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Tuesday, October 06, 2026

L'uomo che portava a spasso i libri di Carsten Henn

 L’uomo che portava a spasso i libri 


è un romanzo edito da Giunti scritto da Carsten Henn.

Poetico, è un inno alle librerie, ai librai e ai libri. 
Carl Kollhoff è un simpatico 72enne. Da una vita porta ogni settimana libri a domicilio. Lavora per una libreria da una vita. Il proprietario del negozio di libri ormai ha passato la mano alla figlia: ora vive in un ospizio e Carl non perde occasione per andarlo a trovare. I due sono affezionati l'un l'altro come fratelli. 
Il servizio aggiuntivo che offre la libreria, la consegna a domicilio, è apprezzata da tanti lettori che Carl ha imparato a conoscere. 
C'è Mr. Darcy, un signore ricco che vive in una bellissima casa; ce ne è un altro che chiede sempre a Carl di descrivergli la trama del romanzo che gli ha portato; la signora che gli pone indovinelli e così via. Insomma: ogni lettore ha le sue fisime.
Certo, Carl ha anche la sua vita e non si sofferma troppo a pensare all'animo delle persone cui porta i libri, ed al perché queste/i scelgano sempre un certo genere. Non indaga al di là delle apparenze. Non lo farà finché non gli si metterà alle costole una bambina di una decina d'anni, Schascha, tutta pepe, estremamente intelligente e acuta. Scoprirà o farà uscire fuori le problematiche delle persone investite dal servizio offerto da Carl. E, senza che ne dubitiate un secondo, Schascha entrerà nel cuore dei lettori così come lo farà Carl.
Un libro che ci parla del potere della lettura su tutto. Interessi, soldi, affari. Perché un libro è molto di più di questo, come hanno provato senza dubbio Carl e Schascha. È libertà, solidarietà, amore per gli altri, indipendenza intellettuale, apertura mentale. È imparare ogni giorno qualcosa di nuovo.
Ho preso questo libro alla biblioteca di Cagli! Una grande scelta! Davvero carino!
Anna Maria Polidori

Sunday, October 04, 2026

Il Sole nelle Pozzanghere di Matteo Bussola

 Mesi fa a Pietralunga, piccolo borgo di circa 1700 anime in Umbria, è stato costituito un club della lettura. «Ti unisci a noi?», aveva chiesto entusiasta Adriana. «Volentieri, come no», avevo risposto, compatibilmente con una situazione incasinatissima. Ero ricca di ottimi propositi, felice inoltre che la mia insegnante di lettere ci avrebbe seguito.

Scopro nel primo incontro che il libro da leggere a capitoli sarà quello di Matteo Bussola, E il rosmarino non capiva l'inverno. Tanto io che la mia prof delle medie puntiamo i piedi: perché leggere un libro su malattie così brutte? Ci impressionava così tanto che alla fine, tra malumori vari, le restanti signore si sono passate il libro evitando la lettura quando riunite tutte insieme.

A fine estate ci siamo riviste per capire che cosa avessimo letto ed ho rivisto spuntare un altro libro di Bussola Il Sole nelle Pozzanghere. 
Ho subito pensato: «Oddio, no! Ci risiamo. È peggio del rosmarino. Che disgrazia avrà inventato stavolta quest'autore?». 
Da quanto la signora ci aveva spiegato, la storia era quella di un uomo a cui gli oggetti di seconda mano scartati parlano. Ho drizzato le antennine: amo la magia e adoro gli oggetti di seconda mano, ho più libri, borse, abiti vintage che nuovi. Ho pensato che forse si trattava di una sorta de Il Restauratore, la serie con Lando Buzzanca, rammentate? La cosa è finita lì, però stavolta trovavo la tematica splendida.
Giorni fa sono andata a Cagli, sono passata in biblioteca ed ho visto che avevano una copia de Il sole nelle pozzanghere. 

