domenica, giugno 22, 2014

Sergio Sivori: Sono sempre alla ricerca della potente relazione tra l'attore di teatro e lo spettatore

 Sivori e la sua ricetta per vivere bene: Combattere "l'ignoranza volontaria" e disimparare tutto quello che di peggio abbiamo imparato. Parola di attore di teatro. Eclettico e alla perenne scoperta di sé e dei tanti volti dell'anima


Parlare di teatro con un addetto ai lavori così illustre un'emozione immensa perché è una disciplina che ho sempre amato. Mai come a teatro un artista mette a nudo il proprio talento. Mai come a teatro un attore racconta in presa diretta e in diretta comunicazione con il pubblico quanto c'è di più profondo a livello esistenziale e emotivo.

L'importanza del teatro nasce da lontano. Se pensiamo che ancora oggi ci sono discipline come la psichiatria e la psicologia che si rifanno al complesso di Edipo, alla crudeltà di Medea, opere tragiche greche nate ben prima di Cristo per spiegare drammi moderni allora possiamo senza ombra di dubbio asserire che non solo il teatro sa leggere la realtà, ma è eterno e vive e sopravvive ai suoi stessi creatori per sempre.

Signore e signori consegno a voi la mia intervista con Sergio Sivori . Cinquanta minuti di chiacchierata al cellulare "Oddio s'è scaricata perfino la batteria..." mi manda un messaggio su Facebook più tardi Sergio in panico. Tutto andato bene, intervista più che compiuta, rispondo felice.

Sergio ha una voce bella, i suoi pensieri sono veloci e alti. Un pò arrabbiato con un sistema che al momento permette ben poca creatività.

Ma questo lascio che sia lui a dirvelo.


Cominciamo dalla sua Napoli Sergio....

"Mi sono trasferito a Roma per ragioni di lavoro, trenta anni fa. Ho sempre mantenuto un ottimo rapporto con la mia città natale. Certo, non c'erano tante occasioni di lavoro a Napoli. Avevo inoltre voglia di fare un diverso tipo di teatro. Un teatro di ricerca, quando me ne andai via. Sentivo la necessità di dovermi allontanare da determinate cose e situazioni.
Alla fine sono andato via perfino dall'Italia. Da quattro anni vivo in Spagna".

Come mai un cambiamento così radicale?


"Venne dettato da una mia profonda esigenza di ricercare qualche cosa di diverso. Da noi tutto è sinonimo di provincialità".

In che senso?

 Il problema è che la realtà è il riflesso di quanto poi è stato prodotto a livello culturale durante questi anni. Sono state immesse sul circuito tante persone che non sono a mio avviso sufficientemente competenti. Non è possibile fare entrare nuove leve. Chi lavora è per forza di cose costretto a imitare e emulare l'eccellenza arrivata all'apice dopo tanti sacrifici".

Insomma, pare di capire che ci sia in giro ben poca originalità.  Qual'è il maggior difetto del teatro più "ufficiale" secondo lei?

"Lo trovo al momento poco aderente con la realtà. Il teatro per come viene concepito dalla gente è creato per un pubblico medio-alto, borghese.Tranquillo.  Ormai il teatro non è più per come almeno lo intendiamo in tanti, solo sinonimo di palcoscenico. È possibile fare rappresentazioni ovunque. Sono ottime le compagnie indipendenti in tutta Italia. Il mio è un teatro indipendente. Voglio essere sempre costantemente connesso alla realtà per poi trasporla a teatro. Non so e non posso decodificare se quanto rappresenterò scalfirà gli animi degli spettatori. So che quello è quanto voglio dare loro".

Per Sivori il teatro indipendente: "Ha una forza dirompente. Molto più potente di quello cittadino a mio avviso. Se ci mettiamo insieme tutti, siamo migliaia".

Quello di Sergio è stato però un percorso intimo tutto suo e personale.

