domenica, giugno 13, 2004

Anselmo Fumanti. Storia di un Cavaliere di Gubbioe delle sue peripezie di guerra

Il Cavaliere della Repubblica Anselmo Fumanti mi accoglie nella sua abitazione, con estrema gentilezza e pronto ad aprire il suo cuore alle terribili vicende passate in Russia 59 anni fa.

Allora Anselmo, mi racconti un po’ di lei e della sua infanzia.

Sono nato nell’agosto del 1917, ultimo di sei fratelli; vivevamo a Montefoce in via delle Vigne. A 15 anni sono andato a lavorare a Piedigrotta, vicino a Napoli, come cameriere.
In seguito sono ritornato a casa, ed ho cominciato a lavorare come muratore. Mentre lavoravo a Morena, il parroco ci venne a cercare, annunciandoci che presto saremmo dovuti partire per andare sotto le armi.
Sono andato così a Roma, dove ho svolto 18 mesi di leva all’ottavo sanità al Celio.

Quali erano le sue mansioni?
Io mi occupavo di prendermi cura degli ammalati. Effettuavo alcune medicazioni.

Cosa accadde quando scoppiò la guerra?
Siamo stati mobilitati con la divisione “Torino”, 52 esima sezione sanità; siamo giunti così a Battaglia Termine, per poi doverci spostare nel fronte francese, ad Imperia.
Lì siamo rimasti circa due mesi; poi abbiamo fatto rientro a Civitavecchia, il nostro quartier generale.


Quando avete oltrepassato l’Italia la prima volta?
Era il 5 aprile del 1941, il giorno di Pasqua, ricordo ancora. Ci fornirono di una galletta, ed una scatoletta di cibo; stavamo passando Fiume, diretti a Monstar, in Jugoslavia.
In seguito ho fatto ritorno a Civitavecchia.
Ci avevano dato 20 giorni di licenza; il nono giunse un fonogramma che ordinava di partire per la volta della Russia.


Come avete viaggiato?
Siamo partiti con il treno sino ai confini dell’Ungheria; poi, con tutti i nostri mezzi abbiamo attraversato la Romania. Siamo quindi entrati in Ucraina. Abbiamo oltrepassato diverse città, come Balta, Dnepropetrovsk, Rikovo, finché non ci siamo fermati.


Dove avete alloggiato?
Dormivamo presso case requisite o nelle tende.

Cosa mangiavate?
Minestra, un pezzo di pane, ed una piccola porzione di carne.

In seguito…Abbiamo ripreso a marciare sino a giungere nelle rive del Don.
Là, a causa d’una grande battaglia intercorsa con l’esercito russo, sono stato fatto prigioniero il 15 dicembre 1943.


Ci racconti quest’aneddoto. Lei non si trovava già in buone condizioni fisiche…
Sì, stavo già male. Non sentivo più le gambe; la cancrena stava avanzando in modo spaventoso. Alcuni miei amici hanno perso le orecchie, il naso, a causa del congelamento. Io ero già tra gli ammalati al momento della cattura da parte russa.

Dove siete andati e con quali mezzi?
Utilizzando delle slitte, abbiamo oltrepassato il Don; io non camminavo più. Ricordo che in seguito prendemmo un treno che doveva portarci in Siberia.
All’interno di questo, vidi un’infermiera e la pregai di aiutarmi a non perdere la vita, chiedendo di poter intercedere per me presso i medici, affinché mi amputassero le due gambe. Mi addormentarono con l’oppio; quando mi risvegliai il giorno dopo, feci scivolare una mano sotto le lenzuola e provai un brivido. Sotto le ginocchia non c’era più nulla.
Però, sapevo che ora potevo ricominciare a vivere, ed ero felice.
Dopo moltissimi giorni pervenimmo in Siberia.

Cosa mangiavate?
Bucce di patate e minestra con i cavoli. Le scodelle erano sprovviste dei cucchiai. Eravamo fortunati e facevamo festa quando ce li davano.

Cosa accadde poi?
Nel ’44 siamo stati spostati di nuovo in una località oltre gli Urali; poi in Asia presso Taskén.
Lì siamo restati fermi sino al giugno del 1945.

