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Wednesday, February 10, 2016

Gli idealisti "rivoluzionari" vincono le primarie nel N.H.

Alla fine un vento selvaggio di cambiamento ha avuto la meglio su tutto e su tutti.
Lo stesso che spinse alla fine Obama alla Casa Bianca.
Gli Americani pare stiano diventando rivoluzionari.
Questo cambiamento di rotta però, se mantenuto risulta essere forse più epocale di quello che portò l'allora primo presidente nero a ricoprire la carica più potente del mondo.

I compassati elettori Americani del New Hampshire infatti per la prima volta hanno deciso di voltare le spalle alle dinastie delle grandi famiglie di politici acclarati, scegliendo i candidati più "forti", più "estremisti" se vogliamo, con idee alquanto distanti le une dalla altre, sebbene questo renda ancor più fertile e interessante la campagna elettorale.

Da una parte il mantenimento di un sistema esistente, quell' "American Dream" incarnato nella persona del bilionario Donald Trump, dall'altra il socialismo rivoluzionario del candidato democratico Bernie Sanders.

Grande sconfitta in queste primarie la troppo compassata Hillary Clinton.

Questi i volti vincitori di un'America distante ma uguale.
Trump può guardare Sanders negli occhi (e viceversa) e rispecchiarcisi. Figli della stessa terra parlano la stessa lingua ma i loro obiettivi e la visione della loro America radicalmente diversa.

Gli USA sono in trasformazione. Il Presidente Obama ha dato il via a una riforma della Sanità nel Paese più accessibile anche alle persone meno abbienti.

Donald Trump, forte del fatto che il suo impero è stato costruito in un certo sistema non solo ha voglia di preservarlo ma vuole irrobustirlo.

"Non ci faremo togliere le armi dalle nostre case" ha parlato di recente riferendosi alla polemica sempre aperta di un maggior controllo sull'utilizzo e soprattutto la vendita di armi, tema caro all'attuale presidente Americano Barack Obama.

Con i musulmani ci va giù duro. Non li vuole vedere in giro. Insomma: la sua è una politica populista che tocca il cuore delle persone e che è trasversale. Gioca a suo favore il fatto che sia una persona che ce l'ha fatta. Tanta gente lo ha votato perché non è un politico. La speranza? Che possa migliorare ancora di più e in meglio il Paese e le vite dei cittadini.


Bernie Sanders è il più rivoluzionario dei due a pensarci bene. Se Trump corre per inseguire quell'America trasognante che ha fatto sì che anche lui potesse concretizzare il "Sogno Americano" ora la parola socialismo che in America era una bestemmia è stata importata simpaticamente da "Bernie" come lo chiamano affettuosamente i suoi elettori.

Questo simpatico signore 74enne ha l'effervescenza e la grinta di un ventenne e sta conquistando un elettorato giovane di diciottenni in cerca di risposte ai propri disagi esistenziali promettendo grandi agevolazioni fiscali per chi deciderà di studiare all'università.

C'è rabbia negli Stati Uniti e malcontento. Sanders lo sa bene e tenta di dare giuste ricette. Vorrebbe estendere l'Obamacare a tutta la popolazione. Vero trascinatore, ha idee rivoluzionarie. È riuscito a essere amato, così come Trump. Per le opposte ragioni.

La gente appare stanca del passato e forse confusa da un momento storico spaventoso e da un mondo sempre più chiuso, ostile e privo di sogni. La gente, soprattutto è spaventata.

Non sorprende quindi che un arrabbiatissimo Donald Trump ce l'abbia fatta. Gli elettori devono rispecchiarsi in lui, immagino.
La paura di chi non conosciamo, la ferita dell'11 settembre, la potenza di Al Qaeda e dell'ISIS, e ancora gli attentati di Parigi fanno pensare a una maggiore rigidità riguardo a una tematica, quella dell'immigrazione che è il cuore fondante dell'America.

Non sorprende che Sanders ce l'abbia fatta. La paura del lavoro e del futuro non più così certo spinge i giovani e i meno giovani a scelte forti.

Staremo a vedere che cosa succederà quando le primarie si sposteranno in altri Stati.

Forse la discesa in campo di Bloomberg, ex sindaco di New York, se confermata potrà aiutare a rendere ancora più stimolante una campagna presidenziale che è una delle più polemiche e al tempo stesso interessanti della storia moderna.


Anna Maria Polidori



Monday, February 01, 2016

The Letter Exchange

Un progetto ambizioso nel Massachusetts: far tornare a scrivere le persone. Con carta e penna


La corrispondenza è ormai storia passata. O no?