"Sì, ho fatto anche teatro convenzionale e tournée in tutta Italia. Ho girato in lungo e in largo anche la sua bella Umbria. Il teatro più convenzionale è quello di intrattenimento. Io voglio fare qualcosa di diverso. Non sono infatti legato tanto all'originalità della storia in sé ma a come metto in relazione lo spettatore con l'attore. Non sono tanto interessato a raccontare storie quanto a far rilucere un mestiere".

Un limite della critica?

"In genere vanno a vedere i soliti noti. Suggerirei loro di spaziare maggiormente e scoprire nuove compagnie. Questa grande isola del teatro impegnato raccoglie centinaia di migliaia di persone".

Lei ha fatto anche fictions.

"Tantissime e sono legato a ciascun prodotto".

Qual'è la differenza sostanziale tra la Spagna dove vive, e l'Italia?



C'è un'organizzazione più seria in Spagna, una qualità eccellente. Produttori capaci e ho la netta sensazione che siamo più seguiti".

Secondo Sivori la cultura è andata scemando in Italia.
 Avanzo l'ipotesi che forse la crisi ha allentanto i consumi in termini di giornali, libri, uscite al cinema, a teatro abbattendo di fatto un settore che ovvio, produce fertilità intellettuale.

"Non sono d'accordo. La cultura è dentro di noi sennò cadremmo nell'ignoranza più totale. In più abbiamo una potente tradizione orale nel nostro Paese. No, creda: questa è ignoranza volontaria".

Che cosa intende per ignoranza volontaria?
"Chiudere il mondo a compartimenti stagni. Ignorare quello che non va a genio. Vede: io posso essere un attore ma interessarmi a tanti altri settori del vivere umano. Adesso i giovani sono interessati solo a certe cose e faticano a aprirsi e esplorare orizzonti diversi da quelli che conoscono. Anzi: sembra che l'andazzo sia proprio questo: io voglio ignorare. Eppure se ci pensa bene i grandi pittori del passato erano così eclettici. Conoscevano la scultura, l'architettura, le scienze, la matematica".

Vero: una volta non c'era una netta separazione dello scibile umano. L'Umanesimo e il Rinascimento (Leonardo insegna) anzi, ci avevano comunicato che le conoscenze umane potevano andare tutte a braccetto e dovevano tutte essere conosciute in maniera completa. Non era difficile incontrare un mago al contempo matematico, chimico, pittore e chissà quale altra cosa poteva essere.
La separazione dello scibile umano. avvenuta in tempi più recenti ha creato confusione e maggiore aridità intellettuale e schematismi di varia natura.

"Sa che cosa le dicono oggi tante persone? Io voglio ignorare. Poi, certo la società civile, la politica non ci ha aiutato. Anzi: a volte il messaggio che filtrava era che la cultura non fosse così indispensabile".

C'è una ricetta, potentissima e originale che Sergio propone:

"Dobbiamo disimparare tutto quello che di peggio abbiamo imparato. D'altra parte che cosa rappresenta l'arte? Sublimazione della quotidianità. Sì perché ci sono solo dei pochissimi momenti importanti nella nostra esistenza: la nascita e la morte. Tutto il resto o quasi è mera quotidianità. L'arte, la cultura ci aiutano a vivere meglio e in maggior armonia con gli altri".

Senta Sergio lei si lamenta della poca cultura dei nostri ragazzi. Ha figli? E come li ha cresciuti?

"Sì ho una figlia e come capirà è cresciuta in un ambiente molto fertile e culturalmente e creativamente. Ha una bella voce e la passione per il canto, le piace la musica e  adora la pittura. Vede? Il bello del teatro è proprio questo: partire con le caravelle per le Indie come fece Cristoforo Colombo per poi magari  approdare in America. Iniziare con un'esperienza per poi andare incontro a altre realtà e a ulteriori crescite esistenziali".

Senta Sergio lei aveva provato a entrare all'Accademia di Arte Drammatica di Roma. Mi dica la verità: come tutti quelli che non ci sono riusciti conserva un pò il dente avvelenato?