Cosa è successo a guerra terminata?
I primi di giugno giunse una commissione da Mosca; questa decise di rimpatriare il prima possibile i mutilati e gli ammalati.
Così, in agosto giungemmo a Berlino, per l’esattezza a Luckenwalde.
Lì, gli ufficiali che ci visitarono convennero che a dover essere rimpatriati per primi, dovevamo essere noi “russi”.
Sono tornato a casa il 3 settembre del 1945; pesavo 35 chili ed ho subito cure massicce per ristabilirmi a Perugia ed a Roma.
Passati i guai, mi sono sposato ed ho avuto tre figli; ora sono attorniato da una nidiata di nipoti.


Dopo la sua esperienza di guerra in Russia, Cavaliere, quale messaggio vuole lanciare?
Io cancellerei la parola guerra dalla faccia di questo mondo.
Dovunque c’è un conflitto, ci sono morti, mutilazioni, devastazioni.

Lei ha ottenuto il 20/2/1995 il titolo di Cavaliere della Repubblica, con firma dell’allora Presidente Oscar Luigi Scalfaro e controfirmata da Lamberto Dini.Ne va fiero?

Mi ha reso un piacere immenso, ma sono rimasto una persona semplice, ed amante della vita.
Ho una insanabile voglia di vita dentro di me, che nonostante le avverse vicissitudini passate ed i miei anni non si è mai spenta.


Complimenti! Da tutti noi.
Grazie.




sabato, giugno 12, 2004

Joseph De Fronzo al Vinitaly 2004

Joseph Michael De Fronzo, prossimamente in visita nella nostra cittadina per affari, mi ha invitato a partecipare alla 38 esima manifestazione del Vinitaly a Verona. Persona affabile, alla mano, ha guidato una sperduta giornalista di provincia, alla ricerca di buon vino da importare negli Stati Uniti.
Ma chi è Joseph De Fronzo?
Nasce in Italia, quest' uomo che si è fatto da solo in quel di New York; studia nel seminario di Molfetta dai 10 anni e mezzo sino ai 12. Dopo la morte del papà in seguito ad una vantaggiosa offerta di lavoro da parte di Oleg Cassini, sarto di Jacky Kennedy che chiamò sua madre a New York, partì alla volta della Grande Mela.

Quale è stata la sua prima impressione di New York?
Meraviglia; osservare da lontano lo skyline di New York, per me che provenivo
dall’Italia era un qualche cosa di incredibilmente affascinante.

Cosa è successo nell’immediato?

Avevamo già dei parenti in città.
I primi 4 anni li abbiamo trascorsi con i genitori di mia mamma, dopodiché siamo stati in
grado di renderci autonomi e di poter acquistare una casa per conto nostro.

Cosa ha subito notato di diverso nella società americana rispetto all’Italia?
A parte la lingua, le abitudini
stravolte, la società americana è molto più aggressiva di quella italiana.

Cosa è successo terminata la scuola superiore?
Ho avuto una borsa di studio per l’Università di New York. In seguito un master in legge ed affari internazionali alla Columbia University.

Il primo lavoro?
Ho
svolto l’attività di consigliere in una compagnia di produzione teatrale. Ho portato a Broadway Sugar Baby, con Mickey Rooney.
Dopodiché in campo professionale ho cominciato come vice-presidente in una compagnia logistica internazionale. Due anni dopo Serafino Maltese senatore di New York, mi chiese di essere uno
dei dirigenti della sua campagna elettorale. Fu una grande vittoria.
Così divenni ben presto il braccio
destro di Maltese,
mentre mia moglie diventò capo consigliere del senatore stesso per gli affari legislativi..
Nel ’97 sono nominato dal governatore Direttore del Dipartimento internazionale dello Stato di New York per lo sviluppo economico e per la promozione del business internazionale.
In quel periodo ho così avuto modo di viaggiare in Europa e Sud America.
In seguito venni eletto Presidente -chairman- della contea di Queens che conta circa 2 ml di persone ed è uno dei distretti dello Stato di New York.

Lei ha vissuto l’11 settembre: alcune sue impressioni sull’allora sindaco Giuliani?
Una persona serissima, brava. Prima di allora aveva dato un’immagina di sé fredda. Poi ha mostrato tutta la sua italianità e si è rivelata una persona caldissima.

Torniamo lei... La sua attività quindi ha proseguito di pari passo rispetto a quella politica, sino…
Sino a diventare un grande importatore di vini…

Sì, il tutto è cominciato casualmente
e da una grande passione.
Penso sia dipeso in gran parte dall’essere italiano, questo buon gusto per il vino. Non pensavo ad un vero e proprio business. Non ho cercato il vino.
E’ stato il vino a trovare me!