L'ho presa e letta in due giorni! Possiamo dire che sia pace fatta con Matteo.
La storia: il signor Pi ha un negozio di seconda mano. Pensa – e scoprirete verso la fine la ragione – che tutti, uomini e oggetti, debbano avere una seconda possibilità. In più ha un dono magico: riesce a vedere chi ha posseduto quegli oggetti e a visualizzarne i momenti salienti. È un dono prezioso che gli permette perfino di scegliere un futuro acquirente, essendo saggio e capendo la natura umana di chi gli sta di fronte. Le persone si disfano degli oggetti perché provano fastidio, rancore, una tremenda sofferenza o rabbia nel vedere in giro ancora qualcosa a cui danno un valore negativo. 
Una signora un giorno porta nel negozio del signor Pi i suoi orecchini, che qualcuno tenterà di ricomperare inutilmente. 
C'è chi darà via una cucina amatissima, riscoprendo lati di sé accantonati dalle convenzioni. Mi è piaciuta tanto la descrizione culinaria del ragù! Mentre lo preparavo oggi, ripensavo a quanto scritto dall'autore.
Una ragazza arriva con un materasso: troppo dolore, meglio destinarlo a qualcun altro. 
Due telefoni vecchi ci faranno invece assaporare una tenerissima storia d'amore. 
Una ragazza cerca una vecchia borsa da regalare dove poter riporre musica, scoprendo alla fine l'amore in quel negozio.
Mi sono piaciuti i dialoghi molto realistici dei ragazzini con il signor Pi. 
C'è poi un oggetto, una bambola buttata via per frustrazione e ripescata in un contenitore per rifiuti, che il proprietario del negozio raccoglierà. Sarà il filo conduttore del romanzo: una delle prime scene che troviamo e una delle ultime. Non ha più un occhio, gli manca un braccio, ma quell'oggetto così odiato alla fine troverà un luogo dove farà compagnia a una bambina, liberando al tempo stesso il signor Pi dal suo passato doloroso. 
Caldamente raccomandato: ogni personaggio è ritratto con dovizia di particolari e le storie rimangono, non se ne vanno via. 
 
Anna Maria Polidori  

Friday, October 02, 2026

La Stagione delle Case Vuote di Francesca Scotti

Un libro, questo di Francesca Scotti, La Stagione delle Case Vuote


, incredibilmente affascinante. Mi trovavo nella biblioteca di Cagli e, come sempre, cercavo ispirazione per nuove letture, quando casualmente sono inciampata in questo volume della casa editrice Hacca ed ho pensato: che titolo curioso e che meravigliosa illustrazione. Inoltre la carta pareva avvolgermi, tanto è elegante al tatto. Ho letto qualcosa della trama e mi ha subito convinto.

L'autrice si divide tra Italia e Giappone, così possiamo respirare a pieni polmoni la filosofia di vita giapponese, che a me mette sempre tanta calma, anche se questi racconti, per la maggior parte, sono abbastanza noir e ogni volta mi lasciano perplessa. "Succede davvero questo al protagonista? Lo fa morire?": sono domande che attanagliano il lettore. Eppure, ho letto questo libro in poche ore; racconta storie splendide nel loro strazio, nel loro smarrimento e nella vita che talvolta si ritrova o si perde a causa di una frase. Di una nuova speranza.
Qualche storia? 
Troviamo due ragazzi seduti insieme in un ristorante, nell'unico tavolo rimasto libero. 
A ciascuno era stato detto che avrebbe incontrato qualcuno di speciale, ma che sarebbe stato indispensabile... 
Un ragazzo, invece, abita le case (è un vero lavoro in Giappone) dove le persone si sono uccise oppure dove sono state uccise. Questo per far risalire velocemente il valore dell'immobile, provando che non ci sono anime in pena che daranno fastidio ai nuovi acquirenti. Troviamo il racconto su Zefiro, un canarino, e una giovane coppia, così come quello della bambina non compresa dai genitori e dai parenti, o quello spaventoso di Takako e Liliana, la seconda una signora che aveva deciso di fare un viaggio in Giappone, rimanendoci con esiti non troppo sereni.
Sono tutti racconti brevi, qualche volta brevissimi, che entrano nel cuore e ci restano, regalando una lettura priva degli stress a cui spesse volte ci abitua la nostra quotidianità. Perché, pure se un racconto è noir, lo è ad un livello "mascherato": tenero e terribile assieme. Così come è la vita.
 
Ana Maria Polidori  

Thursday, October 01, 2026

Une amitié particulière the correspondence between Louis-Ferdinand Céline and Milton Hindus Editions de L'Herne

First of all, I   am so sorry for the big delay dear Editions de L'Herne. 
I found this book Une amitiè particulière,


correspondence by Celine and Milton Hindus, truly enjoyable, in particular the entushiam put by Celin in every letter sent to his friend.

Why this correspondence, is, under many ways, curious if not strange?

Because Celine supported Nazism writing antisemitic pamphlets, and being ciritcal regarding jew people. 

Hindus was a man filtering and pondering much more the reality if compared to Celine and although Celine tried his best to appear amicable, Hindus could not forget what he did in the past and his antisemitic positions. 

Hindus describes Celine at some point as more obscure than the same Hitler was.