"L'Accademia? No, non avrebbe fatto al caso mio. Ognuno di noi lavora e sa come andare avanti".

Perfino doppiatore della Buitoni in Spagna Sergio mi spiega che al momento è in atto in Italia uno sciopero dei doppiatore a oltranza.

Me ne parli. Non mi dica: dovremo vederci tutti i films in originale?


"Se la vertenza non si risolve..Il rischio che non vengano doppiati c'è. Voglio essere solidale con i colleghi. Non c'è un contratto da tanto tempo e in particolare i tecnici e le maestranze saranno quelli che subìranno più problemi. L'idea è quella di innalzare da 3 a 4 ore il doppiaggio inserendo anche altri prodotti durante il doppiaggio ad esempio di un film. Secondo noi la qualità potrebbe ridursi".

Il lavoro di attore...


"Non creda che un attore sia un privilegiato. Mai. La televisione non può sempre offrire lavoro a tutti. Un attore è colui che si occupa di tematiche sociali, che porta avanti discorsi anche molto impegnati. Non riduciamo sempre tutto alla foto patinata o al fotogramma di una fiction".


Senta lei è entrato a far parte della scuola di Jerzy Grotowski.

"Sì dopo Stanislavskij è la figura più importante. Aveva un laboratorio teatrale in Polonia. Non ho però lavorato con lui. L'avessi fatto a inizio degli anni '80... Ma ero impiegato al Teatro Stabile di Palermo. In seguito ho conosciuto a Taormina il lavoro di Peter Brook e da lì ho pensato: voglio fare questo. Quell'impegno a teatro forse mi aveva perfino impigrito mentalmente, chi lo sa? Idealmente mi trovo in questi riformatori. Ho iniziato a leggere Jerzy Grotowski nel 1982 e certi concetti ancora non li comprendevo oppure li ritenevo difficili da accettare".

Addirittura?

"Ha visto Picasso? Il suo cubismo?"

Sì.

"Picasso ha liberato la pittura dalla noia. Eppure i suoi primi dipinti erano normali. In genere noi tutti nel percorso esistenziale che facciamo siamo obbligati o comunque incanalati a essere quello che la società ci dice di essere. In seguito viviamo altre evoluzioni personali".





Anna Maria Polidori

sabato, giugno 21, 2014

Saluzzo, tra nobiltà e cultura

 Viaggio in un paese immerso di cultura e rispetto per il passato

È bello percorrere l'Italia in lungo e in largo grazie a manifestazioni paesane come  quella organizzata a Pietralunga da Borghi Autentici. La festa Nazionale dei Borghi Autentici quest'anno ha avuto come scenario il piccolo paesino umbro.

Sono andata a curiosare tra gli stand delle varie regioni italiane.

Wilma Margaria arriva da Saluzzo, sul Monviso. Un abitante del posto si ferma: "Ci sono stato sa a Saluzzo? Facevo il camionista. Ho girato tutta l'Italia". Wilma allora lo fa sedere per mostrargli il video che hanno preparato per i visitatori del loro stand.


Facciamo una lunga sosta. La signora lavora all'I.A.T del borgo e mi fa un prospetto della sua cittadina davvero a tutto tondo.

"Saluzzo? Una cittadina dove la cultura abbonda". Che bello. Penso di trovarmi nel posto giusto. Ci sarà di che parlare, insomma.

Mi introduce così alla sua realtà, Wilma, per poi spiegarmi a livello storico che cosa abbia rappresentato in passato Saluzzo nella storia.

"Come può osservare dalla cartina, il centro storico di Saluzzo si dispiega come fosse un ventaglio. Saluzzo in realtà è stato un marchesato per tanti secoli, quindi uno Stato indipendente che però ha sempre fatto da luogo di mediazione tra i vari potentati europei per pacificazioni e altre problematiche. Un ruolo strategico dovuto alla nostra posizione geografica nel Monviso. In particolare, la Francia, ma anche i Savoia, hanno sempre strizzato l'occhio alla nostra città. Uno degli esponenti di maggior spicco della cittadina è stato Ludovico II, cui non ci dimentichiamo".

