammetto che mai avrei pensato in stato di prigionia di poter trovare così tanta abbondanza di cibo.
La mia colazione era così composta: zabaione, con pane di riso rettangolare tagliato a fettine; uova sode, burro e marmellata, mortadella e prosciutto, latte.

I cuochi che dovevano prendersi cura di noi erano di Bologna.
Avevamo sempre una bottiglia di latte fresco per ciascuno a tavola durante i pasti;
due pacchi con dieci gelati a pranzo ed a cena; pastasciutta, pasta al forno ogni tipo di carne, e di contorno. Non mancava mai una fetta di dolce la mattina e la sera.
Una bottiglia di birra, ma non di più. Niente vino.
Enorme pulizia, un’ispezione controllava due volte al giorno per verificare che tutto filasse liscio.
Dopo 15 giorni finimmo in Texas, a Dallas. Ciascuna camerata era di 15 persone. Tutti i giorni tre uomini di corvè erano adibiti alle pulizie. Dopo circa 20 giorni i coloni richiesero manodopera per la raccolta delle patate: 80 cents al giorno, il lavoro era semplice e per nulla faticoso.
Una macchina smuoveva i tuberi. Noi dovevamo semplicemente raccoglierli. Lavoravamo dalle 9 alle 12:30; poi facevamo una pausa di un’ora per riprendere sino alle 4:30 del pomeriggio. Il sabato non lavoravamo ma riscuotevamo la paga. Dopo 11 mesi siamo stati portati a Phoenix, in Arizona.

Ciascuna matricola aveva un sacco blu dove mettere ogni 3 giorni le lenzuola e la biancheria sporca. Dopo 4 giorni venne richiesta manodopera per la raccolta del cotone.
Il sacco era largo circa mezzo metro e lungo 3 metri e mezzo; sono rimasto a Phoenix per 12 mesi, per poi approdare in California, a Valeo. Lì cominciai a lavorare per il Fenicia Arsenal uno stabilimento che produceva armi e munizioni.
All’interno della caserma, il clima già ottimo, migliorò sensibilmente quando ci chiesero se volevamo essere alleati-collaboratori degli americani. Firmammo senza esitare. Avevamo gratis il cinema, il teatro, il pattinaggio; la libera uscita dalle 19 alle 22 ogni sera. il corso d’inglese ogni sera per un’ora e mezzo, sebbene io preferivo di gran lunga uscire a divertirmi.


Una sera di marzo del ’46 ci annunciarono che potevamo tornare in Italia. Per me non fu affatto una buona notizia. Cercai di scappare, ad Acapulco, per poter raggiungere le coste americane, con un’imbarcazione di fortuna che mi procurai gettandomi in mare.
Purtroppo il sogno si infranse a 100 metri dalla riva, e finii in galera sulla nave con altri 4 amici a pane ed acqua per dieci giorni.


Il lungo viaggio si concluderà solo a Napoli; ma non apprezzavo l’ospitalità accattona dei partenopei che volevano spillarmi i quattrini riportati.
Così, andai prima a Roma, poi a Torino, Milano, per finire di nuovo a Roma dove conobbi mia moglie Carla. Ho avuto 1.200.000 dall’esercito, e con quei soldi, un tempo tanti, sono andato avanti sino a trovare a Genova, un lavoro con una cooperativa nel porto.
Quando sono andato a Milano, per anni ho fatto il giardiniere presso un Istituto superiore gestito da suore. Ed ora, dopo il matrimonio di mia figlia, vivo sereno a Morena con mia moglie e gli altri affetti che mi circondano.”

Giuseppa Brunelli. La poesia di un racconto

Giuseppa è una donna che sa parlare al cuore e rievocare suggestive immagini di un tempo sbiadito che lei sa di nuovo rendere vivo.Alta, austera, un sorriso bello ed un’ospitalità calda, vi faccio immergere in un racconto da far stare incollati sino all’ultima riga.

