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domenica, gennaio 24, 2016

Il caso Spotlight questo week-end nei nostri cinema


Boston  recentemente è stata protagonista di alcune tra le storie più scottanti delle ultime decadi: le vicende criminali di Jimmy "Whitey" Bulger portate sullo schermo da Johnny Depp con Black Mass (peccato Johnny per la nomination mancata) e il caso dei preti pedofili trattato dal dipartimento investigativo del grande quotidiano: Spotlight.

Sei nominations agli Oscar, Michael Keaton, Mark Ruffolo tra gli interpreti di un film che vi farà capire che cosa voglia dire giornalismo investigativo allo stato puro.

Nel 2001 un primo articolo uscito come sempre deciso, puntuale e forte nel Boston Phoenix lancia un primo attacco contro il primo prete pedofilo preso in esame: Geoghan.

La leggenda vuole che non si sappia con esattezza se la notizia di questo pezzo  giunse agli occhi e alle orecchie del Globe.

Fatto sta, nuove menti arrivano nella newsroom del Globe portando un vento di freschezza e temerarietà, senza alcuna sudditanza verso i cosidetti poteri forti. Questo fa sì che il Boston Globe prenda in esame la storia dei preti pedofili trattandola con il team devoto alle investigazioni: Spotlight.

Le perplessità? Molte. Paura di perdere abbonati, Boston è una città cattolica...Chissà un'inchiesta così dove porterà?
Una sola la risposta: cominciare e poi andare avanti. Tirare dritto senza mollare.

L'inchiesta è stata una vera salvezza.

600 articoli dopo, oltre 220 preti riconosciuti pedofili nella sola città di Boston, il primo pezzo  scritto all'inizio di gennaio 2002 al termine di quel primo anno di inchiesta il cardinale Law avrebbe rassegnato le dimissioni dal suo incarico in Vaticano.

Il Globe nel frattempo apprende con sconcerto che il problema coinvolge centinaia di altre città sparse in tutto il mondo.
Un terremoto per la Chiesa Cattolica e la sua credibilità.

Prima di Spotlight un film che fece storia sul giornalismo investigativo fu Tutti Gli Uomini del Presidente basato sulla storia reale dell'inchiesta investigativa seguita da due reporters Carl Bernstein e Woodward del Washington Post.

In questo caso l'inchiesta che giunse alla sua maturità piena nel 1973 avrebbe portato alle dimissioni del presidente Nixon nel 1974.

Tutto ebbe inizio con un...nastro adesivo finendo con un altro nastro, stavolta registrato.
Sintetizzando ;-) quello del Watergate è tutta una storia di nastri.
Capirete perché.
State a sentire.


È il 17 giugno del 1972 quando, il suo nome è passato alla storia, Frank Wills una guardia di sicurezza del complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington vede che c'è del nastro adesivo in certi luoghi del parcheggio sotterraneo. Lo toglie e in seguito ce lo ritrova perché qualcuno ce lo ha rimesso dopo il passaggio della ditta delle pulizie.

La faccenda è curiosa e Wills non perde tempo.
Contattata la polizia vengono arrestati cinque uomini. La causa: essere entrati nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico sito al sesto piano di un edificio che si trova a un tiro di schioppo dal Watergate Hotel.

Da lì a poco l'idea che forse c'è una connessione tra gli scassinatori e gente vicina al Presidente a causa dei nomi delle persone coinvolte.

Il portavoce del presidente comunque smentisce tutto e l'elettorato forte della considerazione che ha di Nixon non crede ci siano connessioni.

Intanto il procuratore indaga e scopre che uno di questi signori ha ricevuto pagamenti dal CRP.

Nel frattempo i reporters Bob Woodward e Carl Bernstein si gettano  a capofitto sul caso.

Non che i primi pezzi siano esaltanti. Riportano sostanzialmente quello che sa l'FBI, la polizia, ma mantengono vivo l'interesse su una vicenda che in caso contrario si sarebbe sgonfiata e presto sarebbe finita nel dimenticatoio.

Poi all'improvviso i due fanno un salto di qualità e se ne escono fuori con una fonte segreta  che ribattezzano "Gola Profonda" e che aggiunge ancor più curiosità all'inchiesta.
I lettori continuano a seguire incuriositi.

Nel mentre succedono fatti alquanti incresciosi. La maggior parte degli scassinatori riconosciuti colpevoli.

Qualcuno comincia a pensare che dietro a tutto forse c'è proprio il presidente. Impensabile fino a quel punto un timoro del genere.

Viene scoperto che nell'Ufficio Ovale ogni telefonata fatta dal Presidente viene registrata. Il Presidente non ne è a conoscenza e a quanto pare, stizzito, tenta di bloccare la diffusione delle sue conversazioni.

Intanto per via di questi nastri il presidente fa licenziare con il cosidetto "massacro del sabato sera" del 20 ottobre 1973 diverse persone-chiave affermando poi, in un luogo di gioco e svago come Walt Disney World in Florida alla presenza di giornalisti e editori: "I am not a crook", "Non sono un truffatore".

Parte dei nastri consegnati, 18 minuti cancellati. Provato che il nastro viene cancellato appositamente e per nove volte Nixon è costretto a insediare un nuovo procuratore speciale. L'inchiesta continua.
Polemiche a non finire per via dei nastri che il Presidente vuole tenere per sé, alla fine la palla passa alla Corte Suprema il 24 luglio 1974.

