martedì, gennaio 26, 2016

Le ultime dal mondo pittorico di André Durand

André Durand: la sua pittura, forte, visionaria, mai passiva agli eventi. Colori accesi, vivaci, decisi. Di origini irlandesi, canadese anche se specifica "Mia nonna era della Bretagna. C'è sangue  francese nelle mie vene" nasce a Ottawa, capitale del Canada.

Londinese d'adozione perché è lì che è nato artisticamente, italiano per la viscerale passione per l'arte che lo nutre e lo tiene vivo.

"Non posso smettere di dipingere. Starei male. Penso d'essere stato lontano dalla pittura per non più di un mese nella mia vita. Per me dipingere è come respirare".

I primi precoci passi...

"Il primo dipinto l'ho fatto a 4 anni. Era un pirata. I miei avevano la passione per la pittura. Me l'hanno trasmessa. Mio padre poi mi ha fatto amare l'anatomia da subito. Avevamo tanti libri di pittura a casa nostra e papà insisteva: André mi diceva, devi dipingere i tuoi piedi, le tue mani e altre parti del corpo guardandole da diverse prospettive e angolazioni. Mi comperò un sacco di libri di anatomia per studiare e per rappresentare la più grande opera di questo mondo: il corpo umano".

Durand ricorda il primo nudo che vide: "Stupefacente. Il David di Michelangelo".

Ha rappresentato molti nudi. Davvero suggestivi. Modelli, ballerini...

Sì. Il nudo per me è la base dell'arte. Lo è sempre stato. Sin dall'antichità con i Kuroi greci ci fu l'intuizione che il bello partisse dal corpo. Il nudo in realtà non è un simbolo sessuale. Questo è l'errore che spesso viene fatto.
Nell'antichità per rendere perfetto un nudo venivano utilizzati sei-sette modelli.

La definisce "un demone" la ricerca sulla figura maschile che il Maestro avrebbe perseguito in seguito.

Mi ha preso da sempre. I più bei ricordi dei miei studi di anatomia risalgono a L’ecole des Beaux Arts. La figura maschile non è solo oggetto di ammirazione ma accoglie. Il corpo di un uomo è energia, estasi, vulnerabilità, dolore virilmente sopportato. Vedo un maschio più forte se è nudo, spogliato delle sue vesti.  Il maschio nei miei lavori è serio, nobile. Guerrieri, pensatori, operai. Non c'è compiacimento per le forme maschili e se c'è è funzionale alla scena rappresentata.

Durand non ha dubbi.

Considero i nostri corpi la realizzazione più bella che Dio ha creato. Pensi: avevo otto anni quando ho fatto il mio primo nudo. E quando ne dipingo uno trasudo gioia da ogni poro e penso d'essere Dio. Le par poco?"


Precoce in tutto, l'adolescente Durand va a studiare presso una delle più prestigiose e creative realtà canadesi: "L'Ecole des beaux-arts de Montréal et Paris" e dipinge allora 17enne 

per l'esposizione annuale degli studenti un Arlecchino che attrae una bellissima ragazza.

Ludmilla. È stato un amore di gioventù. Voleva conoscere l'autore di questo quadro. Mi ritrovai di fronte questa bellissima ragazza greco-russa che mi faceva i complimenti. Mi sentii toccato nel profondo. Ci mettemmo insieme e finimmo per sposarci.

Gli amori di gioventù spesse volte non reggono e le diverse aspettative dei due creano un solco profondo che spingerà André a Londra e Ludmilla a creare l'azienda Agricola Biologica  Casa Raia, in
Toscana, che, mi spiega Durand produce il Brunello.


Le  posso confermare che è ottimo perché una volta acquistai il Brunello che produce Ludmilla per una cena tra amici.