Gli inizi?
Ho cominciato ad importare negli Stati Uniti vini francesi; poi altre persone mi hanno fatto notare che indubbiamente il prodotto vinicolo italiano era ottimo e potevo farci più di un pensierino…Così, quasi per gioco è nata la SMD selections, la quale nella sigla racchiude tra le altre cose i nomi di mia figlia: Stephanie Michelle De Fronzo.

Che tipo di vini importa negli Stati Uniti, Joseph?
Vini di piccoli produttori; vini coltivati è proprio il caso di dirlo, da aziende familiari.

Quali ristoranti rifornite?
Il Manhattan Ocean Club, il Park Avenue Cafè ; il One Central Park, che fa parte della catena di ristoranti del Plaza Hotel.

Mica male. E chi porta i prodotti per poter essere visionati ai ristoratori?
Vado io. Mi piace il contatto con le persone e soprattutto con i miei potenziali clienti.
Nessun tramite.

Quale evoluzione sta subendo ora la SMD selections?
Diciamo che ora sto pensando fattivamente di importare nel mio Paese altri prodotti, quali olio, salse tartufate. Senza ombra di dubbio i prodotti maggiormente trainanti il mercato americano sono infatti quelli del comparto alimentare. E quelli della fornitura. Visiterò presto la vostra città, Gubbio proprio per questa ragione!

Alcune flessioni durante questi anni si sono fatte registrare nel commercio e nelle joint-ventures tra l’Italia e gli Stati Uniti?
No, non molto. Il settore del business tira bene, persino quello del fashion, ad esempio.

Che cosa ne dice signor De Fronzo se ora lei mi guida alla scoperta del Vinitaly?
Con vero piacere!
E’ una due-giorni vorticosa quella che ha spinto il signor De Fronzo a venire a Verona per testare vini per la sua ditta, la SMD selections..
Testare vini può sembrare semplice, ma di fatto non lo è perché occorre soprattutto avere olfatto molto sviluppato per poter carpire le giuste essenze.
Ma cosa significa partecipare a questa manifestazione per un produttore di vini? E per un importatore come Joseph De Fronzo?
Appare chiaro che si instaura un bel rapporto con il produttore di vini; sebbene questi ultimi –i vini!-
siano scandagliati vagliati e passati sotto torchio con estrema accuratezza. Olfatto, primo impatto, naso, gusto, gradevolezza, sono solo alcune delle voci che Joseph De Fronzo è solito compilare con estrema dovizia e particolarità in un’apposita scheda.
Cosa accade quando si sente il vino?
“Di primo acchito la cosa appare semplice; ma non è così. Come puoi notare tu stessa il bicchiere, prima di essere versato il vino, viene sciacquato con un goccio di questo
stesso
per levarne l’eventuale residuo di saponificazione e dopodiché, viene introdotto il vino vero e proprio. Per assaggiare in tutta la sua magnificenza e gradevolezza il vino, per prima cosa è necessario far ruotare il bicchiere , sentire l’odore di questo, ed infine bere.” Il nostro viaggio comincia dai Valle, Aziende vitivinicole del Friuli, produttori di ottimo Pinot, Cabernet, Refosco. Mi fanno notare che loro hanno cominciato con il Vinitaly. Erano presenti già alla seconda manifestazione, quando Vinitaly significava un solo capannone adibito agli stand.
“Guardi oggi quel che è diventato.”
In effetti questa azienda a conduzione familiare fa sentire a casa propria. Ed il signor De Fronzo testa in quella sede ben 18 vini che possono attirare possibili clientele negli Stati Uniti.

La Canonica di Cerreto, ditta in provincia di Siena, spinge l’accento sulle esportazioni.
“Noi esportiamo i nostri prodotti negli Stati Uniti con grande soddisfazione e sempre rinnovato successo, grazie al signor De Fronzo”, asserisce compiaciuto il titolare, Lorenzi, “ma con mire sempre più ambiziose, non lo nascondo”.


Sempre dal Friuli, ci spostiamo nel padiglione Docfriulilatisana; passiamo poi all’Azienda Vitivinicola Lepore di Teramo, dove proseguiamo l’assaggio di vini dagli aromi estremamente particolari ed intensi.

