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Saturday, November 21, 2015

Il mondo arrivato a Umbertide

Umbertide, città leader dell'accoglienza promuove la pace e il dialogo tra tutte le etnìe della città e del...mondo!





Sono sessantadue. 62 etnìe vivono a Umbertide. Nessun'altra città umbra può vantare un numero così elevato di cittadini "stranieri".  L'incontro "Pace a Km 0. 1+1+1+1+...= La nostra forza. Colori, sapori ed emozioni delle 62 nazionalità presenti ad Umbertide" organizzato presso il centro culturale di San Francesco a partire dalle 17:30 di sabato 21 novembre è stato fortemente voluto dal Coordinamento per la Pace Umbertide – Montone – Lisciano Niccone, con il Coordinamento Enti Locali per la pace, "Tavola della Pace" e le scuole dei comuni interessati all'iniziativa.


Colpisce nel profondo un incontro voluto nell'immediato 13 novembre. La strage terroristica di Parigi ha lasciato il segno nei cuori delle persone così come fu quella dell'11 settembre 2001 a New York. Il mondo non fu più stato lo stesso dopo quella orribile devastazione.

L'Occidente capì qualcosa: che sarebbe stato sempre in pericolo e gli Stati Uniti per primi raccomandarono, cosa che sta avvenendo anche ora in Francia, alle persone di continuare a vivere la loro vita. Solo: sono trascorsi 14 anni da quell'appello lanciato all'allora intero mondo Occidentale dagli Stati Uniti.

Al tempo dell'attentato terroristico alle Torri Gemelle c'era a guidare il commando un gruppo di kamikaze di Al Qaeda struttura terroristica capeggiata da Osama bin Laden. Osama bin Laden super-ricercato in tutto il mondo sarebbe stato ucciso nel 2011.

Ora a prendere le redini del terrore il califfato islamico ISIS.

L'incontro di Umbertide ha avvicinato ancora di più una ciacolante, diversificata ma senz'altro unita e colorata comunità Umbertidese.


Sì. Come è stato detto anche durante l'incontro da uno dei relatori: "Una volta parlavamo con il nostro vicino di casa e era di Umbertide. Adesso il mondo è arrivato a Umbertide".

Ma chi sceglie Umbertide? E perché? Le realtà e le persone più diversificate. Un signore spagnolo ne è più che certo: "Sono stato scelto da Umbertide. Non sono io che ho scelto Umbertide".


Ok, ne vogliamo parlare? C'è un elite che sceglie la città. Parliamo di gente dello spettacolo, di scrittori e creativi o di chi ha fatto i soldi e ora vuol godersi in un angolo pacifico come è Umbertide gli anni della pensione.


Spesso c'è chi sceglie Umbertide per ragioni di lavoro.

Maria dall'Ucraina ricorda quando lasciò il suo Paese. E fu, naturalmente una scelta sofferta. "Che malinconia. Avevo le mie amiche, il nostro gruppo teatrale, la mia famiglia.Mi sono lasciata tutto alle spalle. Poi, sono arrivata qui e ho pensato: non conosco nessuno, non parlo la lingua. Che succederà? Come andrà? Invece sono stata accolta come una figlia dalla famiglia cui ero entrata a lavorare come badante e ora sono felice. I colori della città sono splendidi, i sapori...La pasta asciutta!!! Il sugo. Mi piace abitare a Umbertide."

Una signora finlandese è invece in Italia dal 1986. Certo: qui starà più al caldo signora. "No: unico neo negativo. Nonostante le basse temperature della Finlandia, le nostre case sono in legno e molto più calde. Qui appena arriva -3 bubboli dal freddo perché le case sono in pietra. A parte questo una città meravigliosa".


Parlare di integrazione con il mondo musulmano indispensabile perché la comunità musulmana è massiccia nella cittadina umbra.

Ho intervistato così due ragazze per sapere che cosa ne pensassero degli ultimi accadimenti di Parigi.