L'apice di maggior fulgore tra il 1400 e il 1500. In epoca più recente Saluzzo entrò a far parte del dominio dei Savoia. 


Non vedo tanto entusiasmo...Meglio sarebbero stati i francesi? chiedo.

Wilma e il suo collega sorridono. "No, macché: meglio sarebbe stata l'indipendenza".

Quali sono i prodotti tipici della vostra terra?

"Dovrebbe venire al nostro mercato settimanale il sabato. Qualcosa di meraviglioso con i nostri contadini che portano i loro prodotti tipici. I nostri prodotti tipici sono mele, kiwi. Le dovessi dire che abbiamo un prodotto di punta o una specificità territoriale che ci contraddistingue come tanti borghi hanno, questo non potrei. Abbiamo tanti prodotti tipici e buoni che contraddistinguono la nostra terra, questo sì".

Mi dica Wilma quanti abitanti fa Saluzzo?

 
"17.000 Parliamo di un borgo che ha tanti visitatori. Molti gli stranieri, in particolare olandesi, più che non tedeschi. Tanti francesi naturalmente. Chi acquista case però lo fa nelle Langhe. Sa com'è: noi stiamo in mezzo e questo in un certo senso ci penalizza. Chi acquista lo fa o nelle Langhe dove ci sono ottimi vigneti, oppure in montagna".
 

Il proverbio dice: in medio stat virtus....

"Vero. La nostra poi è una cittadina davvero fertile culturalmente. Abbiamo un cartellone  interessante per tutta l'estate. In passato avevamo organizzato degli itinerari meravigliosi in luoghi suggestivi e inesplorati perché chiusi al pubblico fino ad allora, per le più disparate ragioni. Via via abbiamo aperto questi spazi e è stato un successo incredibile. Quest'anno puntiamo tutto sulla Castiglia".


Che cos'è?

Il nostro castello principale. Storia antichissima costruito nel 700, in tempi molto più recenti è stato il carcere cittadino. Dismessa questa funzione solo nel 1992 ora consta di due musei cittadini. Uno che riguarda tematiche carcerarie (Museo della memoria carceraria) mentre un altro riguarda Il Museo della Civiltà Cavalleresca". Questo ovviamente implica tante altre tematiche connesse con quel periodo storico. C'è poi un archivio storico che conta qualcosa come 9.132 documenti risalenti al 1549/1600.

Saluzzo ha dato i natali a Silvio Pellico scrittore del romanzo: "Le mie prigioni".


"Possibile visitare la sua abitazione. C'è una statua in città che lo ricorda. Altri luoghi da segnalare: il Palazzo comunale, la pinacoteca dedicata a Matteo Olivero paesaggista (1879-1932). ll pittore ha esposto anche a Parigi, Bruxelles e Monaco.

La cittadina è poi famosa per una scuola di perfezionamento musicale post-conservatorio davvero prestigiosa. Accedervi è difficile e le selezioni sono molto dure. "Quest'anno hanno presentato domanda 250 studenti da tutta Italia" continua Wilma.

Ci intriga la storia di Amleto Bertoni che Wilma ci narra. "Amleto (1875-1967) non era nativo della nostra cittadina. Quando venne da noi era un sarto. A poco a poco si rese conto che che c'era troppa disoccupazione in giro così per impiegare i ragazzi che non avevano niente da fare mise su come un imprenditore un'industria dedita alla costruzione di mobili. Fu un successo e ciascuno di questi ragazzi trovò un impiego. Questo settore così è diventata un'altro fiore all'occhiello della nostra cittadina". Vedo con piacere e rimango davvero sorpresa dalla bellezza dei mobili che vengono costruiti a Saluzzo. Colori, forme, intarsi d'altri tempi. Wilma mostra alcuni depliants più recenti di letti a baldacchino più aggiornati. "Sa: la nostra è un'area che ha sempre lavorato sugli stili. Al momento è stata data un'impronta più moderna a tematiche che però ci sono molto care."