Prima di parlare di me, è indispensabile tracciare un profilo della mia famiglia. Papà e mamma erano totalmante analfabeti. Papà era un contadino di Collelungo, una frazione vicino Morena. dopo il matrimonio tutti i soldi che inviava dal lavoro delle traverse finivano per una famiglia di 22 persone. Una volta tornato decise con i risparmi che la mamma era riuscita ad accantonare, ad acquistare a Morenaccia un locale vicino alla scuola, dove ha cominciato ad aprire un qualche cosa che somigliava ad un bar. Non era facile. Da principio acquistava uova e contenitori di “saracche”, pelli di coniglio e così via per poi partire a piedi per le campagne, povero papà Ubaldo Con i primi soldi comperò un somaro per portare la merce. Poi, ha iniziato a tenere diversa roba nel negozio. Con quei soldi racimolati aveva tirato su due mura a Morena; una camera ed una cucina per loro e la stanza per il somaro. La gratitudine prima di tutto.Nella bottega che avevamo aperto c’era di tutto; il vino, l'orzo per passare a tutta la chincaglieria, bottoni, fili, aghi; tanta stoffa per i vestiti e la biancheria. Il prodotto che si vendeva di meno era lo zucchero. Si acquistava quando stava male qualcuno. La domanda d’obbligo era: è per caso indisposto? I nostri clienti giungevano sino da Burano. Gli affari erano ottimi. La guerra ci colse un po’ di sprovvista però potevamo dire che campavamo bene.Mi mancano gli odori della mia giovinezza. Il pane di granoturco con lo zibibbo, ed il caffè che sapeva preparare la mamma, una ricetta unica: metteva sul brustolino un po’ di ceci, l’orzo mondo, una pizzicata di ghiande castagnole e qualche acino di caffè. Poco, quando preparava per noi figli; generoso per gli ospiti che giungevano in visita.Il meglio che c’era. Eravamo solite preparare 30 file di pane al giorno. Non era uno scherzo, considerato che la mamma tirava avanti la baracca essendo rimasta vedova prestissimo e con una nidiata di figli da crecere. 18 partoriti, 7 rimasti in vita. Io sono del ’29 e ricordo con nitidezza e precisione i momenti terribili dell’avvento della seconda guerra mondiale. Le tessere erano divenute una consuetudine. Morena come tutti i bar era il crocevia di spie, partigiani, tedeschi, inglesi. Dopo l’armistizio, i partigiani ci proibirono di dare via la merce alle persone. Mia mamma prima ancora di essere un’esercente era una donna che non poteva lasciare altre mamme prive di viveri per i propri bambini. Così era solita riempire delle buste di farina razionate per poi nasconderle in un macciociondolo vicino casa. Verso mezzanotte, le signore di Burano a turno, venivano a prendere la loro razione di cibo. Noi avevamo ogni giorno 20-25 partigiani che sostavano nel nostro ristorante e mangiavano gratis. Anche a Carnali, il signore locale proprietario di 4 poderi, venne vietato di poter vendere le sue bestie. Queste erano sistematicamente uccise dai partigiani e cucinate da noi per i loro pranzi. Non siamo mai state pagate per cucinare e per servire loro i pasti. La nostra casa a pianterreno era un arsenale. Bombe a mano, mitragliatrici, fucili d’ogni sorta, una volta mio fratello si arrabbiò di brutto ed avvisato don Marino questi fece in modo di far sparire dalla circolazione grazie alla banda di Cantiano l’arsenale che avevano parcheggiato nella nostra dimora. Un giorno si presentò da noi un signore sulla 50 ina vestito di stracci Sembrava stupido. Sulle prime lo prendevamo in giro. Ci chiedeva asilo. Lo avevamo assegnato a spaccare le legne ed ai lavori manuali. E’ stato con noi 8 giorni, poi, riconosciuto dal nostro garzone Rigo, scomparve dalla circolazione.Pare conoscesse 7 lingue. Al posto suo giunse Marion Keller, affascinante ragazza 29 enne; non era alta, aveva un viso rotondo, bionda, bel fisico. Nel nostro bar venne interrogata dalla moglie di Panichi, un esponente partigiano di spicco della zona di Pianello,in quanto questa conosceva bene l’inglese. Trascorse una notte con noi; poi fu portata al Mulinaccio dalla mamma di Siro…. Ex proprietario del panificio di Pietralunga. Poi, ho saputo che era stata giustiziata. Era domenica il giorno prima dell'incendio al nostro bar; il giorno prima che il nostro mondo venisse distrutto. Doveva celebrarsi la messa. Eravamo giusto quatro gatti; la notizia dell’arrivo dei tedeschi si diffuse in fretta. Corsi a casa ad avvertire mamma. Io scappai via
assieme ad una cugina; mia mamma aveva in collo Ubaldo-l’attuale proprietario del bar!- che all’epoca aveva appena 6 mesi.
Sapevamo di lasciare ogni ben di Dio. Tentai di nascondere un prosciutto in una finestrella in cui poggiavamo i panni sporchi dei pannolini di Ubaldo, convinta che là non avrebbero guardato, e mi ero ricordata del portafogli di mamma; avevamo 16.000 lire. Giunsi col fiato sul collo a Col di Cistone. Assieme agli altri ragazzini ci eravamo messi sotto un’enorme noce. Giocavamo ignorando il peggio. I tedeschi passarono la nottata a casa nostra. Mangiarono solo le uova; ritenevano il nostro cibo avvelenato. Cosa non vera. Alle 2 di notte, intanto, nella casa di Vittorio Smacchia dove avevamo trovato intanto rifugio, sentimmo un bussare concitato alla porta. Era don Marino, il quale sfinito, chiese se poteva essere rifocillato. Una volta che ebbe finito di mangiare due uova tornò fuori. Nella nostra casa erano stati presi in ostaggio il nostro commesso, Rigo e Giuseppe, un tale che conduceva a pagamento i cavalli per conto dei partigiani. Quella fu la nottata più lunga della loro vita; credettero di morire, quando dal nulla risbucò fuori il finto straccione ebete. Questi fu in grado di chiarire le posizioni di quei due poveracci ed ebbero salva la vita. I luoghi che vennero incendiati furono consigliati al plotone tedesco dal finto vagabondo. A l’una del giorno, messe le mine ed infuocato, i tedeschi se ne andarono portandosi via la tuta di cuoio di mio fratello e gettando alle ortiche stupenda biancheria. L’incedio non tardò a divampare in tutta la sua voracità, sommergendo i nostri sogni ed i nostri desideri. Quel che era stato ieri, oggi non esisteva più. La mamma, sebbene con le lacrime agli occhi per l’orrore cui stava assistendo si ricordò che nella Chiesa in fiamme c’era il Santissimo, ed andava salvato. Corse all’impazzata con il cuore che le batteva forte, sino in Chiesa, sfidando fuoco e fiamme. Lo portò fuori, e poi a Morenicchia. Là venne costruito un altarino ed avvisato subito il parroco di Aggiglioni don Ivo Andreani; quindi, dopo qualche tempo accompagnammo nella sua parrocchia l’Altissimo in processione.
Dopo essere rimasti senza casa, e con due fratelli
in guerra che al loro ritorno non avrebbero più trovato nulla, ci trasferimmo a Casanova dè Mulattieri per qualche giorno; da lì, finimmo a Monte del Breve perché là avevamo degli altri parenti.

Il terrore era tanto poiché Michele era un partigiano con un terribile rimorso dentro di sé. L’aver aiutato la causa della Resistenza l’aveva indotto a perdere una casa ed ai suoi occhi, il rispetto dei due fratelli che una volta finita la guerra sarebbero tornati a riabbracciarli ed a chiedere spiegazioni.
Non si perse d’animo però, no. Mai. Cominciò a commerciare in nero; con poco, al solito, come i nostri genitori. 2 chili di sale, 1 prosciutto ed 1 barile di vino. Quello che potevamo lo nascondevamo sotto terra per impedire che ce lo portassero via i partigiani. Dal Pianello giungevano 300-400 uova per volta da vendere. Con quelle rotte facevamo dolci e pastasciutta a volontà
Non si poteva fare, vendere oltre regione. Michele però sfidava tutto e tutti ed andava a Roma, con gli agnelli, i maiali. Se acquistava ad uno, rivendeva a dieci. L’anno dopo gran parte della nostra casa era ricostruita. Dopo l’incendio che distrusse la nostra abitazione per un altro mese ancora vennero i tedeschi e gli inglesi; un giorno l’uno, un giorno l’altro. Gli inglesi ci portavano sempre della cioccolata. Poi, più nulla. Terminata la guerra, i nostri fratelli non tardarono a tornare. Diedero più d’una mano per ricostruire la casa andata persa. Nel ’50 era finita. Non era però più quella di una volta e sentivo che il mondo stava cambiando. Nel ’51 mi sono sposata con un ragazzo, Angelo, dopo appena 6 mesi di fidanzamento e sono andata ad abitare a Pietralunga. Lì ho ricominciato un’avventura che mi ha portato a possedere un altro bar Il Boschetto, un ristorante, un distributore, e tante altre attività commerciali.
Posso dire che per quanto la vita possa essere strana è e rimane la più esaltante esperienza che si possa mi intraprendere sulla faccia della Terra.