The two writing-styles: Celine writes spontaneously, with great energy, joy, passion and enthusiasm, telling everything to Hindus: from his problematics asking for some help, adding little episodes of his life. 
It's also extraordinary his enthusiasm when receives from Hindus tea or coffee: the reaction of Céline are the ones of a kid receiving from Santa Claus, gifts.

Hindus's writing styly is completely different: there is a density in writing that, once you will complete the part of Celine will surprise you.  

 This book was born because of...Céline and the correspondence with Hindus ending under many ways....tragically with denounce of defamation etc 

But, let's explain: Céline wanted to meet Hindus and so forced him to visit for the first time Europe. That Europe never yet seen, that absorbed the teacher, who lived in Massachusetts. Not only: he had promised him that he would have given to him many sources for a book. But, as wrote Hindus, that one had to be in Celine's idea a book on....Céline!!! and Hindus wasn't prepared for that.
 With the problematic you will discover later in the book.

Unfortunately the idea of Hindus regarding Celine won't change, although Celine tried his best. 

Highly recommended for trying to understand a complicated character like Celine was, but also how distant positions can anyway start a dialogue in their own differences.

Highly recommended.  

Anna Maria Polidori 

La Valigia Perduta di Hemingway di Angelo Petrella

 

Ho scelto questo libro di Neri Pozza, "La valigia perduta" di Hemingway

scritto da Angelo Petrella, per tornare nella Parigi degli anni '20. Se seguite il mio blog, sapete quanto amore io nutra per quel momento storico, letterario e pittorico irripetibile. Non sapevo che Petrella fosse lo sceneggiatore de I Bastardi di Pizzofalcone e Il commissario Ricciardi: essendo due serie che seguo con grande piacere, scoprire la sua penna in veste di romanziere è stata una doppia gioia.
Il libro è strutturato con il ritmo serrato della narrazione cinematografica e la caratterizzazione dei personaggi è ottima. 
Il protagonista, Marcel, è un poliziotto semplice dalla vita tribolata, introdotto al mestiere da un superiore che si è preso cura di lui. Marcel ama il commissariato e i suoi colleghi, in particolare l'amico Philippe, con cui si confida spesso. Una mattina, durante una ronda, Marcel fa la conoscenza di Henry Miller, iconico scrittore americano. Poco dopo quel singolare incontro, in una stanza chiusa a breve distanza, viene scoperto il corpo di una ragazza uccisa con il cianuro.
Una morte orribile che spinge Marcel a sganciarsi dalle indagini ufficiali (visto che il suo superiore vorrebbe archiviare il caso come suicidio) per indagare in totale indipendenza. Questo percorso lo porterà a familiarizzare con Man Ray, Gertrude Stein e soprattutto con Ernest Hemingway, che diventerà per lui un ottimo compagno di bevute e un consigliere prezioso. Il titolo del libro si riferisce a un fatto realmente accaduto: la prima moglie di "Hem" perse infatti una valigia dello scrittore contenente materiale prezioso. Tra i compagni di scorribande parigine non mancano poi James Joyce, Francis Scott Fitzgerald e la moglie Zelda.
Se devo trovare un elemento che mi ha messo sconcerto – e a tratti dato un po' di rabbia – è stata proprio questa indagine condotta da Marcel in totale solitudine. Non ho tollerato il suo non credere nel gioco di squadra, il voler tenere tutto dentro di sé. Nel frattempo, la sua vita si intreccia anche con quella della bellissima Kiki (storica musa e amante di Man Ray), con cui inizia una relazione complicata dai fantasmi del proprio passato.
Un romanzo che vi appassionerà e vi trasporterà nella leggerezza parigina di fine anni '20, tra i ristoranti, i bistrot e i café più amati. Gli anni '30 avranno poi un sapore del tutto diverso, preparando l'avvento della seconda guerra mondiale...
Assolutamente raccomandato!
Anna Maria Polidori

Wednesday, September 16, 2026

Vitalij Zherdev: vi racconto il mio Vladimir Skljarov

 "Ho visto danzare Vladimir  Skljarov la prima volta tanti anni fa in compagnia del mio amico Igor Dobrovolskij


a
Stoccarda, in Germania. In quel periodo il Mariinskij di San Pietroburgo era in tournèe con il suo Spartacus e Vladimir ne era stato uno splendido protagonista.

Era la prima volta che lo vedevo sul palco e quello che mi colpì di questo ballerino, fu il suo carisma". Vitalij Zherdev ci ha contattato stamattina dopo aver letto il nostro articolo. 