André Durand ricorda gli anni a Londra e l'incontro con il ballerino del Royal Ballett Julian Hosking
Strinsi subito dei rapporti con i ballerini della compagnia del Royal Ballet. Volevo dipingerli per una mostra storica organizzata da un grande patrono a Terpschore. Così feci amicizia con Julian Hosking, che avrebbe poi avuto un'enorme influenza sulla mia vita e sulla mia arte. Con Julian ho condiviso la casa londinese per sei anni. Era un tipo impegnato. Assieme abbiamo visitato moltissimi musei in giro per il mondo e siamo andati a assistere a opere liriche ovunque: dalla Fenice di Venezia alla Scala di Milano. Sa, Londra per me ha significato una nuova complessità della vita e una ricchezza di esperienze indicibili.

Julian facendo parte del Royal Ballett fece conoscere a Durand il grandissimo e compianto ballerino e coreografo Rudolf Nureyev.


Rudolf,  è stato davvero un faro luminoso per l'umanità.
Era molto ospitale e le sue sontuose cene a Richmond e Quai Voltaire a Parigi partecipate da tutte le stelle del momento. Una volta siamo andati, io e Julian a fare shopping con Rudolf per acquistare quadri di nudi maschili. Un tipo di dipinto che nessuno voleva a quei tempi.
Rudolf comperò un piccolo quadro per un rpezzo modico. Era così felice. Sembrava avesse rubato la Gioconda. Si affrettò a tornare a casa per poterlo appendere. Questo insignificante, piccolo dipinto appoggiato ad un tavolo nel suo splendido appartamento sembrava un capolavoro.


Un suo quadro completato più di un anno e mezzo fa e ritraente Papa Giovanni XXIII dovrebbe essere, anticipa Durand in mostra forse presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli dal 28 aprile prossimo.

"Sarà esposto assieme a quello di San Giovanni Paolo II. Sarà importante recarci tutti a Roma per il Giubileo. Dobbiamo testimoniare che siamo cristiani. Ora ancora di più dopo i fatti di Parigi del 13 novembre. ".

Come è nato il quadro di San Giovanni XXIII?


"Il parroco di Santa Maria del Popolo mi chiese se fossi interessato a dipingere il Papa Buono. Risposi che sì, senz'altro potevo essere interessato sebbene avrei voluto vedere la salma del Papa per attirare su di me le sensazioni che questa mi avrebbe ispirato. Devo vedere il soggetto per catturarne le vibrazioni e le sensazioni. Il giorno stesso che ricevetti la telefonata con un'amica mi recai in Vaticano per osservare la salma di San Giovanni XXIII. Mi ha affascinato subito".

Ha utilizzato il corpo imbalsamato del Papa per dargli vita.


Quella salma...Come se il Papa stesse dormendo in realtà. Nel mio dipinto ho "visto" San Giovanni XXIII in procinto di morire. Potremmo parlare di rinascita. Entra nella sua nuova vita con pelle luminosa e mani giovanili.
Penso che il piccolo libro che stia sfogliando e che potrebbe  continuare a leggere negli anni a venire sia un libro di poesie: il Cantico Spirituale di San Giovanni della Croce. Non è una Bibbia.

Durand fa notare altri particolari


Il fatto che San Giovanni XXIII sia disteso in cima a una roccia, quella di San Pietro è  importante. Avete notato il verde alla base della roccia? Forse è stata allagata. Forse verrà inondata di nuovo. Un sottotitolo per questo ritratto postumo potrebbe essere "Il non manifesto".

Il Papa e la sua mente.

"Come può osservare dalla mente del Papa esce un corpo sinuoso.
La sua anima sta lasciando il corpo. L'ho pensato ritornato giovane e senza dolori. Forte e vigoroso. Bello e slanciato. La perfezione. Una perfezione capace della leggiadrìa e della spensieratezza che la vita ci toglie mano a mano che continuiamo il nostro percorso terreno. La vita capace di appesantirci non soltanto fisicamente ma soprattutto spiritualmente.
Nel mio dipinto ora l'anima del Papa può uscire fuori dal corpo libera, priva di costrizioni, sofferenze e tornare snella, bella, pura e allegra a danzare felice perché sgombera dalle fatiche e dai pensieri che l'attanagliavano prima. Mi sono ispirato al ballerino Roberto Bolle. Il quadro è in proporzioni naturali così come quello di San Giovanni Paolo II".