lunedì, luglio 19, 2004

La famiglia Giunta e Magrano, Gubbio

l colore delle foglie è ora di un marrone scuro, nel lungo e e stretto viale che mi conduce al castello di Magrano. La poesia e l’armonia dei luoghi si unisce alla natura incontaminata. Visitare un castello è qualcosa di magico. E’ un mondo che sa trasportarti in altre epoche e parlarti al cuore. Mi accolgono Filippo Giunta, papà di Remo Giunta, e la consorte dello stesso Remo, Maria Camilla Folgiati. Un libro di ricordi si apre dinanzi a noi.
Ci sistemiamo nella Sala della Castellana per fare l’intervista. Alcune statuine di gufi colorate, ci guardano benevole. Vista mozzafiato, chiedo la ragione a Filippo, classe 1926, agronomo, inventore del formaggio tartufato, signore alto e distinto, la ragione di questo nome così particolare:

“Vede, questa era la sala preposta ai lavori di cucito. Le signore sedevano in quelle seggiole in pietra, che danno alle ampie finestre e qui lavoravano tutto il giorno. Queste finestre sono così ampie perché non c’era pericolo di essere attaccati da così in alto”.

Filippo, mi racconti la storia del suo castello, dall’inizio.

Si ritiene che il torrione possa essere d’origine longobarda. Nel 1200 il castello subì un primo ampliamento e furono costruite le strutture pensili. Era la proprietà preferita di Federico da Montefeltro allora Duca d’Urbino e di Gubbio. Nel 1600 passò di proprietà al cardinale Carpegna, marchigiano d’origine. Un suo parente, il conte Carpegna viveva a Gubbio e si può asserire che era molto influente in quell’epoca, in città.
Nel 1700 Magrano divenne proprietà del marchese Del Gallo di Roccagiovine il cui figlio, Alessandro, sposò la principessa Giulia Bonaparte, figlia di due cugini di primo grado Zenaide e Carlo Luciano Bonaparte principe di Canino, nipoti di Napoleone.

Il figlio della principessa Giulia, il marchese di Roccagiovine, trasformò la tenuta di Magrano in un luogo di caccia e d’allevamento di cavalli. Questi a loro volta erano poi trasferiti a Roma, dove lo stesso marchese
aveva fondato a Tor di Quinto la Scuola militare di cavalleria. Nel 1900 questa scuola fu donata a re Umberto I affinché fosse conservata ad uso dei reparti militari.
Ora continua ad essere in uso ai lancieri di Montebello ed allo squadrone dei Carabinieri, gli stessi 300 preposti al Carosello, ripetuto due anni fa fuori programma per la regina d’Inghilterra ed il principe Filippo; il quel principe è cugino della famiglia Roccagiovine giacché il principe Giorgio di Grecia è sposato con la principessa Maria Bonaparte. Nel 1924 la proprietà del castello passò alla famiglia Giunta, poiché la marchesa Zenaide di Roccagiovine andò in sposa a Sua Eccellenza On. Francesco Giunta, Primo deputato eletto di Fiume e Trieste italiane.
Poi, fu sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e Presidente della Consulta Araldica e quindi nel 1943 ultimo governatore della Dalmazia.

Filippo, mi parli di suo padre e del periodo fascista.

Nella sua qualità di sottosegretario l’On. Giunta contribuì al buon esito dei Patti Lateranensi del ’29 per i quali il Vaticano gli conferì la massima onorificenza dell’Ordine Piano, con la nobiltà trasmissibile, a firma dell’allora sottosegretario di Stato Eugenio Pacelli che poi diventerà Pio XII.


Quante visite importanti avrà ricevuto, Filippo, il suo maniero.

Tante, perché la tenuta di Magrano era considerata il miglior luogo faunistico umbro ed uno dei migliori in Italia e come tale venne scelta per le finali di caccia pratica per cani da ferma.
Sono convenute diverse persone importanti. Mi piace ricordare il corridore Luigi Fagioli, il calciatore Silvio Piola e nel ’54 una giovanissima diciottenne Ursula Andress la quale s’intrattenne nel castello alcune giornate per imparare ad andare a cavallo, pensando che questo potesse servirgli un giorno per girare alcuni film.

Mi parli di questo fantomatico fantasma, Filippo.

Andai diversi lustri fa da Gemma Fortina, figlia dell’allora podestà d’Assisi con una foto del Castello. Lei sentì l’energia di questo giovane e me ne descrisse le sembianze.

Mi rivolgo ora a lei, Maria Camilla. Mi parli un po' di lei, di Remo, dell’attuale situazione del castello.

Sono sposata con Remo da 10 anni.
Sento di poter parlare a nome di mio marito, che il suo cuore è a Magrano. Ama questa proprietà e queste terre come se stesso. Magrano, dopo il terremoto ha conosciuto un periodo di stagnazione. Io e mio marito contiamo di rimettere in sesto l’intero castello tra un’annata circa, dopodiché potrà tornare ad essere visitato da chiunque lo voglia. Da 6-7 anni, grazie a dei finanziamenti, abbiamo impiantato un’attività che consta nella produzione di salse tartufate, oli e così via.
La zona incontaminata e le prelibatezze che da queste terre si attingono, han giocato in nostro favore.
Il marchio, Castello di Magrano garantisce elevata qualità.

So che Remo ha un’altra sorella.

Sì, Zenaide. Ha lavorato per tanto tempo presso lo studio Ambrosetti e 5 anni fa ha avuto il piacere di conoscere Edward Shevardnadze, poiché insieme alla principessa Orsini figlia del re di Georgia ha organizzato le relazioni commerciali tra la Georgia e la stessa Italia. In questo momento si sta occupando dell’agriturismo “Le torri di Bagnara”, vicino Perugia.

Ci alziamo e ridiscendiamo il castello. Le belle scale a chiocciola ci riportano nel nostro mondo.
Filippo mi fa notare in una bella stanza arredata con mobili massicci e con ricordi, la giacca di suo papà, conservata splendidamente.

Vede?
La indossava nel 1924, quando correva assieme alla sua Spider 2 posti, regalo che l’Alfa Romeo fece solo a lui ed a Mussolini.

Filippo mi guida nel cortile interno del castello dove soleva organizzare feste con musica lirica quando i gruppi di visitatori giungevano in visita al suo castello. Mi fa notare un bellissimo sarcofago, appartenuto di certo a qualche nobile signore.

Mi fa intravedere la porta che conduce verso le galere, ma, è necessario non proseguire, poiché la luce è stata staccata.
Stiamo ancora facendo i lavori, sorride Maria Camilla.

La cappella consacrata del castello è spoglia di immagini votive, ma ricca di due busti; uno della madre di Napoleone; uno dello stesso Napoleone, ed a sinistra dell’altare, trionfa l’Aquila Vittoriosa.