Hajar, 17 anni, frequenta il liceo linguistico. Ci tiene a precisare che "Quanto successo a Parigi non ha niente a che vedere con la nostra religione. La mia religione -così come tutte le altre - condanna l'omicidio.
Vede: essendo musulmana questi per me sono giorni particolari. A scuola sono spesso chiamata in causa per via della mia religione e di quanto successo a Parigi". Hajar spiega che "I musulmani nel mondo intero sono un miliardo e 700 milioni. Se tutti fossero terroristi succederebbe un pandemonio.. Sarebbe la fine".
Lei condanna gli attentati? "Certo. Il terrorismo è terribile. Non dobbiamo uccidere innocenti. Condanno quanto fatto con tutta me stessa. Solo: ogni giorno fatti sanguinosi così succedono da ogni altra parte del mondo, in Siria, Palestina, Libano però nessuno piange per la gente morta in quelle terre come è stato fatto per Parigi. Ogni giorno muoiono uccisi dai kamikaze tante persone in tutto il mondo". Per Hajar c'è una spiegazione logica a quanto fatto dagli attentatori: "Certo: l'Occidente aveva inviato missili in Siria. La Francia è stata la risposta dei terroristi". Hajar pensa che ci sia "Poco dialogo tra Oriente e Occidente".

Tra la comunità musulmana una certezza c'è: "Vi preghiamo: non chiamateli terroristi islamici. Quei mostri non fanno parte dell'Islam!"

Hind è una ragazza ventenne. Porta il velo, ha uno sguardo pieno di pace e frequenta la facoltà di giurisprudenza. Nonostate sia nata in Italia conserva tradizioni antiche e cominciamo da quelle.

Non le pare che vivendo in Italia ormai potrebbe pensare di togliere il velo? Non la vivrebbe come una liberazione?

"Metto il velo perché sono sottomessa a Dio".

Mi scusi ma non crede che essere sottomessi a una persona oppure a un'entità sia alquanto scomodo?
Non dovrebbe essere fatta una legge che imponga di togliere il velo? Lei come reagirebbe?

"Sono contraria a togliere il velo. L'Islam non è, vede, solo una religione, ma uno stile di vita. In realtà non faccio parte dell'Islam moderato. Non c'è un Islam moderato e uno progressista. L'Islam è l'Islam. E vede: abbiamo il libero arbitrio. Possiamo o non possiamo mettere il velo".

Parliamo di Parigi....

"Un crimine che va condannato. Sono dei delinquenti che usano la religione per uccidere. Potrà pure trovare accanto ai comodini dei terroristi il Corano ma quella non è la nostra gente".



Giuseppina Gianfranceschi ha poi preso la parola e aperto la sessione di lavoro. "Questo il nostro dev'essere uno sforzo culturale importante. La convivenza tra di noi darà seguito a un mondo migliore".
Ha poi ribadito Giuseppina Gianfranceschi come Umbertide sia una città della pace.

"Finora pensavamo che dovevamo accogliere. Ora pensiamo che sia arrivata l'ora del non-offendere. Dobbiamo ripartire da noi stessi per essere credibili. Le nostre differenze di usi e costumi non devono essere motivo di divisione".


Anche noi Occidentali abbiamo accolto tradizioni straniere. La Gianfranceschi ricorda accadde dopo la seconda guerra mondiale.

Gli Americani lasciarono con la cioccolata, e altre cose "Anche Babbo Natale, Halloween - una festa di più recente celebrazione - l'albero di Natale. Sono feste che abbiamo voluto, che ci sono piaciute e che abbiamo accolto a braccia aperte. Abbiamo la possibilità di scegliere e non di rinunciare. Solo con il dialogo eviteremo altri scontri".

Depreca l'utilizzo di armi in mano ai bambini, Giuseppina, così come un no forte all'intolleranza e al non-capire. "I diritti sono uguali per tutti".

Annamaria Boldrini dell'Istituto Superiore Leonardo Da Vinci sottolinea che nella loro scuola 180 ragazzi non sono italiani.

Flavio Lotti: "Siamo qui stasera per ri-conoscerci" attacca. "Ricordiamo i valori fondanti della rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité. Mentre la prima parola è inflazionata e durante questi decenni molto  è stato fatto in termini di libertà, le parole uguaglianza e fraternità scomparse dal nostro "dizionario emotivo". Ma la chiave per uscire dalla situazione orribile in cui siamo entrati sta lì".

Che cosa distrugge il mondo? Il signor Lotti pensa siano i soldi.

"I soldi con il tempo sono diventati la cosa più importante. Così, in un clima di costante competizione siamo diventati sordi".

Umbertide prima e ora.

"Una volta i nostri abitanti conoscevano solo i vicini di casa. Umbri come loro. Del posto come loro. Ora Umbertide è il mondo. Nel futuro chi vincerà sarà chi sarà capace di interagire con il resto del mondo, chi sarà in grado di parlare con un mondo culturalmente più ampio".