"Perché non hai usato i miei ritratti?"

La cosa ci ha intrigato e abbiamo deciso di sentire quel che aveva da raccontarci.


Vitalij non ha mai conosciuto Vladimir. Un po' come è accaduto con Franco Zeffirelli.

Vitalij Zherdev con Pippo Zeffirelli e il ritratto che ha donato alla Fondazione 


"Esatto. A quel tempo ero un ragazzo timido e chiuso. Non sono nemmeno riuscito a stringergli la mano. Però dopo aver assistito alla performance ho ricercato quanto più ho potuto per poterlo ritrarre. Vladimir non era solamente un ragazzo bellissimo, era un'apparizione incredibile. Quando lo vedevi saltare ti sembrava che volasse. Aveva la bellezza di un principe delle favole e i suoi occhi così brillanti rimandavano a quello che aveva dentro, alla sua anima".

 

Lo ha visto anche come protagonista di Romeo...

"Oh, incantevole. Il migliore, decisamente. Era questo che mi piaceva di lui: poteva essere il forte Spartacus così come il lirico, tenero ed appassionato Romeo".

 

Metteva d'accordo tutti Vladimir. Peccato se ne sia andata via così presto.

"È triste che sia scomparso improvvisamente. È stata una vita veloce la sua. Quella di una leggenda che non vedremo mai invecchiare. Rimarrà una cometa nel cielo notturno piena di grande talento e immensi personaggi ritratti sul palco. È stato con noi un breve momento, però a quell'attimo se ci pensiamo, ha donato un grande significato". 

 

Me lo descrive?

"Aveva un sorriso aperto, un "boy smile" possiamo dire così, dài, gentile, un sorriso di velluto".

 

Mi parla dei ritratti che ha fatto a Vladimir?

"In uno scorgiamo la sua luce; l'ho ritratto privo di difese,


aperto; quello nero è differente

".

Un balletto che descrive bene la sua parabola esistenziale?

"Le Jeune Homme et la mort di Roland Petit. Sono restato choccato dalla sua interpretazione, che poi si è rivelata essere profetica". 

 

Invece lei che combina di bello Vitalij?

"Quest'estate sono tornato a trovare i preti di Loreto. Sono molto affezionato alla Basilica. Quando arrivai a Loreto da Senigallia come profugo ucraino mi avevano assegnato una casa da dove potevo scorgere la cupola della Basilica. E poi la casa della Madonna! L'adoravo. Per me rivestiva e riveste un significato speciale. Ringrazio sempre monsignor Fabio per la calorosa accoglienza, ospitalità e per quell'approccio sempre sorridente e positivo".

 

I suoi ultimi progetti?

"Un libro che ho idea di chiamare Meeting with Angels. Parlerò della profonda connessione che ho sempre sentito con Franco Zeffirelli e i suoi films, primo fra tutti il Gesù


di Nazareth con Robert Powell.

.Ah, quegli occhi..."

 

Come non darle ragione. Si sente sempre con Robert?

"Sì e ho intenzione di inviargli il manoscritto per sapere che consigli possa darmi. Però non ci sarà solo il suo Gesù. Parlerò dell'influenza che Zeffirelli ha giocato sul mio carattere, forgiandolo sotto certi punti di vista, grazie alle sue produzioni". 

 

Che lei segue ovunque. Ha passato una bell'estate anche all'Arena di Verona.

"Assieme a me c'era di nuovo Igor Dobrovolskij,


l'amico che mi ha introdotto al mondo del balletto
. 

Tre le produzioni di Zeffirelli a cui abbiamo assistito: Turandot, Traviata e Aida, ma mai, mai uno spettacolo è stato più bello di questa Aida coreografata da Vladimir Vasiliev con tantissimi personaggi, costumi magnifici, un vero trionfo visivo di grande danza". 

 

Anna Maria Polidori  



Monday, September 14, 2026

Un salto celebra la vita di Vladimir Skljarov

 È stata una morte improvvisa, inattesa, prematura quella di Vladimir Skljarov


scomparso a causa di una caduta dal balcone lo scorso 16 novembre 2025. 

Nato nel 1985 nell'allora Leningrado, ora San Pietroburgo, questa disgrazia ha lasciato attonito e sgomento il mondo del balletto.


Questo danzatore versatile, sebbene  venisse soprannominato "Principe del Balletto Russo", aveva partecipato a produzioni del Royal Ballet, dell'Opera di Stato della Baviera, non disdegnando coreografie più moderne.


Vladimir è stata una stella che si è spenta troppo presto.