Nel giungere alla cappella Filippo mi fa notare la muraglia nel lato sinistro.

Vedi, questa muraglia fu costruita alla fine del 1400 a difesa del castello dall’architetto Francesco di Giorgio Martini, per difendere il castello da questo nuovo strumento di lotta: la bombarda.

Mi tolga una curiosità, Filippo: è mai stato attaccato il suo castello in modo serio?

Senz’altro. Il conte Antonio di Montefeltro si trovò a lottare contro Magrano e contro una coalizione di altri castelli vicini che si erano uniti contro di lui.
Ovviamente Magrano e soci vinsero la battaglia!
Venne distrutto in quel frangente solo il mulino.

Mi mette malinconia andare via da un luogo così ricco di fascino e di storia, come è Magrano. Le sue mura, le sue stanze echeggiano di risa, di danze, di luci e di calore.
Ringrazio la disponibilità e la cortesia usatami dai signori Giunta che si sono resi liberi e mi hanno permesso di poter effettuare l’intervista all’interno del maniero, permettendomi, nonostante i lavori in corso, di poterlo visitare nella sua
totalità.

Marino Polidori Dalla Francia a Gubbio...con amore!

Marino Polidori mi accoglie con un largo sorriso, un po' stupito dalla mia richiesta di un'intervista.

"Non sono diventato né ricco né famoso, all'estero".

La storia degli uomini non sempre si misura in termini di grandezze materiali.

Dove è nato, lei Marino?

A Morena, nell'ormai lontano 1933; ero figlio di contadini. La vita è stata dura. Papà in seguito alla morte della mamma,

avvenuta quando io avevo appena pochi mesi, mi affidò ad una nostra parente e vicina di casa, Maria Angeloni, che mi ha

cresciuto sino all'età di 14 anni. Di fatto lei per me è stata una mamma.



Quando cominciò a lavorare, cosa fece?
Avevo 14 anni. Avevo trovato lavoro come trattorista qui vicino. Tutte persone che conoscevo."



Quanto tempo ha lavorato in questa veste?

Circa due anni. Poi ho iniziato a lavorare come bracciante agricolo nelle campagne romane. Sono stato a Settecamini, Pomezia,

Pratica di Mare. Ci chiedevano perlopiù di falciare; ma certo, non ci si fermava qui.



Che turni osservava?


Lavoravamo ininterrottamente dal lunedì alla domenica. S'intende; il giorno di Dio solo di mattina. Il pomeriggio era libero.

Guadagnavo 110 lire l’ora per 8 ore di lavoro complessivo ogni giorno.



Dove alloggiava?

Dormivo dietro la mangiatoia della stalla delle vacche. A te appare incredibile la cosa. Posso immaginare. Quel tempo il

mondo girava in un'altra maniera. Pensa che una volta, una mucca mangiò la mia giacca. E ricomperarla voleva dire spendere


tanti quattrini.



Cosa mangiavate?

Ci arrangiavamo da noi. Avevamo le dispense con il cibo. Amavo la pasta; quando sapevamo di potercela permettere era sempre

una festa.



Quanto si è trattenuto?

Circa 10 anni, direi. Una vita fatta di continui spostamenti. I lavori stagionali che un fattore ti chiedeva duravano circa


15-20 giorni. Poi, andavamo da altre persone, e così via.



Come mai poi decise di emigrare in Francia?

La prospettiva di un futuro migliore. Un mio amico mi aveva detto che aveva intenzione di partire per cercare buone nuove


altrove. In Italia, per noi gente umile, erano poche le migliorie da potersi attendere. Così, sono partito con lui. Era il 28


agosto del 1958, quando, come semplice turista, sono giunto a Parigi".



Dove alloggiava in un primo tempo?

Eravamo destinati a stare all'interno di bidonville; a gruppi di 4.



Eravate tutti italiani?


Sì; non posso lamentarmi. Ci capivamo e la solitudine era poca.



Che cosa è successo nell'immediato?

Ho cominciato a lavorare, e quando sono stato dichiarato idoneo, ho fatto ritorno a Milano per la visita di prassi e già


con il contratto in regola della fabbrica. Poi, sono ritornato a Parigi.



Di che cosa si occupava?

Costruivo batterie per le macchine e per le navi. Sono stato in quella fabbrica due anni.



Come mai ha poi deciso di cambiare aria?


La mia salute. Avevo contratto una malattia causata dal piombo. I miei stessi datori di lavoro mi avevano sconsigliato di


continuare. Sono stati gentili; è grazie a loro che io ho poi avuto il mio nuovo posto di lavoro.



Parliamone. Dove è stato destinato?


In un’altra fabbrica.

Io mi occupavo di tirare il metallo a freddo per ricavarne tubi. Ho lavorato in quel posto per 19 anni.



Che turni osservavate?

Otto ore ciascuno. Ogni giorno. Incluse le notti. Guadagnavo in quel posto diversi franchi al giorno.



Intanto immagino sia riuscito a scappare dalla bidonville.


Sì, certo; in seguito mi sono trasferito in una pensione e poi in un condominio.


Che cosa faceva una volta fuori dalla fabbrica?
Ci si vedeva con gli amici; avevo qualche ragazza. Le solite cose.
Ho imparato presto il francese ed ancora lo parlo senza alcuna difficoltà.



Quando ha fatto rientro definitivamente in Italia?


Nel 1994.



Che ricordi ha della Francia e dei francesi?

Stupendi. Mi sono trovato benissimo all'estero. Tornavo sino a pochi anni fa in Francia, a trovare i miei parenti ed amici o

più semplicemente a ritrovare quel pezzo di cuore che ho lasciato per sempre lassù. Devo tutto a quel Paese che mi ha

ospitato.

Dove vive Marino?
Ho una casa mia a Pietralunga. In seguito a diversi accadimenti sono pervenuto all'astenotrofio Mosca di Gubbio, dove vivo in questo periodo.



Don Bruno Puselli. Origini di Morena e di Burano. Una storia nella storia...