Ma quante sono le etnìe presenti a Umbertide?

Irlandesi, inglesi, americani, canadesi, Scozzesi, arabi dal Mali, dal Marocco, dall'Angola, e poi greci, Lituani, finlandesi, tedeschi, austriaci, australiani. Pensate uno Stato e probabilmente a Umbertide ci sarà un abitante.

Susan una delle testimonial del filmato televisivo curato da Valentina Santucci proviene da Detroit, Michigan, Stati Uniti e racconta la sua storia personale.

"I miei provenivano dal Cadore, in Veneto. Nel 1960 feci con mio marito il primo viaggio in Italia. Successivamente abbiamo pensato di acquistare una casa, ma era impensabile prenderla in Cadore. Troppo freddo. Così, grazie a un'amica comune che aveva comperato qui, abbiamo scoperto Umbertide. Un posto perfetto. La campagna, il Tevere, il centro storico. Ci avete spalancato le braccia. Grazie".

Samira è araba e viveva a Casablanca, Marocco.
"La mia è la prima generazione a Umbertide. Qui sono nate le mie due figlie. Lo considero un luogo tranquilllo e di pace. Faccio parte del Centro Culturale Islamico della città e faccio fatica a trovare le parole giuste per quanto hanno fatto i terroristi. Questi avvenimenti non hanno niente a che fare con l'Islam. La nostra religione parla di pace, misericordia e perdono. Islam deriva da Salem che vuol dire Pace". Eppure Samira tra le righe dice qualche cosa di molto importante: "Il problema è molto serio e complesso. Se non saremo integrati avremo problemi seri. Dovremmo tornare alle nostre identità, ai nostri valori, anche se la nostra nazionalità è diversa".

Graziano invece è un esempio di integrazione di un abitante di Umbertide fuori regione. Vive e lavora a Trento e torna in città per trovare i suoi parenti. Racconta che spera tutti possano avere una famiglia variegata e disseminata in tutta Italia come è successo a lui. E che le differenze che ancora attanagliano non solo l'Oriente e l'Occidente ma anche il Nord e il Sud Italia prima o poi vengano a scemare.

Un signore spagnolo invece afferma: "Dobbiamo essere più spirituali. La religione è stata creata dagli uomini. Siamo tutti uguali".


Dialogo aperto, il consesso poi si è spostato nell'area buffet dove è stato possibile assaggiare pietenze provenienti da Marocco, Albania, Austria, Stati Uniti, Finlandia, Ucraina, Germania e così via dialogando e stringendo nuove amicizie in un clima di festosa allegria.



Anna Maria Polidori



Saturday, December 14, 2013

Federalismo Americano

  Tra storia e attualità

Un grazie sentito a Constance Grayson la mia amica e vicina di casa avvocato a Nicholasville, Kentucky. Quando otto anni fa la contattai: "Mi hanno commissioanto tre pezzi sul Federalismo Americano. Mi spieghi come funziona?" si fece in quattro per chiarirmi che cosa volesse dire. Abbiamo vinto la battaglia tra tazze di tè fumanti, appunti a non finire.

Il federalismo è un’“entità politica” in continuo divenire. 

Definire il federalismo americano non è semplice perché è  dinamico,  in evoluzione quindi è pressoché impossibile descrivere che cosa rappresenti nell’oggi. 

Il mondo è in continuo mutamento e c’è la necessità di prendersi cura degli Stati Uniti. 

E’ difficile determinare quando questo cambi e quando il cambiamento c’è stato ed è visibile alla popolazione, è storia. 

I  cambiamenti avvengono in piccole dosi nel grande “Sistema America”. 

All’inizio c’erano solo un pugno di Stati, che si erano formati  dai primi gruppi di coloni. Il loro sistema politico era alquanto grezzo.

C’era un governo nazionale debole, mentre gli Stati singoli detenevano molto potere, mancando di coordinamento. Così, i giuristi presero in esame uno Stato detto unitario. 

Questo prevedeva un governo nazionale forte e tanti Stati deboli.  Esperimento  che non passò. 

Restava da provare l’incognita federale. Il sistema federale prevedeva la costituzione di uno Stato centrale forte in certi ambiti, con tanti Stati forti, autonomi. Il modello passò ed è diventato il fiore all’occhiello di questa potenza economica.  