Così qualcuno ha pensato di "intrappolarlo" in un simbolo che rimarrà per la posterità celebrandolo e ricordandolo...in attività.


È stato creato infatti un bellissimo monumento di bronzo sulla sua tomba presso il cimitero Smolenk di San Pietroburgo.


È una meravigliosa celebrazione della vita dell'artista, che racconta chi sia stato e che, ci piace pensare, possa portare conforto, forza e coraggio, a chiunque visiti quel sito. 

La scultura è stata inaugurata lo scorso 27 luglio. 

Vladimir viene ritratto in un salto, emblema di potenza,  forza, leggerezza, elevazione.



Lo  scultore che ha creato l'opera è stato Andrey Korobtsov.


Tra gli amici del ballerino rimasti profondamente colpiti dalla sua morte e che ha avuto piacere di ricondividere su Instagram l'opera creata in collaborazione con il teatro Mariinskij, c'è Patrick de Bana.



Patrick, tedesco di Amburgo, ballerino e ora coreografo,  lo scorso anno aveva postato un tributo fortissimo su Vladimir, appena avuta notizia della sua morte. Le sue parole, per sensibilità e commozione ci avevano colpito profondamente. 

Così lo abbiamo raggiunto per alcune considerazioni.

Ci racconta: "Eravamo amici e ci rispettavamo tantissimo. Lo avevo invitato al mio gala di performances in Giappone e ricordo d'averlo fatto appena due settimane prima dell'incidente che gli ha tolto la vita. Posso dire solamente che lo adoravo e che la sua morte mi ha sconvolto".


Anna Maria Polidori


Wednesday, September 02, 2026

Meglio Così di Amélie Nothomb

Sono andata alla biblioteca di Cagli per scovare libri sulla città a un euro, quando lo sguardo mi è caduto sull'ultimo libro di Amélie Nothom, Meglio Così. 
 

Ho pensato di prenderlo in prestito.
L'ho finito in una serata.
 
Dopo Dizionario dei Nomi Propri e Metafisica dei Tubi, rieccoci a leggere un altro suo scritto. Un'autrice che disseziona la realtà come pochi altri autori ed è, beninteso, spietata nel raccontare senza farsi scrupoli fatti familiari. 
 
Parenti, conoscenti, genitori vengono ritratti con severa e limpida lucidità e verità. 
 
Lo racconta lei stessa: quando uscì il suo primo libro, apriti cielo! 
 
Però il padre, una persona che Amélie adorava, ha sempre sostenuto di non volerle tarpare minimamente le ali: che citasse pure persone o fatti significativi realmente vissuti. T
 
alvolta, in effetti, le famiglie offrono così tanto materiale per libri, novelle, romanzi, che sarebbe un peccato guardare al di fuori. Amélie lo ha capito ed ha iniziato una sequenza di libri non solo significativi, ma ogniqualvolta vincenti commercialmente, aggiudicandosi importanti premi letterari.
La morte della madre di Amélie è stata più sofferta di quella del padre.
 
Suo padre parlava sempre: era ciarliero. Un ambasciatore che mi piace pensare fosse socievole, affabile. Quindi, ammette Amélie, è stato semplice cominciare a scrivere subito su di lui.
 
Ma la mamma... 
 
È stata un'altra cosa. Questo libro riassume la sua storia. 
 
Una bambina, Adrienne, simpatica e soprattutto sveglia abbastanza da sapersi cavare dagli impacci. Soprattutto quando i genitori separano le ragazzine per le vacanze portandone una a Bruges ed un'altra, la mamma di Amélie, a Gand, dalla nonna. 
 
Una signora alquanto eccentrica, tirchia e, direi, spaventosa. 
 
Chiudeva a chiave la bambina, pretendeva che la pargola mangiasse aringhe con il caffelatte. 
Sì, erano tempi di guerra, ma la signora, non fatevi intenerire, per carità, era spietata! 
 
Al gatto comperava infatti i migliori e più succulenti cibi, mentre alla povera Adrienne lasciava solo del cibo di pessima qualità. 
Una volta tornata a casa, la ragazzina informa la madre di quanto vissuto e più nessuno la porterà da quella signora con una passione assurda e viscerale per quel gattone viziato e la mania di chiudere a chiave le bambine dentro le stanze.
I genitori non condividevano una fedeltà enorme: ciascuno di loro aveva qualche amico o amica speciale con cui trascorrere del tempo.
 
Intanto i genitori provano un riavvicinamento, che porta alla nascita di una terza bambina, Charlotte. 
 