Don Bruno è un tipo sempre in movimento.
Sorridente, mi guida nella sua canonica.
Profondo studioso e conoscitore di varie lingue, il parroco di Burano può raccontarci qualcosa d’interessante sulle origini di Morena e di Burano. Tizio scrupoloso, ci tiene a puntualizzare che la verità storica è quella documentata dagli scritti.
Noi c’inerpicheremo, con la nostra chiacchierata, attraverso “indizi documentali”, sull’evoluzione del nostro territorio.
Quel che è certo, comincia a dire il nostro uomo, è che tanto nella toponomastica, quanto nelle pitture, un dato è inconfutabile: le nostre appaiono essere origini venete.
Il nome ecclesiastico di Burano, prima che questi fu cambiato, era Santa Maria Assunta. Nel 1237, per ragioni che tenteremo di spiegare, per la prima volta, comparve il nome di Burano.
Cosa era successo alla popolazione della zona, e perché questa mutazione?
Sappiamo per certo che nel 1137 ai tempi di Papa Innocenzo I, bisognava pagare 200 libelle ravennati per ciascuna zona; e la tassa era un tot procapite; perciò il buranese era costretto a contare 600 abitanti per poter pagare ciascuno un terzo di quella cifra.
La popolazione locale, all’atto dell’insediamento da parte veneta, possiamo asserire con una certa tranquillità, doveva contare circa 600 anime.
L’origine veneta della toponomastica, prende piede quasi immediatamente dopo l’insediamento.
Iniziando dai prefissi: ca e cai, she vogliono dire casa. Quindi: “Casacibei, Casacastalda, Casamicciola”, solo per citarne alcuni.
Le zone assumono nomi tipicamente veneti d’isole o cittadine venete.
Abbiamo Morena, storpiatura per Murano, Mesola, che è ora un posto che conta 15.000 abitanti, Veglia e San Giorgio, altre isole venete.
Ma per quale ragione profonda, dei veneti vennero ad insediarsi nel nostro territorio capillarmente, tanto da aspirarne la propria identità? Sono state formulate varie ipotesi, in proposito, vediamole insieme.
Una tesi cara e risaputa dai più asserisce che questi veneziani vennero a causa di certe pestilenze ripiegando in montagna.
La seconda che erano disturbati dall’invasione turca e ricercavano rifugio all’interno.
Don Bruno, conoscitore della lingua turca, si è subito incuriosito della storia di Burano e Morena, venendo così a scoprire che molte delle parole, dei fonemi, nel buranese, hanno chiara origine turco-araba.
Da qui, la teoria, originale quanto emozionante del parroco: tutto è da far risalire ad una colonia penale veneta, dove i prigionieri erano dei marinai catturati in mare ed isolati volutamente dal mare.
Furono portati nelle nostre zone per la forte amicizia che intercorreva tra i rappresentanti di Venezia ed i nostri amministratori locali.
Venezia, in quel periodo, aveva disboscato le foreste della costa italo-jugoslava, del Libano, della Grecia, fino a tutta la Turchia ed il Mar Nero. E continuava ad aver bisogno di legname, in particolar modo di rovere, per poter costruire imbarcazioni resistentissime.
Burano era un luogo pregiato per il legname. Eccelleva in quello di rovere.
Perciò, ai deportati turchi, scaraventati nella nostra realtà di terra, vita natural durante era richiesto di tagliare legname per Venezia. I veneziani, erano indiscutibilmente i loro carcerieri.
Le genti turco-arabe hanno a loro volta colonizzato con i loro nomi i luoghi.
Così, avremo Suelle, acqua eccellente, Bavelle, abitazione perfetta, Arelle, nascondiglio perfetto, Metolelle, luogo alto ed insuperabile. Potremmo continuare all’infinito. Luoghi che si trovano tutti nel buranese.
Don Bruno spiega che nelle lingue semitiche è assente il superlativo, e perciò si fa o una comparazione o un’assimilazione.
Il suffisso elle, sta per eccellente, perfetto. Ma quali altri indizi possono celarsi dietro alle origini venete-turco-arabe del luogo? Sorseggio birra fresca, mentre Don Bruno mi spiega che non è finita qui.
Una notizia di tipo medico ci dice che gli abitanti di Chioggia mancano di fibrinogeno, importante coagulante del sangue in caso di ferite, esattamente come quelli di Burano.
L’organismo è riuscito a supplire con altri enzimi a questa mancanza.
Inoltre, abbiamo alcune testimonianze in ambito pittorico.
Nel 1968 è stata rinvenuta nella canonica di San Bartolomeo una pittura datato 1490, commissionata espressamente dalla nobile famiglia veneziana Manin.
Diversi dogi di Venezia furono dei Manin.
Terminato di raccogliere gli appunti, rimane da constatare quanto lavoro ci sia ancora da fare per pervenire appieno alla verità. Costatiamo però che già alcuni passi in avanti sono stati fatti, grazie anche a persone nonché studiosi come don Bruno Pauselli, che hanno preso a cuore l’intera vicenda.
E che, vogliamo augurarci, non si fermeranno qui.




Luigi Clementi ed il lavoro in miniera

Luigi Clementi apre celermente la porta della sua abitazione e mi fa cenno d'entrare. Sguardo severo e bonario, un
intervento lo ha costretto a convivere con una protesi foniaria che impedisce in gran parte l'uso della parola.

Mi fornisca qualche suo elemento biografico, Luigi.
Sono nato a Burano nel 1929; la mia era una famiglia di braccianti agricoli; io stesso avevo cominciato questo mestiere.
Papà, in un secondo tempo aveva aperto presso S.Lorenzo una bottega di generi alimentari, tabacco e vino; purtroppo gli
affari erano pochi e la povertà tanta.

E' stata questa la ragione che l'ha spinta in Belgio, immagino. Come ha saputo di questo "reclutamento" di forza lavoro da parte delle miniere belghe?
Alcuni miei cugini erano già partiti nel '51. Mi ero informato presso la Camera del Lavoro di Gubbio; mi avevano detto che
solo le persone con età superiore ai 25 anni potevano fare richiesta per poter andare a lavorare in miniera.

E lei ha aspettato così sino ai 25 anni...
Sì.

Ci spiega queli erano le procedure da seguire per poter essere presi in miniera?
Guarda… io ho fatto domanda a Gubbio. Qui sono stato visitato; dopodiché l'intero fascicolo è stato inviato a Perugia; dopo 6 mesi ho ricevuto risposta, e sono ritornato a Perugia, dove mi hanno sottoposto ad un ulteriore visita per poi imbarcarmi
subito per Milano; viaggiavamo in seconda classe. Sedili in legno; ci hanno passato da mangiare.


Mi racconta la sua tre giorni milanese?
Eravamo alloggiati in enormi stanzoni; posso dire posso dire senza possibilità alcuna di smentita di essere stato visitato
da cima a fondo; bastava avere un varicocele od altre minime patologie per essere rispediti a casa.
Le commissioni erano due; una belga ed una italiana.

Una volta terminati gli esami...
Sì, siamo subito partiti, diretti a Limburg, nella cittadina di Campina.

Che ricordi ha del luogo?
Pieno di nebbia;questa è la quintessenza di Campina; una nebbia fitta ed intensa.