In dettaglio, la struttura federale americana è rappresentata da un governo nazionale forte, ma solo in certi ambiti.  

Poi ci sono  cinquanta Stati forti e ben rappresentati.  

A livello nazionale c’è un Presidente, con forti poteri esecutivi, che resta  in carica quattro anni e può essere rieletto  una volta sola. 

 Il Congresso, che consta di 535 membri, 100 per il Senato ( due per ciascun Stato) e 435 per  la Camera dei Rappresentanti (variano a seconda della popolazione dei 50 Stati), ha potere legislativo. 

Infine, c’è la Corte Suprema, che, di questi organi, senza dubbio, è quello più potente di tutti. Nove  membri in tutto,  una volta insediati, questi giudici lavorano a vita. Sono eletti dal Presidente degli Stati Uniti, ma l’approvazione deve poi passare per il Congresso che può apporre il suo veto. 

La forza degli Stati Uniti sta nel “check and balance”, ovvero nella forma di controllo che esiste  all’interno dei tre organi di potere. 

Questi possono essere, infatti, attraversati da impeachment o da veti.  

Vediamo come funziona il check and balance  più da vicino, con un esempio eccellente: la Corte Suprema. Il 22 gennaio del 1973 la Corte Suprema degli Stati Uniti risolve  in modo rivoluzionario la controversia Roe vs. Wade. Questa sentenza pone  fine ad un problema etico: la pratica dell’aborto entra in vigore in tutti e cinquanta gli stati americani. 

Vediamo che cosa poteva accadere qualora gli organi fossero entrati in conflitto. Il Congresso poteva passare un atto legislativo che impugnava, di fatto, la sentenza Roe.  La Corte Suprema a sua volta, e con un secondo caso sotto mano simile al primo, poteva decidere che il Congresso non aveva autorità per annullare il secondo caso e poteva così rendere legge la sentenza in maniera inappellabile.

Questo controllo sui vari poteri garantisce estrema stabilità allo Stato e la corretta funzionalità dei vari organi istituzionali.  Uno Stato americano ha simili forme di governo. 

Analizziamo ora l’elezione di un sindaco americano e la struttura politica di una città americana. 

 Il sindaco è eletto ogni quattro anni, ma l’elezione è diversa da città a città e da Stato e Stato. C’è solo un giorno di voto, in genere il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre. Può esserci l’early voting, servizio offerto dal palazzo di giustizia.  I luoghi di voto sono stabiliti presso ciascun quartiere. Gli edifici  scelti sono scuole, dipartimenti dei vigili del fuoco. In alcuni Stati vige il voto scritto con la matita, in altri Stati  sta passando il voto elettronico. 

In merito a questa questione c’è gran controversia, perché lo stato centrale non vuole occuparsi con troppo slancio dell’ammodernamento dei sistemi di voto, ma al tempo stesso i nuovi meccanismi sono molto costosi e per i singoli Stati sono una forte materia di spesa qualora si vorranno adottare.  Questo è un problema federale tutt’altro che risolto.

I candidati in lizza per la carica di sindaco sono in genere due ma possono salire fino a quattro. Ci sono vari gradini che portano all’elezione. Le primarie determinano nel mese di maggio i due candidati a sindaco, per l’elezione di novembre. L’elezione di novembre è chiamata elezione generale. Gli schieramenti politici possono essere i più disparati. 

A parte il candidato repubblicano e  quello democratico,  possono esserci in corsa  indipendenti o socialisti. In certi casi gli indipendenti hanno avuto un successo enorme, come a New York City, dove per molti anni i cittadini hanno preferito John Lindsey ad altri candidati  schierati. 

I costi della corsa per diventare sindaco variano da città a città. Un aspirante sindaco di New York City dovrà sborsare un bel po’ di quattrini per la campagna elettorale, ma in una città media degli Stati Uniti, possono “bastare” 50.000, 60.000 dollari.

 Il candidato accetta donazioni, anche se esistono limiti, spesso raggirati dai cosiddetti  pacs. Nei  pacs vanno in genere più soldi. 

Soldi che poi si suddividono a loro volta in due categorie distinte: l’hard money ed il soft money. 

Nel primo caso vengono finanziati i media o i giornali con spot riconducibili al candidato, mentre con  il soft money vengono create delle pubblicità atte a sensibilizzare la popolazione verso tematiche care al candidato. In questo modo si tenta di “ ispirare”  la popolazione a “fare la cosa giusta” e a votare per il candidato che è nelle loro corde.  Dopo l’elezione, si insedia il city council, il consiglio cittadino.