Delusione amara per i genitori e soprattutto per la madre, perché dopo due bambine avrebbe voluto un figlio. Adrienne comincia così a prendersi cura della piccina, cambiandola, dandole il biberon, di fatto crescendola, visto che era così poco amata dai suoi proprio perché una  femmina.
 
Il rendimento scolastico crolla precipitosamente, ma a lei non importa: vuole che Charlotte sia amata. 
 
La sorella di Adrienne, Jacqueline, era una ragazzina con grandi complessi, timida, anche bruttina, che però, una volta diventata signorina, diventa bellissima. Questo cambiamento, per una ragazzina sempre vista sciatta, è stato psicologicamente destabilizzante e non è stata in grado di gestirlo bene.
Il caso ha voluto, ma tu senti che storia, che il futuro babbo di Amélie scrivesse le lettere d'amore che un suo amico voleva destinare a Jacqueline. Jacqueline, non sapendo rispondere, delegava Adrienne a fare questa cosa. I due, grazie a questa coincidenza fortuita, si conoscono, si piacciono e si mettono insieme. 
 
D'altronde erano stati solo i tramiti di una storia d'amore che non sarebbe mai decollata. 
 
Anzi: par proprio che Jacqueline si sia sposata senza convinzione e non abbia avuto un matrimonio felice. Cosa che non è successa ad Adrienne. Le due sorelle non si sarebbero mai più parlate. 
La madre invece ha retto botta il primo anno dalla morte del marito, vivendo quel periodo con serenità ed euforia, dopodiché è sprofondata nell'immenso dolore lasciato dal congiunto, perdendo la memoria.
Amélie racconta che quando ha saputo della morte della madre ha avuto una sorta di disconnessione. Ha terminato di scrivere, lasciando da parte l'immenso dolore che l'attanagliava, per pensarci e farlo affluire solo dopo. Mi è successo alla morte di un mio zio. Posso capirla. È un romanzo intenso. Mi ha fatto sorridere la cena con Berlusconi organizzata dall'ambasciatore Nothomb, che ha terminato a Roma la sua carriera diplomatica. Spero che comunque qualche cibo sia stato un po' commestibile ;-)

Anna Maria Polidori 

Monday, July 27, 2026

Raccolto Selvaggio di Carl Hoffman

 È un libro che sta a metà strada tra cronaca e avventura. La breve e giovane storia di Michael Rockefeller stroncata in Nuova Guinea firmata das Carl Hoffman, Raccolto Selvaggio.




"L'autore ha voluto mettere nero su bianco le risultanze delle sue indagini per porre un punto fermo su quanto accaduto, per restituire pace a Michael e a una famiglia che è andata avanti, certo, ma che per tanti anni ha portato un gravoso peso sul cuore.

Non parliamo di una comune famiglia, ma dei Rockefeller: Nelson, appassionato di arte primitiva, nel 1957 inaugurò con la crème de la crème newyorkese — in termini giornalistici, politici e di celebrities — il primo museo al mondo sull'argomento.

I Rockefeller sono sempre stati appassionati d'arte. John D. Rockefeller Jr., padre di Nelson e figlio del celebre capostipite aveva in casa Matisse e Monet; in particolare, era famoso per la sua passione per gli arazzi medievali, mentre i quadri degli impressionisti e dei cubisti erano le passioni principali di Abby Aldrich Rockefeller e di suo figlio David, rispettivamente nuora e nipote del capostipite.

Una casa piena zeppa di arte che avrebbe portato i Rockefeller alla creazione del MoMA, Museum of Modern Art.

Il libro inizia con la morte di Michael, un vero rito tribale: il ragazzo venne mangiato nel 1961.

Poi viene ricostruita tutta la vicenda spostandoci nel 2012.

Anche Carl partirà per i luoghi in cui Michael ha trovato la morte, in Nuova Guinea, rintracciando gli Asmat, una popolazione indigena e cannibale che, come potete ben immaginare, non è più tornata quella di prima, dopo la disgrazia.

Le massicce indagini e la colonizzazione cristiana che è seguita hanno portato la vergogna e il peccato per l'uccisione delle persone, soprattutto per il fatto che venissero mangiate.

Nei primi mesi di ricerche, e forse anche nei primi anni, non si venne a capo di niente, nonostante il fortissimo dispiegamento di forze attuato dalla famiglia Rockefeller; le maggiori insabbiature vennero dagli olandesi e soprattutto dalla Chiesa, che fece del suo meglio per tenere nascosta la vicenda più scabrosa.