Durand poi osserva: "Ho creato dipinti di due Santi Papi. Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II! Non Ë da tutti".

Parliamo di Papa Giovanni Paolo II

Era un uomo solitario. Questa la mia impressione. Una volta il Papa mi invitò alla canonizzazione di Padre Massimiliano Kolbe. Ero in compagnia di Franco Zeffirelli quel giorno.
Mi ritrovavo non distante da Madre Teresa di Calcutta. Però Madre Teresa mi osservava e mi continuava a osservare persistentemente. Alla fine mi pregò di avvicinarmi e sedermi accanto a lei così lasciai Zeffirelli per farle compagnia. Madre Teresa aveva con sé una bustona immensa piena zeppa di roba. Al momento della comunione mi chiese di tenergliela. Lei faceva la comunione prima di noi, infatti. Sbirciai. C'era di tutto. Oggetti di valore come orecchini, orologi, gemelli. E poi soldi, tanti soldi. Pensai: adesso scappo via con questo malloppo e sto bene per tutta la vita! Madre Teresa mi fornì lo spunto per fare il quadro: "La Comunione di Madre Teresa". L'ho fatto su ispirazione della mia Musa. Nessuno me l'aveva commissionato però lo vendetti all'istante.

Lei ha dipinto San Giovanni Paolo II


Sì. Con San Giovanni Paolo II andò
così: a Londra Andrew Stanislaus Ciechanowiecki storico d'arte polacco, filantropo, collezionista d'arte, nonché membro di spicco del Sovrano e Militare Ordine di Malta - sua madre Matilde contessa Osiecimska-Hutten Czapska era una guida spirituale di Papa Giovanni Paolo II - chiese agli addetti ai lavori chi potesse essere in grado di fare un ritratto di San Giovanni Paolo II. Cecil Gould, direttore della collezione di dipinti italiani della National Gallery di Londra non ebbe dubbi e disse: "C'è solo un pittore che può ritrarre Papa Giovanni Paolo II. Questi è André Durand e per due ragioni: può immedesimarsi e inoltre è cattolico".
Così Andrew Stanislaus Ciechanowiecki mi commissionò il ritratto ufficiale del Papa e preparai un primo bozzetto per mostrarglielo.
Avrei voluto usare come ispirazione il Giulio II di Raffaello ora alla National Gallery di Londra. Una volta in Vaticano però per la prima udienza, ciascuna di venti minuti, il Papa non si presentò come avevo richiesto. Posò in bianco e non in rosso e fece così anche durante la seconda udienza.
Una volta a Londra Andrew Ciechanowiecki mi chiese come stesse andando con sua Santità e io espressi il desiderio di avere una terza e decisiva udienza con il Papa. San Giovanni Paolo II posava in bianco e io lo vedevo in...rosso. Ribattè: ma insomma, è il Papa, Durand! E io gli risposi che André Durand aveva bisogno di una terza udienza. In venti minuti fissammo l'appuntamento. Tornai a ottobre a Roma e completai il ritratto".

André Durand parla dei suoi trascorsi a Londra tra il jet-set e la casa Reale.


"Grazie a uno dei miei più cari mentori, un'ottima guida per me, giovanissimo, Charles Ritchie, amico intimo dei reali, ho conosciuto alcune personalità londinesi di spicco. Da Mick Jagger fino alla Regina Elisabetta e alla principessa Margherita".
 
Durand lei ha però nel cuore Lady Diana.

"La principessa Diana...Con lei eravamo vicini di casa a Kensington. Quando portavo fuori il mio cagnolino si fermava sempre a fargli delle coccole. La sua morte è stata devastante per me. Due giorni dopo dipinsi un suo ritratto che ho chiamato semplicemente Diana che terrò per sempre con me. Ci ho messo un giorno a farlo. Quando la principessa Diana è morta stavo tornando a Londra con un amico quando sentimmo alla BBC che c'era stato un terribile incidente stradale a Parigi".