Un tempo un valore aggiunto a quello che era un normale scambio di pensieri con un'altra persona.

Cancellata dall'utilizzo di pc e soprattutto smartphones, applicazioni quali whatsup Viber o Skype hanno sostituito la parola scritta e nessuno nel giro di 20 anni di rivoluzione digitale sa, se giovanissimo in particolare, cosa sia la carta da lettere o magari a che cosa possa servire un francobollo.

Eppure un tempo gli amici di penna che tutti noi abbiamo avuto grazie ai nostri insegnanti di lingua a scuola erano una parte importante dell'apprendimento di una lingua.

La lettera è sinonimo di attesa e la corrispondenza una volta serviva proprio per approfondire la cultura di un Paese diverso vista attraverso gli occhi del corrispondente che viveva a tantissimi chilometri di distanza da te.

Non sono così sicura che l'utilizzo di internet sia in grado con il tutto e subito di regalarci le stesse emozioni, essendo un'esperienza volatile.

Scrivere è importante anche per rimettere in moto aree del cervello che, viceversa rimarrebbero "spente".

Utilizzare la mano, forzare il cervello a "pensare" in modo più lento, alcuni abili esercizi per tornare a una sana normalità.

Dobbiamo infatti chiederci se l'utilizzo delle tecnologie non tolga pace in molti casi a dispetto di una quotidianità in passato scandita da ritmi che per noi umani dovrebbero essere più lenti.

Mentre pensavo questo una sera sono capitata per caso su un sito internet: The Letter Exchange.

È stato creato da un gruppo di amici di Cambridge, (sì la città natale di Matt Damon tra le altre cose) in Massachussets.

I ragazzi chiedevano che venisse scritta loro una lettera che poi sarebbe finita su un libro di futura pubblicazione.

"Metteremo in questo libro tutte le lettere e le storie che le persone che ancora amano corrispondere vorranno condividere con noi grazie al valore della corrispondenza".

I ragazzi spiegano che in Massachusetts c'è una ricca storia anche in termini di corrispondenza, sebbene l'avvento delle nuove tecnologie abbia ridotto la corrispondenza scritta a una pratica ormai spenta.

"Internet ha catturato la maggior parte della nostra attenzione. Twitter, Instagram ma anche i blogs ci permettono un'istantanea connessione tra  persone vicine e lontane".

I ragazzi pensano che però questo sistema di comunicazione non sia il più personale esistente al mondo
sebbene più pratico.

Ovvio: se devo contattare velocemente una persona per un'urgenza, accendo il pc e invio un'e-mail.
In caso contrario perché non scrivere una lettera?
Che cosa ci blocca, insomma?
La letargìa dopo una lunga sessione passata qui davanti?

I ragazzi di The Letter Exchange pensano che i pensieri scritti siano "Più forti e personali".

Il progetto è nato lo scorso marzo 2015 e questo per una necessità quasi: dare voce a quanti ancora amano scrivere lettere e spedire materiale per posta.

"Ne abbiamo parlato in giro, abbiamo fatto conoscere il nostro pensiero e grazie all'aiuto di altri appassionati della parola scritta, il nostro messaggio e il nostro progetto ha cominciato a circolare e a diffondersi".

I ragazzi grazie al loro sito internet e al passaparola ora hanno ricevuto decine di lettere. "Singapore, Italia, Regno Unito, Olanda Stati Uniti. California, Florida, alcuni Stati entusiasti".

Ma che cosa è stato ricevuto? Sì, perché con il tempo la gente non sa più che cosa voglia dire corrispondere.
Non interfacciandosi più con un altro individuo, l'idea appare curiosa.

"Abbiamo ricevuto di tutto. Citazioni, disegni lettere dedicate a parenti deceduti.Il messaggio più toccante forse è stato questo: Semplicemente sapendo che qualcuno leggerà questa lettera per me è qualcosa".

I ragazzi hanno notato che "Tutti i partecipanti cercano di stabilire una connessione, qualcuno che alla fine leggerà le loro parole scritte. Per loro sapere che i loro pensieri personali, scritti stavolta e non affidati all'etere saranno letti è tanto. Amiamo pensare che questo sia un processo terapeutico per tutte le parti coinvolte. Per noi che riceviamo le lettere e per loro che le inviano".

Che cosa significa però per The Letter Exchange scrivere una lettera?