Che cosa è successo una volta arrivato?

I primi 3 giorni li abbiamo passati ad essere visitati ed ad apprendere come si lavorava nelle taglie. I cunicoli, alti solo
80 cm, permettevano di lavorare male-mi mostra le cicatrici riportate tra il gomito e le braccia-.
Il lavoro era duro.
Se decidevi di lasciare, i primi 3 mesi ti pagavano il viaggio di rientro; ma che vuoi fare.
In Italia non c'erano soldi.


Dove era alloggiato?
Erano baracche da un piano dove c'erano diversi altri italiani.
A Charleroi, invece, ci avevano ammassato in 160 dentro un edificio che in passato era stata la sede di una miniera.

Quale è stata la sua impressione quando scese la prima volta in miniera?
Brutta. Un altro mondo; poi ci si abitua, però. Ero sceso a 1.100.

Mi descrive quel mondo?
L'acqua colava dal soffitto buio e spettrale, sino a scendere a rivoli copiosa ed a diventare una sottile ma consistente vena
che camminava inarrestabile; più si scendeva in basso e più le gallerie erano asciutte.

Quanto tempo impiegava la cassa per portarvi a quota 1100, Luigi?
Penso sui 4-5 minuti; poi facevamo spesso un chilometro, un chilometro e mezzo a piedi per prendere le nostre postazioni.

Cosa ha cominciato a fare?
Lavoravo il carbone; per 6 mesi non ho fatto nient'altro.

Poi?
Mi sono avvicinato a Charleroi; c'erano persone del posto che conoscevo. Lì, per due anni ho fatto il manovale delle
gallerie che dovevamo far saltare.
All'ultimo, sono diventato proprio minatore.

Mi scusi, che vuol dire?
Ero diventato capo di due operai. Per 10 anni ho lavorato solo la pietra.
Sai, gli italiani cercavano tutti di lavorare a contratto per guadagnare qualcosa di più.


Mi racconta qualcosa del suo tempo libero? Ha mai sofferto episodi di razzismo da parte della popolazione belga?
No; mai viste insegne di bar con su scritto; ingresso vietato ai cani ed agli italiani; sono stato trattato bene.Uscivo con
gli amici, e mi divertivo nelle osterie. Nel 1957, poi,avevo conosciuto una ragazza del posto, Felicie Wattelet, più grande
di me di 9 anni. Per due anni siamo stati fidanzati; per 3 abbiamo convissuto; nel 1961 è diventata la signora Clementi. In
seguito a dei problemi di salute, tanto miei che suoi, ora vive nell'ospizio di Gubbio.

E' malato di silicosi, Luigi?
Sì, come tutti quelli che sono stati sotto. Dopo 11 anni di lavoro, il medico accertò la malattia.

Quando ha smesso di lavorare in miniera?
Il 2 aprile del 1968. Il 7 ottobre dello stesso anno mi hanno cominciato a pagare la pensione.

E' tornato subito in Italia?
Affatto. Ho continuato a vivere in Belgio per altri dodici anni.
facendo l'autista, il taxista e di tutto di più.

Poi, di nuovo Gubbio…
Sì; i primi tempi per respirare aria pulia mi recavo a S.Ubaldo.

Mi dica, Luigi, vorrebbe poter tornare a visitare i luoghi che l’hanno ospitata in Belgio?
Sì, lo farei volentieri. Purtroppo certe afflizioni mi tengono incollato qui a casa.