Era il 31 agosto 1997, la principessa Diana aveva da pochi minuti lasciato assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed l'Hotel Ritz di Parigi dove stava alloggiando. Assieme a loro Henry Paul, l'autista e Trevor Rees-Jones la guardia del corpo della famiglia Al-Fayed. All'ingresso del tunnel di Place de L'Alma l'autista sbandò e urtò contro un pilone. La principessa Diana morì poche ore dopo a seguito delle ferite interne riportate.

"Per sei settimane la strada della mia casa di Kensington fu  chiusa al traffico. C'erano migliaia, migliaia di fiori, oggetti, candele accese per la principessa Diana. Il mondo non è stato più lo stesso dopo la sua morte."

Conoscente di vecchia data della principessa Diana la prima volta che la incontrò fu quando  trascorse un fine settimana invitato assieme a un gruppo di persone. Tra  queste la giovanissima Diana Spencer promessa sposa del principe di Galles. La location una grande magione della campagna inglese. "Una nostra consuetudine questa dei week-end in bellissime località della campagna inglese. Quella volta fummo invitati nel Wiltshire, vicino Stonehenge. La conobbi lì".

André Durand apprezzava della principessa il bel profilo classico
 
"I suoi occhi erano di un azzurro ceruleo e la sua pelle bianca, luminosa".  Il Maestro considera Diana "Una presenza femminile di grande rilevanza per la storia. Aveva un modo tutto suo di porsi davanti alla gente. Era naturale e arrivava con simpatia al popolo".

Lei ha dipinto un quadro raffigurando allegoricamente Il matrimonio di Lady Diana. Molto malinconico. La  principessa non ha lo sposo accanto a sé.


"Il giorno che la principessa convolò a nozze con il principe
del Galles non ero in Inghilterra. Mi trovavo a Nazaré in Portogallo con degli amici. Comunque  assistemmo al matrimonio e una volta in spiaggia notai un'altra coppia di freschi sposi locali che stava posando per delle foto matrimoniali. Mentre questa coppia posava, sono sbucati dall'oceano dei pescatori".

Il quadro è interessante però anche per altre ragioni.

"La principessa Diana porgerà  la mano non al futuro marito Carlo
principe di Galles ma a un bambino che arriva su una nave egizia. Il bambino misterioso le porgerà una rosa".

Durante i suoi trascorsi italiani lei ha ritratto il marchese Emilio Pucci di Barsento una delle personalità più versatili in campo stilistico e politico che abbiamo avuto.


"Sì, che personaggio quel signore! Accadde quando abitavo ad Anghiari e facevo molti dipinti per le famiglie benestanti della città così come per quelle fiorentine. Il marchese Pucci di Barsento mi chiamò dicendomi: "Maestro, sono disponibile" perché voleva gli facessi un suo ritratto a cavallo. Aveva un giovane stallone ungherese che aveva comperato da poco tempo. Così in una plumbea, fredda, grigia giornata fiorentina mi recai a Palazzo Pucci a Firenze. Quello che mi colpì fu il viso perlescente del marchese. Gli chiesi come mai mesi prima avesse sfilato per un corteo storico assieme a un cavallo, giovane e di temporamento che poi l'avrebbe fatto cadere e lui mi rispose: "Il mio stallone ungherese era appena arrivato". Parlavamo sempre in inglese e mi chiamava Maestro. Era una personalità rinascimentale. Un uomo di piccola statura, ma con un profilo nobile, alla "Tiziano" per intenderci. Mi chiese se per posare avrebbe dovuto indossare dei costumi e io gli risposi: no solo il cappello. A gennaio il dipinto era pronto. Glielo portai a Firenze e lui: "Mi compiaccio per il suo lavoro".

Durand ammette che ci sono soggetti che non lo ispirano.

La mia Musa non vuole dipingerli.

Con Isabell Kristensen, fashion designer la Musa non ha fatto storie, però..