"Illustrare una narrazione intimista che attraverserà e vincerà la prova del tempo che scorre. Quando infatti ti metti seduto a scrivere una lettera entri psicologicamente e fisicamente in un viaggio unico. Trasponi i tuoi pensieri, le tue idee, le tue speranze o paure in un foglio di carta e facendo questo lasci le tue impronte in una forma speciale: quella della parola scritta. Stai cominciando a condividere i tuoi pensieri che debbono ancora essere introdotti didatticamente, con l'Universo. Quando sigilli e spedisci una lettera chi la leggerà potrà dirti che hai sbagliato a compiere una certa scelta, potrà aiutarti a cambiare pensiero. Una lettera infatti è la forma più personale di comunicazione secondo la nostra opinione".

I ragazzi trovano suggestivo un altro particolare: "Lasci al tuo lettore un foglio di carta sigillato, spedito con il tuo marchio, la tua impronta: la tua firma".

C'è una vocazione che muove questo gruppo di ragazzi: "Il nostro proposito è semplice: vogliamo invogliare le persone a scrivere messaggi personalizzati. Il nostro desiderio all'inizio del progetto era quello di mettere in vetrina un lato più personalizzato della nostra comunicazione quotidiana. E eravamo ispirati dall'idea di far rivivere quella che ormai per molti è un arte perduta: la comunicazione scritta".

Eppure quanta ricchezza c'è nella corrispondenza.

"Sì, perché vede, ammettono i giovani, noi viviamo al giorno d'oggi di gratificazioni istantanee. Vogliamo dire: l'individuo dietro a un tweet o a un post di Facebook è quasi
perso. Il processo creative come pure la tua identità diventa confusa, assolutamente poco chiara utilizzando questi strumenti. C'è confusione. In più vuoi mettere? Potresti crearti una personalità o un'identità del tutto differente senza accenni alla tua versa essenza o persona".

La differenza principale tra internet e una lettera è la serietà.

"Quando ti metti seduto e scrivi una lettera l'anonimato va via. Sei responsabile per le parole scritte, anche se sono pura finzione o se tu stia scrivendo loro sotto flusso di coscienza. È tutto più personale".

I ragazzi condividono con noi un pensiero.

"Il ruolo della corrispondenza è andato perso. D'altro canto il ruolo del ricevente è andato perso assieme a quello del mittente. Pensiamo infatti che come sia un'esperienza personale e un viaggio personale scrivere una lettera così lo sia riceverne una".

I ragazzi si sono informati e hanno fatto una scoperta:

"Quando apri la cassetta delle lettere e ci trovi una lettera in mezzo a tutte le fatture da pagare, le bollette, i messaggi pubblicitari, una statistica ha rilevato che il 10-15% delle persone si sente meglio se la busta è scritta a mano. Anche se si tratta di una normale comunicazione. Questo significa qualcosa. Più di qualche cosa. Risuona nella nostra mente forte e chiaro un messaggio. Questo significa che noi ci connettiamo visivamente con la parola scritta".

I ragazzi sperano.

"Ci piacerebbe sperare che la corrispondenza scritta non sia una cosa del passato. Mi piacerebbe pensare che nelle
comunità che il nostro progetto ha toccato il pensiero scritto esista ancora. Un mantra che ci piacerebbe venisse adottato: piantiamola con la glorificazione del "Busy" dell'occupato, dell'impegnato. Noi glorifichiamo sempre i nostri giorni pieni di impegno. È giusto ma...Ricordiamoci che non solo la lettera scritta sta entrando in crisi ma la lettura di un libro, andare a giocare. Siamo entrati in un epoca in cui siamo catturati per trenta secondi da un'immagine illusoria e da brevi trilli di telefonino".

I ragazzi amano Boston.

"Di recente in città c'è stato un revival di negozi che vendono materiale per la corrispondenza. Questi negozi
potrebbero essere trendy. Sono diamanti potenziali ma che per ovvie ragioni legate alle moderne tecnologie non possono rilucere appieno e non possono risplendere come dovrebbero".

Che cosa vendono questi negozi?

"Cartoline, penne, carta da lettere, notebook, e tanto altro ancora e tutto in stock.
Sono i nostri santuari dopo il lavoro. Abbiamo centinaia di cartoline nei nostri appartamenti per ogni occasione o solo per spedire un pensiero quando lo vogliamo".

Avete ricevuto tante lettere per il vostro progetto?

"All'inizio 2-3 lettere per mese. La frequenza è aumentata dallo scorso settembre. Abbiamo mantenuto un comportamento paziente. Sapevamo che all'inizio la nostra cassetta delle lettere non sarebbe stata inondata da lettere. Il processo creativo prende il suo tempo. Il nostro progetto andava conosciuto".