I giudici pervengono all'unanimità a un fatto saliente: la richiesta di Nixon di voler tenere per sé i nastri come "privilegio dell'esecutivo" inammissibile.
Gli viene ordinato di consegnarli. Il 30 luglio Nixon consegna i nastri.

Intanto tanti uomini del presidente vengono condannati per aver ostacolato le indagini. La situazione si fa pesante per Nixon e s'arriva presto attraverso la Camera dei Rappresentanti a un possibile impeachment.
27 voti a favore contro 11. Le accuse: aver ostacolato il corso delle indagini, abuso di potere e ostacolo al Congresso.

Più tardi sbobinando i nastri, spunta fuori una cassetta risalente al 23 giugno del 1972. Il contenuto? Viene appreso che il Presidente avrebbe gradito che le indagini - quelle del nastro adesivo rinvenuto vicino agli uffici del Watergate Hotel rammentate e dei primi cinque uomini arrestati... - venissero ostacolate trasmettendo un falso comunicato stampa da parte della CIA all'FBI sulla necessità di copertura delle prove per motivi di sicurezza nazionale. La delusione più cocente per chi ancora sosteneva il presidente. Per il presidente questa pistola fumante l'inizio della fine e le dimissioni.

Due investigazioni partite da sospetti quelle del Globe e del Washington Post e che sono state in grado di cambiare il mondo.

Boston ha scoperchiato un tale marciume da far cambiare il volto, le gerarchie e la politica della Chiesa Cattolica di Roma. Non solo quella di Boston, badate, ma quella del mondo intero. Questa città bella, aperta, trasognante, cordiale, europea, è stata in grado di sconfiggere una terribile e orrenda piaga.

All'inizio nessuno al Globe avrebbe immaginato che la storia potesse coinvolgere tanti altri Paesi. Era una storia che veniva vissuta a livello locale ma che alla fine sollevò un problema terribile. Con Papa Ratzinger prima e Papa Francesco adesso la Chiesa tenta di cambiare volto.

Non conoscevo bene lo scandalo Watergate ma di recente ho visto una porzione di Tutti gli uomini del Presidente (il secondo tempo del film) e stasera mi sono documentata su Wikipedia.
L'inchiesta di Woodward e Bernstein portò all'impeachment del Presidente degli Stati Uniti e a un nuovo corso per la storia.

Non sono piccolezze queste inchieste e pongono in essere più di ogni altra cosa l'essenza stessa del nostro lavoro, la nostra eticità e la nostra consapevolezza del ruolo che ricopriamo all'interno di un tessuto sociale e verso gli altri. Rispetto, amore per il lavoro, dedizione, etica.

Possiamo chiudere gli occhi e non vedere le notizie per paura, per non riportare perché "tanto capirai" oppure ci puoi dare giù duro ricordando che questo è il giornalismo più bello perché toglie il respiro, ma  è vero, puro perché libero dai condizionamenti politici o di parte.

Toglie il sonno la notte e il giorno, il reporter diventa una trottola e un uomo o una donna che se prima svolgeva un lavoro appassionante ora entra a contatto con quella che è l'essenza più bella della sua professione: aiutare gli altri e la collettività come hanno fatto i reporters del Globe.
Se quest'inchiesta non ci fosse stata i preti pedofili ancora sarebbero lì a molestare bambini probabilmente. Ora questi ex bambini stanno tentando di diventare ottime persone. Qualcuno con più difficultà di altri, ma tutti stanno elaborando il lutto della loro infanzia strappata via nel modo più assurdo, orribile, orripilante, ingiusto e profondamente disgustoso.

Nixon avrebbe terminato il suo mandato presidenziale se due giornalisti un pò troppo curiosi non gli si fossero messi alle calcagna.

Certo: scordiamoci di affrontare storie così grosse  se siamo freelance oppure lavoriamo in piccole redazioni. Questo per noi freelance è un sogno.

Occorrono soldi, un team ampio, tutele legali forti.

Però ricordiamoci sempre che ovunque siamo, qualunque sia il  nostro angolino di mondo da coprire, tutti noi possiamo essere nel nostro piccolo dei reporters del Globe o del Washington Post, osservando, facendoci rispettare, tentando di raggiungere le persone, aiutando con la parola scritta o il mezzo televisivo la gente che ne ha più bisogno.

Riflettevo sulla bellezza di queste inchieste del Globe e del Washington Post. 

Non è solo la storia di un gruppo di reporters ma la storia di due quotidiani.

C'è senso di appartenenza, c'è l'orgoglio per la testata dove verrà riportata la notizia, amore per la professione, dedizione e c'è qualcuno che crede in te e a quello che stai facendo.

C'è supporto.

Quello è il tuo luogo.Un giorno ti hanno scelto.
Eri giusto per loro. Credono in te e lotteranno per quello che stai facendo con te, standoti vicino.
Pensavo  a quanto debba essere bello essere stimati e apprezzati dentro una newsroom grande che permetta ci sia uno sviluppo armonico della professione di reporter.

E poi vuoi mettere quando il direttore ti dice: "Vai fino in fondo. Ti dò carta bianca!"
Dio, che scarica di adrenalina. Certe emozioni non hanno prezzo!

;-)


Anna Maria Polidori



ps: sto poco bene spero domani di parlarvi più diffusamente dei reporters del Globe che hanno trattato il caso dei preti pedofili.




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