L'ho conosciuta grazie a una nostra amica comune: un'amica principessa polacca durante una cena a Chelsea, Londra. In tutto ho realizzato dodici quadri con lei. La signora Kristensen ha uno spiccato senso del glamour.  Gli abiti con cui posava,importanti e sfarzosi. Alta e statuaria ha voluto posare anche con i suoi quattro figli.


Ascolta sempre musica quando dipinge. Che genere?


Da Mozart a Handel, da Carpentier a Carlo Gesualdo, da Verdi a Richard Strauss. Ascolto musica contemporanea degli anni ottanta come i Pink Floyd o i Bronsky Beat, Freddy Mercury o Annie Lannox (che tra l'altro è stata a lungo una mia vicina di casa) ma in auto però, non quando dipingo una tela. Non mi chieda di ascoltare le canzoni più recenti perché non ce la faccio. La musica di strada napoletana mi attrae perché esprime ogni emozione anche la violenza. Amo la dolce malinconia del Fado portoghese.
            
Poi Durand spiega il valore assoluto o relativo di un cantante.

Ci sono gli immortali. Arie che canteremo o ascolteremo per sempre. Verdi, Puccini, Beethoven, Wagner. Ci sono artisti che sono fuori dello spazio temporale e che sono scivolati nella più piena e meravigliosa immortalità con le loro opere.

Quali sono gli immortali nella pittura?


Leonardo per primo, il più  popolare al mondo e poi Tiziano, Rosso Fiorentino, Pontormo e Rubens per citarne altri. Tutti quei pittori che ancora oggi nonostante siano vissuti centinaia di anni fa hanno tanto da dirci.


Quando Durand ricevette la prima chiamata per dipingere Papa Giovanni Paolo II al tempo stesso un altro grande capo spirituale si fece vivo con lui.


Sì, il Dalai Lama. La nostra famiglia è cattolica ma mia mamma fu felicissima  quando gli comunicai la notizia perché seguiva con calore anche questo capo spirituale. Quando mi chiesero se volessi dipingere il Dalai Lama risposi che sì, non c'erano problemi per me. Il mio contatto? Pietro Francesco Mele nobile romano cavaliere di Malta e fotografo appassionato di Tibet e Buddismo. Ha scritto molti libri sull'argomento, sa? Viveva in via degli Orologi a Roma. Mi comunicò che il Dalai Lama era ospite nel suo palazzo e che dovevo recarmi a Roma. Immediatamente. Non persi tempo. Presi il primo aereo disponibile e in un battibaleno fui nella capitale. Mi portarono nel chiostro del convento vittoriano di Sant'Anselmo per la prima sessione. Erano le 5:30 di mattina. Sant'Anselmo all'Aventino non è una chiesa vecchia, avrà cento anni. Roma era così bella e che luce dorata quella mattina di settembre... Suggestivo ritrovarsi in mezzo ai monaci tibetani.

Com'é il Dalai Lama?


Trasuda  gioia senza fine, felicità, luce e un grande senso di calma e di spiritualità".




André  Durand, l'uomo della Santità raffigurata su tela, ma anche l'uomo visionario che prima di tutti ha capito il futuro di certe persone ha un suo sogno ancora irrealizzato?
"Sì, sì molti, ma per il momento vorrei realizzare un dipinto  pagano con Monica Bellucci e Roberto Bolle. Li vedo entrambi nudi.
Bolle, nel pallello di destra, la Bellucci alla sua sinistra come Marte e Venere. È interessante come entrambi questi superbi artisti italiani abbiamo utilizzato il loro corpo per dare vita all'arte. Alla più alta espressione artistica nel settore professionale che hanno scelto.


Durand ammette che aver creato i dipinti di questi, come li chiama lui scherzosamente "Direttori della Vita Spirituale" ha cambiato la sua vita in meglio e sottolinea quella che è la sua vocazione per l'arte.


Cerco sempre di scegliere soggetti tradizionali e familiari che possano essere letti in un'ottica oggettiva e contemporanea. Le mie idee sono ispirate da artisti neomoderni come Leonardo o forse Tiziano e dalla vita di oggi. Per me è importante tanto il soggetto di un quadro quanto il messagio che porta con sé. La mia pittura inoltre è per tutti, senza parole, senza esplicazioni. Vede: il quadro ha un'anima. L'anima è l'idea, il corpo sono i colori che daranno forma all'idea donandole concretezza visiva.