Lee Staub. Da Auschwitz a Gubbio. Storia di un uomo

Come tanti ebrei, Lee Staub è ricco e colto. E anche un po’ snob. Di sicuro ha un animo battagliero, dal carattere forte. Fa pesare 5 lauree in campo medico. Vive nel Castello di Carbonana, a stazione di Pietralunga, nel territorio comunale di Gubbio, alzando lo sguardo all’altezza del bivio che sale a Cima di Pietralunga. Ci si arriva attraverso una stradina in salita. La prima impressione è quella d’un luogo solare, che affascina. “Ma senza fantasmi”, butta lì sorridendo il dottor Staub. La storia di questo signore e di questo castello vanno proprio raccontate. Cominciamo dal castello eugubino, di cui c’è traccia sin dal quinto secolo dopo Cristo e che trova posto nell’archivio Vaticano in una mappa risalente al 1495. Nel decimo secolo dopo Cristo, un uomo molto influente dell’Ordine dei Templari acquisì il castello, diventando così il primo conte di Carbonana. L’acquisizione del titolo nobiliare nonché del castello si tramanderà, sino al diciassettesimo secolo, di proprietario in proprietario, quando poi il castello rimase disabitato. Nel 1885, nella prima guerra contro l’Abissinia, si distinse un generale d’artiglieria, Gigli, discendente del ramo femminile dei Carbonana. Una volta terminata quella guerra, tornando a casa, Gigli chiese al Re d’Italia di poter riavere la sua proprietà.
Aveva 5 figli, di cui uno divenne generale proprio come lui. Ma nessuno di loro intendeva occuparsi di questa tenuta, così il castello passò all’ultimogenito, Ferruccio Gigli, che tentò invano di disfarsene a causa di una grave crisi finanziaria che lo aveva investito.
Era il 1961 quando Lee Staub venne a Gubbio per la prima volta e fu accompagnato a vedere quel castello. Ne rimase a tal punto affascinato da
Decidere su due piedi di acquistarlo: in 48 ore venne sottoscritto l’atto e pagato l’importo.
Ferruccio Gigli aveva espresso il desiderio di divenire monaco laico e questo indusse Staub a lasciargli uno spazio all’interno del castello, dove visse per sette anni in tre stanze lasciate a sua disposizione.
Il castello è una vera fortezza, con 4 torri, 37 vani, 4 bagni. Una delle torri è andata distrutta. C’è pure una bella cappella ed una stanza a fianco con il confessionale. Nei sotterranei c’è una prigione, mentre risalendo le scale è collocata una finestrella dove venivano tenuti d’occhio i prigionieri. Sono rimasti i segni di un ponte levatoio.
Dalla torre si gode una vista mozzafiato.
Ci sono infine le segrete che Staub giura non avere mai trovato.
Nasce da una famiglia ebrea ed ucraina il dottor Lee ( all’anagrafe Ludvik) nel 1925 a Zabrow nei pressi di Usgorod.
“Non si affanni a cercare quel posto. Non figura nelle cartine geografiche”, osserva.
Disinvolto, con uno spiccato senso dell’umorismo, si trincera dietro ad un atteggiamento burbero che potrebbe spiazzare l’interlocutore.
Mi offre del gin. “ Nel mio minuscolo paesino di 100 anime-racconta- c’erano 14 famiglie, tutte sterminate dai nazisti”.
La sua era la più ricca. Venti polli, 2 vacche, e soprattutto la terra, garantivano cibo per tutto l’anno.
Cibo buono, pane buono.
Poi, con la guerra, iniziarono le persecuzioni. Prima suo padre, poi lui e suo fratello, finirono in galera. Quello che lo interrogava ogni due ore era il suo ex professore di ginnasio. Il fratello finirà ad Auschwitz con lui. La famiglia di Ludvik è stata quasi completamente sterminata. Per il fratello ha voluto una tomba nel Getsemani, così come per lui, per riposare in pace in Israele.
Sposato, 4 figli tutti residenti in Canada, crede nel trascendente e ci tiene a dire che ha avuto la visione di Carbonana 10 anni prima che acquistasse il castello.
Una vita senza tregua ed una svolta. Con alcuni ebrei polacchi decise di investire “quei pochi dollari che ci diedero una volta fuori dal lager; sa sapevo speculare col denaro”; diverranno nel giro di 3-4 mesi 3 milioni e mezzo di dollari.
Decide, ricco sfondato, di dare significato alla sua vita.
I soldi da soli non bastano a riempire l’esistenza.
Lee decide così di recarsi in Cecoslovacchia, a Praga, frequentando la facoltà di giurisprudenza, ma non si ambienta. Un anno dopo inizia medicina. Nel ’49 è costretto di nuovo a fuggire perché i russi entrati in Cecoslovacchia non tollerano la presenza di ebrei nel loro suolo. Giunge a Trani, deciso a partire per Israele,ma si lascia convincere a restare in Italia. Una borsa di studio l’aiuta a laurearsi in medicina a Torino, sostenuto da una coppia che in concreto l’adotta. Oggi continua a fare la spola tra Toronto e Gubbio, che ha eletto e luogo irrinunciabile per il relax.
La sua è una lunga storia fatta di momenti terribili e dell’agiatezza del dopoguerra. Nel racconto ci sono frammenti di vita vissuta che non si augurano al peggior nemico.
Nel 1942 è prelevato dalla Gestapo e portato in prigione. Nel febbraio del ’44 viene trasferito con un treno ad Auschwitz.
L’immagine? Stipati come sardine: 35 vagoni portavano 3.500 anime. Dopo 3 giorni di viaggio giungono davanti ad un enorme edificio che vomitava fiamme alte più di 30 metri. C’era un maleodore insopportabile di carne.
Chiesta la ragione di quello strano maleodore,non ci fu esitazione nel replicare che quella era una fabbrica di colla per scarpe.
Tutti dovevano scendere dai vagoni senza bagagliaio.
La fila si svolgeva davanti ad un bellissimo ed implacabile ragazzo, ricorda con sarcasmo Staub, che prendeva il nome di Mengele. Vengono da, lui smistati chi a destra e chi a sinistra.
Nel frattempo giunge la notte.
Sono spogliati; disinfettati con una schiuma, poi si vedono radere a zero i capelli. Fatta la doccia, danno loro dei pigiami. E’ eseguito il tatuaggio: A-9555.
“Delle 3.500 persone in quel treno-racconta Staub- solo in 150 sono sopravvissute”.
Dopo aver passato due giorni senza bere, vengono assegnate delle baracche e richieste persone per lavorare. Finiranno in una miniera di carbone.
Dodici ore di lavoro il giorno per un pasto. Zuppa con bietola ed un tozzo di pane. Erano in 3.500. Rimarranno un pugno dopo 6 settimane.
Prelevati di nuovo, sono portati nel campo Auschwitz numero 3. E’ importante capire che Auschwitz non è stato un campo di sterminio solo ebreo. In proporzione, dei 4ml e mezzo di morti, due erano sì ebrei, ma due milioni e mezzo d’altre confessioni religiose.”
Lavorò lì sino al 18 gennaio ’45. I sopravvissuti vengono di nuovi spostati. Per 12 giorni camminano senza toccare né acqua né cibo. Giungono nel campo di Ranienburg: temperature –20 gradi sotto zero, è intimato loro di spogliarsi nudi e di rimanere sull’attenti.
Molti moriranno la notte stessa.
Tre giorni dopo, spostati in un altro campo, verranno salvati dagli americani.
Lee mai ha dimenticato quel passato così crudo. Ha fatto la sua strada, brillantissima, negli studi, fino ad apprendere almeno 8 lingue ed esercitare con successo la professione di medico, a Toronto, in Canada.
E’ membro dell’Academy of Science di New York.
Ora sta terminando di scrivere un saggio d’economia politica. Ne è passata di acqua sotto i ponti.
I ricordi sono incancellabili, nel bene e nel male. La vita gli ha riservato tanto altro, però! Quando gli stringo la mano e me ne vado, penso a quegli anni in cui il gran film della vita faceva scorrere in bianco e nero la follia della dittatura di cui Staub è stato testimone.




Eugenio Bei Clementi Gubbio, Burano e il rancore verso l'Italia

Eugenio Bei Clementi ha il viso florido e la risata grassa di un francese! Gli chiedo un’intervista e lui risponde: “ E come no! Però facciamo adesso, perché prestissimo ritorno in Francia ed ho tempi stretti”.



Anzitutto dimmi qualcosa di te, Eugenio.
Guarda: sono nato a Caibelli, Burano nel ‘38.Quando ero poco più che un adolescente sono andato in Abruzzo, arruolato da un tale per smacchiare le traverse nel Gran Sasso. Vivevamo in baracche costituite con rami d’albero intrecciati tra loro. Il cibo c’era spedito attraverso le teleferiche. Non era uno scherzo. La vita era dura. Per raggiungere il primo paesino impiegavo 2 ore a cavallo(!).

Il padrone mi doveva circa 44.000 lire, dopo circa un anno e mezzo di lavoro, mentre andò a finire che io uscii da questa storia a becco quasi asciutto e per giunta mi vidi sequestrare i muli,di proprietà di quel tale, perché a quanto pare era una persona poco chiara. Capii che la mia avventura nel Gran Sasso era terminata.



Così una volta a casa…
Mi sono annoiato poco, per la verità. Ho subito cercato di trovare un lavoro per quanto modesto potesse essere. Avevo persino chiesto aiuti; non le chiamerei raccomandazioni…Ma non si mosse niente. Nel frattempo, mio fratello era andato in Francia per lavoro e su mia richiesta inoltrò domanda per me. Dopo circa 40 giorni fui chiamato a Perugia per la visita; poi a Milano. Ci passai un giorno ed una notte. La mia prima notte trascorsa in una caserma.