Tanti i luoghi da visitare come Villa Belvedere, una casa storica del 1500 che il comune ha fatto sua, Villa Bricherasio,con il suo "Giardino d'acclimatazione" per tutti gli estimatori di giardini imperdibile con le sue 3.500 specie e varietà di fiori e piante.


Mi racconta poi Wilma la storia di Griselda. "La ricorda? L'ultima novella del Decamorone di Boccaccio..."

Faccio brutta figura. Eppure le avevo lette tutte. Griselda mi sfugge...

"Bene. Griselda è una fanciulla povera che lavora nel castello e alla fine viene sposata dal marchese di turno, il quale preoccupato però della bassa estrazione della ragazza, una volta nati i figli l'allontana dal palazzo con la scusa che i figli sono scomparsi e ormai lui non ne vuol più sapere niente di lei. In realtà preoccupato della loro educazione, il marchese li ha allontanati da lei per dargli un'istruzione consona al loro stato sociale. Gli anni trascorrono e Griselda nonostante l'allontanamento forzato dal palazzo continua ad amare il suo sposo. Una volta Griselda viene invitata dal marchese al suo palazzo per servire a quello che avrebbe dovuto essere un grande ricevimento. Griselda, triste, accetta.  Di fatto c'era sì una grande festa, ma erano le nozze in onore della loro figlia ormai adulta. Tutta la storia si chiude felicemente se non che Giovanni Boccaccio al termine aggiunge: Griselda Griselda ti sei tanto sacrificata per quest'uomo. Meglio sarebbe stato se ti fossi anche divertita un pò di più".





Anna Maria Polidori

martedì, giugno 03, 2014

Quando gli occhiali fanno la differenza

Johnny, Moscot e l'ottica Rossi di Gubbio

Una mattinata a Gubbio. Tempi stretti, camminando lo vedo davanti a me con quel suo sorriso caldo, dolce e seducente.


Parliamo di Johnny Depp e dei manifesti che troneggiano in tutta la città di Gubbio questi giorni.

Johnny è diventato da poco testimonial di una marca di occhiali, la Moscot, di cui è venditore esclusivo l'Ottica Rossi nella nostra città, Gubbio.










 

Allora signor Rossi, mi parli di questa novità e soprattutto di questa marca.

Guardi, Moscot prende il nome da un ottico americano che dal 1915 produce occhiali. Quelli che ha indosso Johnny Depp nel poster sono i Lemtosh, un tipo di occhiale che si rifà a una moda vintage di inizio '900.

Signor Rossi è possibile aggiungere qualunque tipo di lente alla montatura?

Sì, non c'è problema, è versatile tanto come occhiale da sole che come occhiale da vista.

Ne state vendendo tanti?

Insomma...Le vendite ci sono sebbene non ci sia una grande richiesta. Noi trattiamo questa marca da due anni e solo da poco è stato scelto come testimonail  Johnny Depp. Sa: questo occhiale ha uno stile retrò che ha preso piede da un pò di tempo a questa parte. Inoltre va detto che questa marca non fabbrica in maniera industriale come altre realtà. Se ordinassimo trenta occhiali credo ce ne invierebbero solo cinque.

Che lenti indossa Johnny Depp nella foto?

Lenti azzurrate, non tanto scure.

Ha una sua clientela specifica questo occhiale Rossi?

Sì. Giornalisti, intellettuali. In passato è stato l'occhiale preferito di Buddy Holly e Truman Capote. Adesso lo è e da anni, di Johnny Depp. Gente insomma, creativa. Certo, non è un paio di occhiali che interesserebbe il ragazzino o la ragazzina diciottenne. Quel mercato vuole altri occhiali e soprattutto lenti a specchio.


Ce le ricordiamo bene Rossi!


Vede? Le mode ritornano.

E' un occhiale caro il Lemtosh?

Ma no. Stiamo sui 180 euro.


Anna Maria Polidori






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