La gente non sa che cosa scrivere.

"La domanda che ancora consideriamo più rilevante è stata: che cosa dovrei scrivere? Abbiamo detto alle persone che non aveva importanza quello che avessero scritto ma che aveva importanza che comunicassero quello che gli passava per la testa in quel momento. Scrivere una lettera non dev'essere vissuto, perché non lo è, come un compito difficile".

I ragazzi spiegano che non ci sono stati siti che li hanno ispirati o situazioni che li abbiamo coinvolti. Solo forse la loro attenzione per la mail art una nuova forma di comunicazione artistica che recentemente ha preso parecchio piede li ha fatti riflettere.

"Sì: abbiamo pensato che scrivere lettere e riceverne fosse bello. I nostri amici ci dicono che noi siamo rimasti tra i pochi a scrivere lettere. Abbiamo pensato più in profondità ai sentimenti di tutte le persone che amano scrivere e siamo giunti a capire che ci sono molte altre storie là fuori che non hanno sbocco. Tutto questo ci ha ispirato e ha fatto sì che un insieme di complesse combinazioni di sentimenti e amore per la scrittura potesse poi generare The Letter Exchange".

Sapete come viene utilizzata la corrispondenza al momento in Massachusetts? La gente scrive?

"Non ne abbiamo idea. Possiamo parlare solo per noi e per le persone che ci circondano. Pensiamo però che la maggior parte delle persone ormai usi il mezzo scritto solo
per spedire cartoline durante le feste. In passato i nostri parenti corrispondevano con amici e altra gente che è rimasta a vivere in Europa. Era meno difficile tenere una corrisponedenza regolare quando il servizio postale più semplice da utilizzare. Era anche più difficile rintracciare le persone tramite la normale corrispondenza, quello sì. Vogliamo dire...
Ora internet ci permette di trovare la gente, i nostri parenti in pochi click. Andiamo su Google e troviamo un nome che ci apparirà listato su Facebook, Instagram e possiamo entrare in contatto facilmente con questa persona. Possiamo ottenere il suo indirizzo. In passato se nessuno ti informava  di un trasferimento la corrispondenza sarebbe andata persa".

Vero è che certe volte, esperienza passata nemmeno gli indirizzi listati su internet sono aggiornati...

I ragazzi sono entusiasti degli uffici postali.

"Li adoriamo. Sono luoghi gioiosi per tutti noi. Ci piace osservare le persone che fanno la fila per spedire lettere o pacchi. Adoriamo ricevere lettere quindi ci piace anche pensare e fantasticare...Chissà a chi spedirà quella lettera la signora? E quel pacco dove andrà a finire? Amando ricevere lettere e pacchi pensiamo che dovunque queste missive andranno faranno la felicità di chi le riceverà perché spedite con il cuore".

I ragazzi aggiungono che amano scrivere.

"Scriviamo quando ci sentiamo ispirati. Teniamo diari, liste di cose da fare, le cosidette to-do lists. Teniamo impressa la scrittura con ...lo scrivere così che la parola scritta rimanga vitale giorno per giorno nelle nostre vite.
Spediamo a amici e parenti cartoline, biglietti d'auguri, lettere. Qualche volta ci succede di spedire solo delle brevi note che possano fare la differenza durante la giornata per chi le riceverà. Ci piace spedire ricette e quant'altro se sappiamo quali sono i gusti delle persone. Spedire e far felici sul territorio americano costa solo $0.49 cents. Ricevere un bigliettino con su scritto: "Sto pensando a te" che può essere letto anche dopo 20-30 anni non ha né tempo e né prezzo".

Proprio vero!



Anna Maria Polidori


Per inviare altre lettere:


The Letter Exchange
P.O. Box 391014
Cambridge, MA 02139
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Instagram @theletterexchange


Tuesday, January 26, 2016

Le ultime dal mondo pittorico di André Durand

André Durand: la sua pittura, forte, visionaria, mai passiva agli eventi. Colori accesi, vivaci, decisi. Di origini irlandesi, canadese anche se specifica "Mia nonna era della Bretagna. C'è sangue  francese nelle mie vene" nasce a Ottawa, capitale del Canada.

Londinese d'adozione perché è lì che è nato artisticamente, italiano per la viscerale passione per l'arte che lo nutre e lo tiene vivo.

"Non posso smettere di dipingere. Starei male. Penso d'essere stato lontano dalla pittura per non più di un mese nella mia vita. Per me dipingere è come respirare".

I primi precoci passi...

