sabato, giugno 12, 2004

Anacleto Polidori, nato a Gubbio, emigrato in Francia. Una testimonianza.

Eravamo andate a visitare la moglie di un nostro amico emigrante. Tutto qui.
Non mi era manco frullata per la testa l’idea di un’intervista.
Quando l’ho accennata, su sollecitazione di amici comuni, Anacleto Polidori si è tirato indietro ad ha cominciato a ridere.
“Non sono cose che fanno per me. Sono un tipo schivo…”
E’ riuscito a vincere la reticenza grazie a Maria Josè, moglie affascinante, immobilizzata a letto a causa di una rovinosa caduta, che ha sollecitato energicamente il racconto del marito.
“Sono nato a Morena; ho quasi 70 anni.
Eravamo 6 fratelli e la povertà era tanta, inutile stare a nasconderlo.
Avevo fatto domanda per poter lavorare in Australia, in Francia, appena l’età me lo aveva consentito.. La Francia fu più sollecita e così partii. Era il 26 luglio del 1956. Un salto nel buio. Non sapevo che cosa mi attendesse; non immaginavo il mio futuro. La vita agricola mi andava stretta.
Io cercavo altro, come chiunque decida di abbandonare il proprio Paese d’origine.
Sono arrivato a Boulogne sur Mer,vicino Parigi alloggiando i primi tempi in baracche. 26 uomini, tutti italiani.
La nostra baracca era dotata di una cucina e di una doccia.
Il primo lavoro che ho cominciato a svolgere è stato quello di fresatore per costruire utensili atti a lavorare il ferro. Intuii che non mi sarei fermato a semplice operaio. Feci domanda per poter entrare nella fabbrica di Sarcelles, nella periferia di Parigi. Ho lavorato con un architetto. Dopodiché è arrivata l’occasione per entrare in una terza fabbrica.
Intanto cominciavo a guardarmi attorno. La Francia mi piaceva, Parigi era magica, così come pure le sue donne. Il 14 luglio, festa nazionale, in un clima di euforia e di ebbrezza, ebbi modo di conoscere in una festa da ballo la mia futura consorte. Mi sono sposato l’anno successivo, il 10 agosto 1963. Ho atteso poco(!) lo ammetto, ma amavo quella donna e l’amo tanto ancora. Ho preteso di tornare in Italia e nei luoghi che mi hanno dato la vita ogni anno. Mia moglie si è innamorata dell’Italia e delle sue bellezze!
Ho continuato a lavorare per quella fabbrica per 36 anni. Sono entrato come semplice operaio, ma sono uscito,credo che in Italia si dica così, come “quadro”.
Avevo alle mie dipendenze 8 operai. E lì costruivamo tubi che servivano per il Governo. Effettuavamo studi e ricerche atte a migliorare il nostro prodotto, che si estendevano alla tv, al telefono, ed a frange del Governo.
Avevamo una grossa responsabilità ed io me la sentivo addosso.
Quando sono arrivato in Francia ed ho cominciato a lavorare guadagnavo circa 40 euro al mese; ma era il 1956.
Il mio ultimo stipendio?
2.300 euro. Più che le soddisfazioni economiche innegabili, ti posso assicurare che è stato ciò che ho sperimentato, ad aver esaltato e reso fiero il mio spirito. Nel 1974 ho acquistato una casa; l’ho poi rivenduta per costruire una villa, su disegni e progetti originali, miei. Mio cugino Manlio Polidori e mio fratello, anche loro emigranti, mi hanno aiutato a portare fisicamente a compimento il mio progetto.
Ho 3 figli; uno di loro è medico; uno lavora presso un notaio; il terzo ha una concessionaria di automobili.
Posso dire che la scommessa con l’estero non solo è valsa la pena, ma tornassi indietro, rifarei lo stesso cammino intrapreso tanto tempo fa. Senza pentimenti”.

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