La tecnica utilizzata


Sento una ricerca ed un lavoro continuo di autodiscipplina pittorica passando per l'incorporazione di motivi e ispirazioni che provengono da tutte le correnti antecedenti e contemporanee a questa manciata di anni fra i due secoli. Il mio è un rifarsi costante ed arricchito dalla tradizione. Lo studio passa attraverso l'esperienza del provetto fotografo che poi può  lasciarsi andare sulla tela. Prima di tutto, l'ho omesso perché mi sembrava implicito, l'uso del disegno mi colpisce molto.


La tragicità di un evento rappresentato spesso nei suoi quadri è smorzata dai colori vivaci.
Tento di equilibrare i colori così da creare una commistione che permetta di bilanciare i sentimenti. Da quando vivo in Italia trovo che i miei colori siano ancora più ricchi e vibranti. La pittura per me significa uscire da questo mondo di tragedie tanto se rappresento il dolore quanto se mi rapporto a un evento felice.


Anna Maria Polidori








domenica, gennaio 24, 2016

Il caso Spotlight questo week-end nei nostri cinema


Boston  recentemente è stata protagonista di alcune tra le storie più scottanti delle ultime decadi: le vicende criminali di Jimmy "Whitey" Bulger portate sullo schermo da Johnny Depp con Black Mass (peccato Johnny per la nomination mancata) e il caso dei preti pedofili trattato dal dipartimento investigativo del grande quotidiano: Spotlight.

Sei nominations agli Oscar, Michael Keaton, Mark Ruffolo tra gli interpreti di un film che vi farà capire che cosa voglia dire giornalismo investigativo allo stato puro.

Nel 2001 un primo articolo uscito come sempre deciso, puntuale e forte nel Boston Phoenix lancia un primo attacco contro il primo prete pedofilo preso in esame: Geoghan.

La leggenda vuole che non si sappia con esattezza se la notizia di questo pezzo  giunse agli occhi e alle orecchie del Globe.

Fatto sta, nuove menti arrivano nella newsroom del Globe portando un vento di freschezza e temerarietà, senza alcuna sudditanza verso i cosidetti poteri forti. Questo fa sì che il Boston Globe prenda in esame la storia dei preti pedofili trattandola con il team devoto alle investigazioni: Spotlight.

Le perplessità? Molte. Paura di perdere abbonati, Boston è una città cattolica...Chissà un'inchiesta così dove porterà?
Una sola la risposta: cominciare e poi andare avanti. Tirare dritto senza mollare.

L'inchiesta è stata una vera salvezza.

600 articoli dopo, oltre 220 preti riconosciuti pedofili nella sola città di Boston, il primo pezzo  scritto all'inizio di gennaio 2002 al termine di quel primo anno di inchiesta il cardinale Law avrebbe rassegnato le dimissioni dal suo incarico in Vaticano.

Il Globe nel frattempo apprende con sconcerto che il problema coinvolge centinaia di altre città sparse in tutto il mondo.
Un terremoto per la Chiesa Cattolica e la sua credibilità.

Prima di Spotlight un film che fece storia sul giornalismo investigativo fu Tutti Gli Uomini del Presidente basato sulla storia reale dell'inchiesta investigativa seguita da due reporters Carl Bernstein e Woodward del Washington Post.

In questo caso l'inchiesta che giunse alla sua maturità piena nel 1973 avrebbe portato alle dimissioni del presidente Nixon nel 1974.

Tutto ebbe inizio con un...nastro adesivo finendo con un altro nastro, stavolta registrato.
Sintetizzando ;-) quello del Watergate è tutta una storia di nastri.
Capirete perché.
State a sentire.