E dopo?

Dopo partimmo col treno. Destinazione Villerupt, M-M. Est della Francia.



Cosa hai trovato? Come sono stati i primi giorni?
Abbiamo alloggiato in un primo momento in 13 in due camere con lavandino ma senza gabinetto-quello era fuori!-

Ho subito preso a fare il muratore specializzato; ricordo mi fecero fare un test per vedere se effettivamente ero capace di costruire. Dovevamo costruire l’angolo d’un muro. Ho svolto questo lavoro per 2 anni. Lavoravamo dalle 10 alle 13 ore giornaliere. Io però sentivo che quella non era la vita che volevo.



Che cosa ti aspettavi?

Una retrocessione-sorride di gusto, Eugenio- voluta! Volevo entrare in fabbrica, condurre una vita più serena e così ho fatto.



Ti sei sentito realizzato…

Sì. Mi sono occupato del montaggio pali. Era quello che volevo.

Però non mi sono fermato lì. Nel ’71, vista la vicinanza di Villerupt col Lussemburgo, ho colto l’occasione per andare a lavorare fuori del confine francese. Ho smesso nell’88.



In genere chiedo sempre agli emigranti quanto percepiscono di pensione, cosa fanno i loro cari…
Non ho problemi nel dire che prendo 1600 euro al mese. Ho una moglie splendida di origini italiane, anche se lei è nata in Francia. Uno dei miei figli ha una ditta di impianti di condizionatori d’aria. Un’altra lavora in un gran magazzino.

Entrambi in Lussemburgo.



Cosa pensi dell’Italia?

E’ come l’ho lasciata 47 anni fa! Ha tutti i difetti di allora. E debbo ammettere che il governo italiano nonostante con ciascuno di noi intascasse soldi per poter risollevare le sue finanze disastrate dopo la seconda guerra mondiale, ci ha spedito all’estero privi di dignità. Non ha mosso parola per farci trovare, non dico in una situazione abbiente, ma in un contesto più umano, quello sì. Ci sono volute le grandi disgrazie, vedi alla voce Marcinelle, per scuotere le coscienze. I morti fanno notizia. Chi annaspa e lotta ogni giorno, pur essendo figlio italiano, all’estero, può scordarsi aiuti dalla sua Patria.





Parole dure…Ma vere! La Francia pagava 4 kg di carbone al giorno all’Italia, per ciascuno di noi. Mi pare significativo.



Senza dubbio. Eugenio, ti senti soddisfatto?

Rifarei tutto. Sono felice della mia vita di adesso. Torno in Italia due volte all’anno. Vivo sereno in Francia ed ho realizzato appieno il mio progetto di vita!
















Bert e Connie Grayson: due americani a Caifiordi

Bert e Connie Grayson sono due miei specialissimi vicini di casa. Sono americani; vivono a West Memphis, nell’Arkansas, ed hanno acquistato a circa due chilometri da Morena, in una località che prende il nome di Caifiordi. Un luogo molto emozionante e carico di storia.

La strada impervia ed imbrecciata che mi accompagna verso Caifiordi vecchio è densa di suggestioni, e si staglia su un panorama romantico, composto da fascinose e prospere colline, da un cielo d’un azzurro terso, in certi casi “spruzzato” da un po’ di nuvole bianche e paffute.

L’odore di lavanda m’investe appena scendo dalla mia automobile. La casa in pietra di Bert e Connie ha una storia profonda. Sappiamo che il proprietario più influente fu un tale Ubaldo, nonno dell’attuale proprietario del bar di Morena, Ubaldo Brunelli. Da un po’ d’anni a questa parte venne acquistata da un tale residente in Veneto che la riaggiustò, ridandole il vecchio smalto d’un tempo; passò poi di proprietà ad un insegnante tedesco, che infine la vendette a Bert e Connie, che, no, proprio non hanno alcuna intenzione di mollare il nostro luogo, ma che anzi!, lo hanno scelto per il loro futuro.

Sorseggiando una coca-cola, Connie mi spiega che “qui può ritrovare l’equilibrio che in America, manco se volesse, potrebbe in alcun modo raggiungere. Parliamo di quella semplicità e di quella normalità che nel nostro Paese sta scomparendo.”.



Qual è il tuo lavoro, Connie?
Ricopro la carica di pubblico ministero, in America. Ed è dura, mi devi credere! Lavoro moltissime ore durante la settimana, anche se ora va un po’ meglio. Io sono originaria dello Stato del Kentucky, uno dei più antichi, e faccio parte di una famiglia d’avvocati. Dopo essermi sposata, per esigenze di lavoro mi sono trasferita in Florida. E lì lavoravo sodo, anche 60 o 70 ore per settimana.

La mia felicità è avere la consapevolezza di avere un luogo speciale in cui potermi rifugiare come questo, che mi riempie il cuore di gioia e di serenità.



Quali sono i tuoi hobbies?
Nel tempo libero adoro leggere; ho passione per l’arte. Amo tutto ciò che è bello ed armonioso. Adoro preparare begli oggetti in ceramica; mi rilassa dipingere.



Bert, parlami di te…
Sono nato nello stato del New Haven. Ho 64 anni. Per diverso tempo ho lavorato in un giornale; poi sono entrato a far parte di una grande società di New York. La sede della mia azienda era a Houston, in Texas.Mi sono occupato, stando nell’area della vice-presidenza di dare in leasing a molte aziende come Avon e Tupperwear, flotte di automobili e camion. E’ stato un lavoro gratificante. Ora sono in pensione e lavoro part-time in una concessionaria di un mio amico che vende automobili di lusso. Ed ho ricominciato a scrivere per un giornale di automobili.



Perché l’Umbria?

Io e mia moglie Connie volevamo poter acquistare una casa in un luogo che fosse speciale. Un posto dove la tranquillità facesse da leit-motiv allo scorrere delle nostre vite.

Eravamo incerti sulla scelta. La scelta poteva cadere benissimo in uno stato americano. Ma sinceramente, avendo girato in lungo ed in largo il nostro Paese, abbiamo creduto che fosse più opportuno qualcosa di più speciale, di unico. Abbiamo trovato la casa su internet.



Voi siete molto ospitali…
Sì; amiamo la compagnia e vogliamo che la nostra casa possa essere aperta ai nostri amici e possa presentarsi un luogo distensivo in cui poter leggere un buon libro, giocare a scacchi o dipingere.

Vogliamo che la nostra casa possa trasmettere e dare amore alle persone che la visitano.

Siamo molto amichevoli.



Quanti figli avete?
Cinque.



Siete felici?
Qui è impossibile non esserlo!