La ditta Brezza ci introduce con simpatia e con stuzzichini vari al barolo, di cui il signor De Fronzo appare alquanto interessato.
Carrellata che termina con le Cantine Paradiso di Cerignola, Foggia.

E’ rimasto soddisfatto signor De Fronzo?
Penso di poter tornare negli Stati Uniti pensando di portare ai ristoratori d’oltre oceano prodotti competitivi e di ottimo gusto per i palati più raffinati.



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Flavio Insinna: grazie Gubbio!


 Il popolare attore televisivo a Gubbio per girare Don Matteo, racconta esordi, passioni, frustrazioni e successi

Gubbio alle due del pomeriggio è pigra, sorniona, una città maliarda che vuol farsi ammirare da chi vuole poco frastuono e tanta bellezza. Con questi pensieri che mi frullano per la testa, mi dirigo decisa verso via della Repubblica. Gli uomini della troupe di Don Matteo già stanno lavorando alacremente per preparare il nuovo set della fiction, giunta alla sua quarta edizione. Aspetto il capitano Anceschi, o se preferite, l’attore Flavio Insinna, per un’intervista. Non tarda a palesarsi Flavio, abiti sportivi, sorriso pronto, bontà fatta persona. 

Il giorno precedente l'ho avvicinato in piazza 40 Martiri, chiedengoli un'intervista.

 "Ma certo: tv o carta stampata?" ha risposto entusiasta.

"Carta stampata". Mi sentivo tanto emozionata. L'appuntamento alle due del pomeriggio successivo. Peccato che Flavio abbuia proprio dimenticato l'intervista, il giorno dopo. E adesso? abbiamo pensato un pò scoraggiate.  I tempi di un set sono rigidi e non è possibile procrastinare. Niente paura. Flavio non 'è perso d'animo: "Seguimi, mi devono truccare. Intanto, comincia a farmi domande sulla roulotte". Che intuizione meravigliosa. Il clima cameratesco che si respira mi mette di ottimo umore. E così, attorniata da ben sei persone affaccendate e che ringrazio sin da ora per la disponibilità usatami, comincio un’intervista a tutto tondo con uno degli attori più simpatici e straordinariamente affabili del panorama televisivo italiano.



Allora, Flavio, anzitutto cominciamo dall’inizio. Mi parli di te, e della tua giovinezza? Che studi hai fatto?

 Ora ho quasi 39 anni; mi sono diplomato al liceo classico. La mia principale passione è sempre stata quella della recitazione e così mi sono iscritto, una volta terminati gli studi, nel Laboratorio Teatrale di Gigi Proietti dove mi sono diplomato nel ’90.

Parlami di quel periodo… 

Gigi Proietti è un fenomeno e umanamente e professionalmente. Una persona di eccezionale carisma che sa guidarti, se tu vuoi imparare. Lui aveva una pazienza infinita con noi alunni. Se tu collaboravi e mostravi di voler apprendere, era una persona capace di stare tutto il giorno lì con te per una battuta. Nessuno di noi voleva mai perdersi una sua lezione, tanto era bravo. E’ dotato di una straordinaria auto-ironia che lo portava a sdrammatizzare gli eventi. Intendi: non ciò non voglio dire che mancasse di severità. Ce lo diceva sempre: “Ragazzi, la recitazione non è uno scherzo. Le regole si possono trasgredire, ma prima bisogna conoscerle a menadito.”

Una scuola meravigliosa con una persona stupenda. Chi devi ringraziare Flavio per ciò che sei adesso, e professionalmente ed umanamente?

 Il grazie alla vita lo debbo ai miei genitori. A papà che è medico, con l’esempio e con i valori più importanti che mi sono stati trasmessi e con quella disciplina che mi ha portato a non far parte di quella percentuale di ragazzi sbandati, nella quale potevo essere, perché no? anche io.

Che cosa vuol dire recitare per te, Flavio?

 C’era un attore Edmund Kean che asseriva che si recita per non conoscersi. Non ti basta la tua semplice vita e quindi scegli di ricoprire le vesti del parroco, del carabiniere. Se ci pensiamo bene, recitare è un continuo conoscersi ed un continuo ricoprire nuove anime. Molti scelgono la recitazione perché questa è un percorso conoscitivo ed è…molto meglio dell’analisi!

Dopo Proietti cosa hai fatto nell’immediato?