È il 17 giugno del 1972 quando, il suo nome è passato alla storia, Frank Wills una guardia di sicurezza del complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington vede che c'è del nastro adesivo in certi luoghi del parcheggio sotterraneo. Lo toglie e in seguito ce lo ritrova perché qualcuno ce lo ha rimesso dopo il passaggio della ditta delle pulizie.

La faccenda è curiosa e Wills non perde tempo.
Contattata la polizia vengono arrestati cinque uomini. La causa: essere entrati nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico sito al sesto piano di un edificio che si trova a un tiro di schioppo dal Watergate Hotel.

Da lì a poco l'idea che forse c'è una connessione tra gli scassinatori e gente vicina al Presidente a causa dei nomi delle persone coinvolte.

Il portavoce del presidente comunque smentisce tutto e l'elettorato forte della considerazione che ha di Nixon non crede ci siano connessioni.

Intanto il procuratore indaga e scopre che uno di questi signori ha ricevuto pagamenti dal CRP.

Nel frattempo i reporters Bob Woodward e Carl Bernstein si gettano  a capofitto sul caso.

Non che i primi pezzi siano esaltanti. Riportano sostanzialmente quello che sa l'FBI, la polizia, ma mantengono vivo l'interesse su una vicenda che in caso contrario si sarebbe sgonfiata e presto sarebbe finita nel dimenticatoio.

Poi all'improvviso i due fanno un salto di qualità e se ne escono fuori con una fonte segreta  che ribattezzano "Gola Profonda" e che aggiunge ancor più curiosità all'inchiesta.
I lettori continuano a seguire incuriositi.

Nel mentre succedono fatti alquanti incresciosi. La maggior parte degli scassinatori riconosciuti colpevoli.

Qualcuno comincia a pensare che dietro a tutto forse c'è proprio il presidente. Impensabile fino a quel punto un timoro del genere.

Viene scoperto che nell'Ufficio Ovale ogni telefonata fatta dal Presidente viene registrata. Il Presidente non ne è a conoscenza e a quanto pare, stizzito, tenta di bloccare la diffusione delle sue conversazioni.

Intanto per via di questi nastri il presidente fa licenziare con il cosidetto "massacro del sabato sera" del 20 ottobre 1973 diverse persone-chiave affermando poi, in un luogo di gioco e svago come Walt Disney World in Florida alla presenza di giornalisti e editori: "I am not a crook", "Non sono un truffatore".

Parte dei nastri consegnati, 18 minuti cancellati. Provato che il nastro viene cancellato appositamente e per nove volte Nixon è costretto a insediare un nuovo procuratore speciale. L'inchiesta continua.
Polemiche a non finire per via dei nastri che il Presidente vuole tenere per sé, alla fine la palla passa alla Corte Suprema il 24 luglio 1974.

I giudici pervengono all'unanimità a un fatto saliente: la richiesta di Nixon di voler tenere per sé i nastri come "privilegio dell'esecutivo" inammissibile.
Gli viene ordinato di consegnarli. Il 30 luglio Nixon consegna i nastri.

Intanto tanti uomini del presidente vengono condannati per aver ostacolato le indagini. La situazione si fa pesante per Nixon e s'arriva presto attraverso la Camera dei Rappresentanti a un possibile impeachment.
27 voti a favore contro 11. Le accuse: aver ostacolato il corso delle indagini, abuso di potere e ostacolo al Congresso.

Più tardi sbobinando i nastri, spunta fuori una cassetta risalente al 23 giugno del 1972. Il contenuto? Viene appreso che il Presidente avrebbe gradito che le indagini - quelle del nastro adesivo rinvenuto vicino agli uffici del Watergate Hotel rammentate e dei primi cinque uomini arrestati... - venissero ostacolate trasmettendo un falso comunicato stampa da parte della CIA all'FBI sulla necessità di copertura delle prove per motivi di sicurezza nazionale. La delusione più cocente per chi ancora sosteneva il presidente. Per il presidente questa pistola fumante l'inizio della fine e le dimissioni.

Due investigazioni partite da sospetti quelle del Globe e del Washington Post e che sono state in grado di cambiare il mondo.