Michael, così come il padre, era un appassionato di arte primitiva e si trovava in Nuova Guinea per raccogliere altri pezzi, alla scoperta di una civiltà che l'avrebbe invece inghiottito nel vero senso del termine.

Al Metropolitan Museum of Art (Met) di New York è possibile visitare The Michael C. Rockefeller Wing. Fu il padre Nelson a donare l'intera collezione del suo vecchio Museum of Primitive Art al Met, dove l'ala è stata inaugurata nel 1982.

Indietro nel Tempo Romanzo famigliare di una reticenza collettiva di Judith Hermann

 Una guerra non termina mai. Non almeno negli animi della gente che l'ha vissuta. 

Questo va ricordato perché tante volte, i conflitti passati, situazioni non ancora ben definite, ne possono scatenare di nuovi.

La seconda guerra mondiale è stata uno spartiacque tremendo, tra lo sterminio di sei milioni tra ebrei, persone malate, rom e l'utilizzo di due bombe nucleari in Giappone. Il mondo non sarebbe mai più tornato quello di una volta.

La nostra cara vecchia Europa ha perso un patrimonio tremendo con le sterminio degli ebrei. Questa etnia, infatti è stata fertile sotto tanti punti di vista: arte, pittura, letteratura, musica. 

Per non dimenticare abbiamo letto decine di testimonianze di ebrei torturati e rinchiusi in campi di sterminio. 

Però...Ci siamo mai chiesti che cosa significhi essere stata una parente di una SS?

Il peso che portano queste persone è invadente, straziante. 

Ci viene in aiuto un libro appena uscito da L'Orma Editore : Indietro nel Tempo


Romanzo famigliare di una reticenza collettiva
di Judith Hermann.

È un libro estremamente forte e colto che andrebbe letto per comprendere come i parenti delle SS, ormai alla quarta generazione vivano questa tremenda eredità.
Nessuno ricorda volentieri un antenato che ha sterminato così tanta gente, cambiando definitivamente il volto dell'Europa.

Men che meno i parenti di chi ha partecipato a questo sterminio. Eppure, in questo caso, Hermann decide di prendere il toro per le corna e fare un viaggio a ritroso, avvalendosi, dove possibile, di piccole tracce disseminate dal tempo. 

Una foto del nonno SS, scattata in una località, Radom, in Polonia, ad esempio. Al tempo della guerra la città contava più di 33.000 ebrei mentre adesso ce ne sono solo 7. Il nonno di Judith era stato inviato lì durante la guerra per ucciderli.


La madre pare non rammentare quel personaggio ingombrante, che era stato il padre. Le dice di non avere ricordi, però era abbastanza grande per non averlo dimenticato.

"Il mestolo d'argento ce lo aveva regalato lui", le fa.
"Oddio, mamma, il mestolo della minestra?!"
La risposta della madre: "Beh è solo un mestolo!"

Ci ho letto tutta la disperazione della ragazza. Il mestolo che usano ogni giorno per la minestra viene da lontano, dal sangue di gente morta. Forse l'autrice ha pensato all'abbondanza che ha avuto lui, al cibo che non mancava durante la guerra, ai soldi arrivati grazie al sangue degli innocenti, mentre tanta gente è morta in modo efferato.

Decide di andare a Radom. È una cittadina che da principio non l'aiuta nelle ricerche, che si "sveglia" solo verso il termine del suo soggiorno. Capite bene da voi.

Più di 30.000 ebrei vennero sterminati, oppure spediti nei campi di sterminio. Senza pietà. La nostra protagonista gira per la città, alla ricerca della piazza dove al nonno, sorridente, avevano scattato quella foto. Dove sarà? Alla fine ritrova il luogo. Intanto legge. Ha portato molti libri che porta con sé nei bar, nei ristoranti e ovunque decida di passare il tempo. 

È un peso che andrebbe condiviso, però nessun familiare si fa vivo, nonostante tutti sappiano dove si trovi e che cosa stia facendo. 

È un passato che ci parla di tabù, di situazioni che sarebbe meglio dimenticare. Ma questo Judith non lo pensa. Attraverso una prosa fantastica, profonda, erudita e riparatrice, tenta di analizzare quel che è stato.

Anche il nonno ha ucciso senza pietà.

Trova un documento. Il nonno venne rilasciato da un ufficiale ebreo americano morto precocemente. Che ironia, pensa. Ma a guerra finita, tutto viene dimenticato. Almeno per gli eserciti dei rispettivi Stati è così. Non lo è per i popoli coinvolti. Le guerre sedimentano negli animi della gente rimasta, per generazioni, ricordi, strazi, lutti, forti rancori. La verità resta offuscata dai racconti singoli o da ciò che fa più comodo ricordare, o, viceversa, dimenticare.

