Mi ha attratto da subito, appena ricevuta la newesletter della Flammarion questo libro: Frères Les Enfants de la Foret di Olivier Casas,
perché mi ha subito fatto pensare ad una storia che stiamo vivendo in Italia: quella della famiglia del bosco. Alternativa, sicuramente un tantino eccentrica, ma felicissima.
Quando ho iniziato la lettura di Frères mi sono resa subito conto che qui lo scenario era ben diverso. Michel e Patrice, infatti vengono abbandonati, siamo alla fine della seconda guerra mondiale dalla madre al termine di una colonia. Una madre che non li ama per niente e li considera d'intralcio.
Ha concepito il primo con un uomo che amava ma con cui poi è finita: il secondo non aveva alcuna importanza.
Due figli che le vietano di esprimersi al suo meglio, quando parte per l'Argentina dice al personale di mentire e va via senza di loro.
La madre della ragazza pensando che i figli stessero con lei non si cruccia di sapere altro. Per anni, la faccenda resta così.
I bambini restano con delle persone, ma uno di loro si impicca.
Patrice è spaventatissimo. Lo tira giù, ma è già morto così finisce per fagli pure più danni. Scappa via e con lui Michel, verso un bosco vicino. Sono entrambi terrorizzati.
Patrice pensa di aver ucciso quell'uomo. Mica vuol andare in galera. Decidono di nascondersi nel bosco. Intanto, visto il casino successo quando viene scoperto il corpo dell'impiccato, nessuno pensa più di registrare la scomparsa dei due fratelli di quattro e cinque anni.
Michel e Patrice intanto mangiano quel che trovano, bacche, vipere, creano nascondigli e giacigli.
Capiscono che accanto a loro c'è una base americana e così quando possono vanno fuori dal bosco e rubacchiano qualcosa. Un giorno perfino delle stecche di cioccolato. Passano dentro il bosco la bellezza di 7 anni. I loro unici contatti, quelli con una ragazza della base americana, da molto lontano. I ragazzini poi torneranno a casa, ma mai dimenticheranno un'esperienza così bella. Casas la definisce libertà assoluta, ed un gran privilegio aver potuto vivere così, ad uno stato naturale, dove ogni giorno c'era da combattere, ma non esistevano costrizioni.
Il libro è però a due livelli: quando si apre, troviamo i protagonisti già molto grandi, sposati, con famiglie. Patrice non ha avuto figli, mentre Michel sì, anche se la moglie comincia a essere stanca. Comprende, lo capisce anche quella di Patrice, che questi due nascondono parte del loro passato: che cosa possa essere nessuno lo sa. I due fratelli hanno tenuto questa storia solo per loro.
Un giorno, mentre sta lavorando nel suo laboratorio, Michel viene avvertito che Patrice è scappato via. Pianta la famiglia terrorizzato. Sa che Patrice ha idee suicide. Le ha sempre avute dopo quest'esperienza: forse, perché non è diventato padre o perché, più semplicemente ha assistito ad un suicidio da piccino e la morte, questo tipo di morte l'ha choccato.
Michel vola in Canada e scova Patrice. Un signore gestore di un bar gli ha affittato la sua cabina in un angolo sperduto dell'immensa foresta canadese. «Beh è un tipo che non ha paura di niente suo fratello».
Michel sorride e chiede di poterci arrivare. Viene accompagnato e rimane lì con Patrice: «Senta ma è un po' troppo estremo vivere adesso qui» gli fa Vic.
«Oh sa: noi abbiamo fatto campeggio da piccini».
«Sì, è la stessa cosa che mi ha detto pure suo fratello» risponde sorridendo Vic.
I due si ritrovano ma Michel è preoccupato. Il fratello ha un fucile, delle cartucce. Chissà che gli ronza per la testa.
Tornano dopo diverso tempo e tante grane per entrambi, a casa però Patrice non ce la farà sebbene sia una persona realizzata.
È un libro che, se da una parte ci parla della libertà che l'ambiente ci regala, dall'altra è molto triste perché uno dei due fratelli ha tanto di insoluto all'interno del suo animo e non riesce a venirne a capo.
Una lettura che vi piacerà, vi farà riflettere anche sul senso della famiglia. Questi bambini erano stati abbandonati proprio dalla madre che li avrebbe dovuti amare ed accudire.
La storia è vera.
Anna Maria Polidori