Boston ha scoperchiato un tale marciume da far cambiare il volto, le gerarchie e la politica della Chiesa Cattolica di Roma. Non solo quella di Boston, badate, ma quella del mondo intero. Questa città bella, aperta, trasognante, cordiale, europea, è stata in grado di sconfiggere una terribile e orrenda piaga.

All'inizio nessuno al Globe avrebbe immaginato che la storia potesse coinvolgere tanti altri Paesi. Era una storia che veniva vissuta a livello locale ma che alla fine sollevò un problema terribile. Con Papa Ratzinger prima e Papa Francesco adesso la Chiesa tenta di cambiare volto.

Non conoscevo bene lo scandalo Watergate ma di recente ho visto una porzione di Tutti gli uomini del Presidente (il secondo tempo del film) e stasera mi sono documentata su Wikipedia.
L'inchiesta di Woodward e Bernstein portò all'impeachment del Presidente degli Stati Uniti e a un nuovo corso per la storia.

Non sono piccolezze queste inchieste e pongono in essere più di ogni altra cosa l'essenza stessa del nostro lavoro, la nostra eticità e la nostra consapevolezza del ruolo che ricopriamo all'interno di un tessuto sociale e verso gli altri. Rispetto, amore per il lavoro, dedizione, etica.

Possiamo chiudere gli occhi e non vedere le notizie per paura, per non riportare perché "tanto capirai" oppure ci puoi dare giù duro ricordando che questo è il giornalismo più bello perché toglie il respiro, ma  è vero, puro perché libero dai condizionamenti politici o di parte.

Toglie il sonno la notte e il giorno, il reporter diventa una trottola e un uomo o una donna che se prima svolgeva un lavoro appassionante ora entra a contatto con quella che è l'essenza più bella della sua professione: aiutare gli altri e la collettività come hanno fatto i reporters del Globe.
Se quest'inchiesta non ci fosse stata i preti pedofili ancora sarebbero lì a molestare bambini probabilmente. Ora questi ex bambini stanno tentando di diventare ottime persone. Qualcuno con più difficultà di altri, ma tutti stanno elaborando il lutto della loro infanzia strappata via nel modo più assurdo, orribile, orripilante, ingiusto e profondamente disgustoso.

Nixon avrebbe terminato il suo mandato presidenziale se due giornalisti un pò troppo curiosi non gli si fossero messi alle calcagna.

Certo: scordiamoci di affrontare storie così grosse  se siamo freelance oppure lavoriamo in piccole redazioni. Questo per noi freelance è un sogno.

Occorrono soldi, un team ampio, tutele legali forti.

Però ricordiamoci sempre che ovunque siamo, qualunque sia il  nostro angolino di mondo da coprire, tutti noi possiamo essere nel nostro piccolo dei reporters del Globe o del Washington Post, osservando, facendoci rispettare, tentando di raggiungere le persone, aiutando con la parola scritta o il mezzo televisivo la gente che ne ha più bisogno.

Riflettevo sulla bellezza di queste inchieste del Globe e del Washington Post. 

Non è solo la storia di un gruppo di reporters ma la storia di due quotidiani.

C'è senso di appartenenza, c'è l'orgoglio per la testata dove verrà riportata la notizia, amore per la professione, dedizione e c'è qualcuno che crede in te e a quello che stai facendo.

C'è supporto.

Quello è il tuo luogo.Un giorno ti hanno scelto.
Eri giusto per loro. Credono in te e lotteranno per quello che stai facendo con te, standoti vicino.
Pensavo  a quanto debba essere bello essere stimati e apprezzati dentro una newsroom grande che permetta ci sia uno sviluppo armonico della professione di reporter.

E poi vuoi mettere quando il direttore ti dice: "Vai fino in fondo. Ti dò carta bianca!"
Dio, che scarica di adrenalina. Certe emozioni non hanno prezzo!

;-)


Anna Maria Polidori



ps: sto poco bene spero domani di parlarvi più diffusamente dei reporters del Globe che hanno trattato il caso dei preti pedofili.