Anna Maria Polidori

Monday, October 28, 2013

Vi racconto l' anno scolastico americano con la mia sorella italiana

Ho ritrovato e mi piace molto una vecchia intervista realizzata diversi anni fa con l'amica e sorella del cuore di una ragazza che anni fa viveva a Morena.

Sabina Bello nel 2005-2006 17enne andò in Illinois, USA, da Morena, per un anno di studi.

Ottimi voti scolastici, Sabina aveva già sentito di esperienze del genere e decise di tentare. Venne scelta e ricordiamo ancora la sua eccitazione e la sua (anche) preoccupazione per quello che avrebbe vissuto.

 Non è mai una passeggiata per un'adolescente che lascia l'Italia inserirsi in un nuovo contesto. Altra cultura e stile di vita,  altra lingua, cibo, tradizioni. L'adattabilità è indispensabile.
Chi accoglie e chi decide di tentare l'avventura deve sempre capire che avere opinioni di larghe vedute può solo che aiutare.

 I programmi di Intercultura, l'associazione con cui Sabina ha spiccato il volo  sono tali per cui se uno studente vive in una piccola frazione sperduta non verrà mai imbottigliato in una metropoli come New York, Chicago o Los Angeles ma in un piccolo centro e con famiglie che nel bene o nel male saranno simili a quelle di appartenenza.

 È un interscambio intenso, prezioso e soprattutto un'esperienza che dura una vita intera, perché i rapporti allacciati ben difficilmente verranno dimenticati dai protagonisti della storia. 

La quotidianità, l'amore e l'amicizia che sbocceranno non saranno superficiali. Il ragazzo e/o la ragazza vivrà per un anno intero a casa di una famiglia condividendo tutto. Idee, sogni, speranze, aspirazioni, pensieri,situazioni pratiche, cucina, uscite con gli amici,  momenti felici e meno felici, scuola, reponsabilità. Insomma, in una parola: la vita.


Sabina, ce lo ricordiamo ancora come fosse ieri, era molto eccitata dall'idea di lasciare l'Italia e il training di Intercultura era stato alquanto serio.

"Ci hanno spiegato come comportarci e cosa possiamo aspettarci". Ci aveva comunicato dove sarebbe andata a abitare:  "Bellflower, Illinois, un paesino di  poche centinaia d'anime e a scuola andrò a Farmer City". Ci mostrò la scheda della famiglia Cicirello: "Guarda Anna, devono essere italiani dal cognome. Lui è elettricista, la moglie casalinga e poi c'è Ashley la loro unica figlia- Ha la mia stessa età". Una famiglia che ci era parsa da subito accogliente e calda. Ma certo, chissà....


Sabina scrisse solo una volta dalla sua partenza. 

Articolo pubblicato nel numero del 6 ottobre 2005 di Gubbio7
Al suo ritorno un turbinìo di emozioni.

Il distacco dev'essere stato devastante dopo un anno con una famiglia a cui ti affezioni per forza  e che ti ha trattato come una figlia. Dirgli addio, per niente semplice. O un arrivederci, ben sapendo che gli Stati Uniti non sono appena dietro l'angolo.

Possiamo forse solo immaginare che cosa possa aver significato per una ragazzina figlia unica come Ashley dover tornare a perdere una sorella che le era piovuta dal cielo con Intercultura e con cui durante quell'anno aveva condiviso gioie, speranze, con cui era andata a scuola e ormai faceva parte integrante della sua vita.

Ashley non la lasciò tornare da sola. Volò in Italia anche lei a riaccompagnare la sua sorella Sabina. Voleva conoscere il suo mondo. Non aveva mai visitato il Bel Paese. In parte fu una grande emozione

Ashley era e è un tipo concreto. Ce lo disse a chiare lettere quando la intervistammo. "Non ho intenzione terminate le superiori, di continuare a studiare".

Infatti andò proprio così'. Ashley ha conosciuto un ragazzo,  si è sposata e ha già due figli. La prima si chiama Sylvia. C'è una ragione. Il babbo di Sabina si chiama Silvio. Questo, a tornare a cementare un'amicizia fraterna che le ragazze sanno durerà tutta la vita sebbene potrà snodarsi in percorsi differenti e in angoli del mondo distanti. Ogni giorno però queste ragazze non potranno per un attimo non pensarsi e non chiedersi come starà l'altra e che cosa starà facendo in quel momento mentre glia ffanni della vita continuano.