Nel secondo capitolo, Judith andrà a Napoli a trovare la sorella, che ormai si è accasata in Italia, per lavoro e dove ha costruito una splendida famiglia, con due bambini un figlio ed una figlia. Guardando quel maschietto allegro, buono e simpatico Judith pensa che no, lui non potrebbe essere come quell'antenato scomodo: lui no, perché è buono e si vede.

Le sorelle non parlano di fatti sensibili accanto ai figlioli. 
Quarta generazione dalla seconda guerra mondiale: questi sono argomenti che preferiscono evitare. 
Si sente un po' un'estranea a Napoli, Judith e tale la fanno sentire gli ospiti di sua sorella. Torna a casa senza aver realmente parlato di questioni scabrose, di tematiche che fissano un punto sul passato della loro famiglia, sulle scelte fatte dal nonno.
No, non scavano nella melma oscura lasciata dalla guerra. Lasciata dal loro nonno.

L'ultimo episodio riguarda i suoi suoceri, scomparsi per due giorni in Polonia. Nessuno sa che cosa siano andati a fare lì, visto che le vacanze programmate non contemplavano quel Paese. 

Ecco: ho apprezzato di questo libro la bellezza espositiva.  Scritto meravigliosamente bene, c'è grande ricerca interiore, limpidezza nelle argomentazioni, lucidità, coraggio e la raffinatezza stilistica e di pensiero che contraddistingue i pensatori tedeschi.

.

Anna Maria Polidori

Thursday, July 23, 2026

La musica dei cattivi. Classica e colonne sonore di Carlo Fiore

 La musica dei cattivi. Classica e colonne sonore


di Carlo Fiore, pubblicato da Neri Pozza, ci restituisce una monografia di brani musicali utilizzati nei film per rendere i cattivi, se possibile, ancora più inquietanti.

Perché sovente la musica classica ha un'accezione negativa? 

Perché viene utilizzata mentre una persona viene uccisa, o quando un vampiro succhia il sangue della gente?

Perché il cattivo viene analizzato così?

Come spiega Fiore: "La mascolinità americana... di un Paese sempre in guerra enfatizza la potenza degli alleati contro il nemico". 

Fiore spiega poi che da principio il nemico era l'extraterrestre, per poi essere considerato il russo, il cubano, il siculo; insomma, entità non riconosciute nel modello democratico americano. 

Il cattivo sarà quello che implicitamente studia di più, è colto, ascolta musica classica oppure è uno scienziato pazzo. Qualcuno, comunque, non inglobato nel sistema americano.

Avanzo un'altra ipotesi: ho avuto alle medie un'insegnante di musica eccellente. La professoressa ci faceva a volte ascoltare un brano di musica classica, chiedendoci che cosa ci trasmettesse. 

Abbinava l'ascolto a un dipinto o a una fotografia. 

"Che sensazioni vi dona questo binomio?", ci chiedeva. 

La cosa non era unilaterale. La musica classica scava nelle profondità degli animi umani in forme e modi totalmente diversi gli uni dagli altri.

Credo inoltre che la musica classica possa avere tante valenze e sia più plasmabile della moderna tanto in scene positive - l'altra sera ho visto una commedia, ...E alla fine arriva Polly dove era inserito un brano di classica mentre Ben Stiller entrava in un condominio - quanto in quelle negative. 

Certo, non si capisce perché mentre il maialino Babe corre inseguito da cani feroci la musica di sottofondo  sia l'aria più conosciuta del Barbiere di Siviglia, "Largo al factotum", ma questo è un dettaglio. Diciamo che la freneticità del brano ben si adatta all'azione cinematografica.

Associare una musica celestiale e un'azione turpe crea stridore negli animi degli spettatori. 
È quello che il film vuole trasmettere.

Ormai il cattivo hollywoodiano è una persona che, come descrive bene Fiore, è elegante e magari colta. 

Questo cliché viene quindi abbinato a brani di Bach o di Beethoven.

Ci sono però altri esempi: nel libro, Fiore analizza anche Pirati dei Caraibi con Johnny Depp. 
In quel caso, in Dead Man's Chest, compare l'Olandese Volante con al timone di comando Davy Jones.

In quel caso Hans Zimmer ha adattato la colonna sonora a sfumature bachiane e caricaturali.

L'autore prende in considerazione i supercattivi, i film di mafia, la musica utilizzata nei film sui vampiri e molto di più!


Anna Maria Polidori