 Facevo degli spettacoli ricordo negli scantinati, nei teatrini, dovunque potessi dire di avere un pubblico per poter dimostrare il mio talento, ma era innegabile che l’angoscia mi attanagliava. Sai, questo è un lavoro che è un azzardo. Puoi sfondare, ed allora come vedi tu stessa, sei un privilegiato perché hai tutti ai tuoi piedi, sei trattato con guanti di velluto. Oppure puoi finire la tua carriera prima ancora di averla cominciata.
Comunque, poi, è arrivata la prima serie della Lux, la casa di produzione a cui io sono legato da profondissimo affetto: “Uno di noi”, con Virna Lisi e Gioele Dix.

Come ti sentivi a recitare accanto a dei mostri sacri del cinema e della tv? 

Era come fare le vacanze-studio. C’era solo da apprendere. Mi sono divertito tantissimo con i bambini che avevano lavorato con noi.

E poi?

 
Villaggio, Abatantuono… Abatantuono è una persona eccezionale…veramente! Con una profonda umanità e disposto al dialogo. Come lo è Terence Hill. Tipi normali nella loro grandezza.

Che impressione hai avuto di Gubbio quando sei venuto in città la prima volta? 

Mah, ad essere sinceri ero stato in gita con i miei nella vostra città che ora è anche mia, da piccino; e per qualche marachella che dovevo aver combinato, rammento che il rientro a casa era stato alquanto burrascoso.
Era di notte, c’era la neve, quando arrivammo con la troupe. Non vedevamo nulla. Ci siamo detti: chissà? E siamo ancora qui.
Penso che Gubbio non ci abbia regalato niente, questo sì. Ci han pesato, valutato e si è creato questo straordinario rapporto che va avanti dal ’98.

I carabinieri vi hanno dato una mano durante le riprese? 

Sì. I carabinieri forniscono i loro mezzi, le macchine.
Verificano i copioni.
Le divise sono originali.
La serie di Don Matteo è stata inclusa nel calendario dell’Arma dello scorso anno.

Una consacrazione. Hai parlato sempre bene di Gubbio…Ma un difetto? Lo avrà pure la nostra cittadina. Un po’ chiusi, dicono alcuni, questi eugubini… 

Leggende metropolitane. Ti posso assicurare che ho visitato per lavoro tante città, e la cordialità, l’affabilità e la disponibilità che ho trovato qui da voi non l’ho riscontrata in nessun altro luogo.
No, non dipende da voi, ma da me. Io per parte di padre, sono per metà siculo. Pensa che vengo a passare i miei week-end, appena posso, a Gubbio. Ho trascorso le festività natalizia da voi…Mi oppongo però all’acquisto a Gubbio di una casa dove poter trascorrere i momenti di relax, perché per me il clima è troppo rigido! Solo questo.

Cosa ti manca di Roma, quando sei a Gubbio?

 La famiglia, gli amici. Ma so bene di essere un privilegiato; di fare un lavoro che mi permette, se e quando lo voglio di poter tornare, impegni permettendo, nella mia città.. Qui a Gubbio mi sento totalmente a casa. Non mi manca nulla di Roma.

Una giornata tipo sul set?

 
Va dalle 8 alle 10 ore. Cominciamo col trucco, poi gli abiti di scena e via a girare! Anche in notturna.

Siete tutti gentilissimi. Si respira un’aria meravigliosa sul vostro set. Qual' è il segreto di una fiction come questa? 

La forza della troupe, l’affetto della gente. Questo remare a favore della fiction da parte di tutti, dal regista al singolo eugubino, continua a farci produrre a ritmi elevati, a volte forsennati, un prodotto d’alto livello.

Hai un aneddoto curioso da raccontare che è successo durante la lavorazione?
 
Sì, un giorno un’autista doveva portarci nel set; era di martedì mattina e c’era il mercato, ricordo. Questo signore era ingessato al braccio. Io e Nino Frassica eravamo già pronti in divisa…Io mi sono offerto di guidare la macchina e… com’è, come non è mi son visto prelevare dai carabinieri Bennardo e Antoniello, ora miei grandi amici, per chiarire l’accaduto, appena giunto nel set. Avevo commesso diverse infrazioni nel frattempo. Per fortuna me la sono cavata solo con una piccola multa pagata dalla produzione.

Un’ultimissima battuta prima di cominciare le riprese?
 
GRAZIE GUBBIO! 

 

Anna Maria Polidori