Quel che conta però è l'amore che rende, nonostante i chilometri di separazione le une dalla altre, le ragazze vicinissime.



Insomma, ora godetevi ques'intervista.



Ha un sorriso solare, un viso sereno e proteso verso gli altri. La pelle olivastra tradisce  origini italiane. Ashley Cicirello, 17 anni, dall’Illinois ha riaccompagnato l’amica Sabina Bello, dopo un anno di studi trascorso negli Stati Uniti. Ci racconta com'è andato il soggiorno di Sabina.

“Sì, le mie origini sono sicule e campane. Non avevamo mai messo piede in Italia, da quando i miei bisnonni erano partiti alla volta degli Stati Uniti e ero curiosa di conoscere il vostro Paese. Vivo a Bellflower, nello Stato dell’Illinois e sono figlia unica".

Ci parli dell'accoglienza data a Sabina?

"Questa per noi è stata la prima accoglienza internazionale. Avevamo pensato di accogliere uno studente estero, lo scorso aprile. Abbiamo scelto Sabina perché ama la natura, gli animali, suona la chitarra; poteva essere informale se necessario, e poi perché  volevo qualcuno dall’Italia, date le nostre origini, per parte d’entrambi i genitori".

Che ricordi hai dell'arrivo di Sabina a casa tua la prima volta?

"Mi ricordo che quando mise piede per la prima volta dentro casa ci apparve calma, un po’ strana, ci chiese quale fosse il numero d'emergenza, il 911. Inoltre,  tentava d’essere molto cortese".

Ashley capisce che l'amicizia con Sabina sarà duratura.


"Con Sabina abbiamo subito stabilito una gran connessione".

Una loro giornata-tipo.

"Sveglia alle 6:30 del mattino. Non avevamo troppo tempo per parlare. In genere ci ritrovavamo dopo la scuola, a pranzo. Poi avevamo il teatro; nel week-end uscivamo con gli amici. Siamo diventate come sorelle e sarà molto dura dirsi addio. Bellflower, sorride Ashley mentre racconta, si può dire che è un centro più piccolo di Morena, quassù dove vivete voi. Duecento persone in tutto. A scuola andavamo a Farmercity, una cittadina vicina. La scuola conta circa 200 studenti, ed è stato facile per Sabina inserirsi".

Il compleanno di Sabina



"Abbiamo festeggiato il 28 dicembre il suo compleanno affittando l’ex scuola elementare del paesino. Avevamo invitato tante persone, ma la neve ha impedito a molti di  partecipare alla festa. Eravamo in tutto quindici e ci siamo divertite molto. Sabina ha ricevuto per l’occasione un poster di Kurt Cobain, collane, make-up, abiti".


Vi è successo qualcosa di particolare?




"Abbiamo molti aneddoti che ci legano. Un giorno di dicembre, stavo guidando con il mio pick up, che ho chiamato Grace, rosso fiammante e color argento, ed abbiamo avuto un incidente a causa della neve, per fortuna senza gravi danni per nessuno.  Il mio primo pensiero in quel frangente è stato quello di salvare Sabina. Ho visto un angelo sa? Ci ha salvato".

Che cosa apprezzi di Sabina?

"Posso dire che abbiamo apprezzato la sua apertura mentale. E’ una ragazza che ha idee precise e le afferma con decisione. Con papà parlava molto di politica. Credo che degli Stati Uniti le piacciano le persone, ma non il Paese in sé. Era un po’ disordinata dentro casa, anche se è vero che non pulivamo ogni cinque secondi. Amava la cucina, mentre, per quel che mi riguarda, amo cucinare mentre sto cucinando, ma certo non è una faccenda che mi fa impazzire. Abbiamo discusso tanto, anche, su tutto.  Sabina è stata seguita da tutti gli insegnanti e credo che solo con quello di matematica abbia incontrato dei problemi, mentre eccelleva più di me in inglese. Le mancava la famiglia; sentiva la mancanza del suo ragazzo.  Amava navigare in internet".


Chi è la famiglia Cicirello?

"Sabina ha abitato con una famiglia che adora la natura. Amiamo campeggiare, andare a pesca in barca e prima di ogni cosa  amiamo la nostra famiglia. Per noi la famiglia è la prima priorità".

Anna Maria Polidori