"Il primo dipinto l'ho fatto a 4 anni. Era un pirata. I miei avevano la passione per la pittura. Me l'hanno trasmessa. Mio padre poi mi ha fatto amare l'anatomia da subito. Avevamo tanti libri di pittura a casa nostra e papà insisteva: André mi diceva, devi dipingere i tuoi piedi, le tue mani e altre parti del corpo guardandole da diverse prospettive e angolazioni. Mi comperò un sacco di libri di anatomia per studiare e per rappresentare la più grande opera di questo mondo: il corpo umano".

Durand ricorda il primo nudo che vide: "Stupefacente. Il David di Michelangelo".

Ha rappresentato molti nudi. Davvero suggestivi. Modelli, ballerini...

Sì. Il nudo per me è la base dell'arte. Lo è sempre stato. Sin dall'antichità con i Kuroi greci ci fu l'intuizione che il bello partisse dal corpo. Il nudo in realtà non è un simbolo sessuale. Questo è l'errore che spesso viene fatto.
Nell'antichità per rendere perfetto un nudo venivano utilizzati sei-sette modelli.

La definisce "un demone" la ricerca sulla figura maschile che il Maestro avrebbe perseguito in seguito.

Mi ha preso da sempre. I più bei ricordi dei miei studi di anatomia risalgono a L’ecole des Beaux Arts. La figura maschile non è solo oggetto di ammirazione ma accoglie. Il corpo di un uomo è energia, estasi, vulnerabilità, dolore virilmente sopportato. Vedo un maschio più forte se è nudo, spogliato delle sue vesti.  Il maschio nei miei lavori è serio, nobile. Guerrieri, pensatori, operai. Non c'è compiacimento per le forme maschili e se c'è è funzionale alla scena rappresentata.

Durand non ha dubbi.

Considero i nostri corpi la realizzazione più bella che Dio ha creato. Pensi: avevo otto anni quando ho fatto il mio primo nudo. E quando ne dipingo uno trasudo gioia da ogni poro e penso d'essere Dio. Le par poco?"


Precoce in tutto, l'adolescente Durand va a studiare presso una delle più prestigiose e creative realtà canadesi: "L'Ecole des beaux-arts de Montréal et Paris" e dipinge allora 17enne 

per l'esposizione annuale degli studenti un Arlecchino che attrae una bellissima ragazza.

Ludmilla. È stato un amore di gioventù. Voleva conoscere l'autore di questo quadro. Mi ritrovai di fronte questa bellissima ragazza greco-russa che mi faceva i complimenti. Mi sentii toccato nel profondo. Ci mettemmo insieme e finimmo per sposarci.

Gli amori di gioventù spesse volte non reggono e le diverse aspettative dei due creano un solco profondo che spingerà André a Londra e Ludmilla a creare l'azienda Agricola Biologica  Casa Raia, in
Toscana, che, mi spiega Durand produce il Brunello.


Le  posso confermare che è ottimo perché una volta acquistai il Brunello che produce Ludmilla per una cena tra amici.


André Durand ricorda gli anni a Londra e l'incontro con il ballerino del Royal Ballett Julian Hosking
Strinsi subito dei rapporti con i ballerini della compagnia del Royal Ballet. Volevo dipingerli per una mostra storica organizzata da un grande patrono a Terpschore. Così feci amicizia con Julian Hosking, che avrebbe poi avuto un'enorme influenza sulla mia vita e sulla mia arte. Con Julian ho condiviso la casa londinese per sei anni. Era un tipo impegnato. Assieme abbiamo visitato moltissimi musei in giro per il mondo e siamo andati a assistere a opere liriche ovunque: dalla Fenice di Venezia alla Scala di Milano. Sa, Londra per me ha significato una nuova complessità della vita e una ricchezza di esperienze indicibili.

Julian facendo parte del Royal Ballett fece conoscere a Durand il grandissimo e compianto ballerino e coreografo Rudolf Nureyev.


Rudolf,  è stato davvero un faro luminoso per l'umanità.
Era molto ospitale e le sue sontuose cene a Richmond e Quai Voltaire a Parigi partecipate da tutte le stelle del momento. Una volta siamo andati, io e Julian a fare shopping con Rudolf per acquistare quadri di nudi maschili. Un tipo di dipinto che nessuno voleva a quei tempi.
Rudolf comperò un piccolo quadro per un rpezzo modico. Era così felice. Sembrava avesse rubato la Gioconda. Si affrettò a tornare a casa per poterlo appendere. Questo insignificante, piccolo dipinto appoggiato ad un tavolo nel suo splendido appartamento sembrava un capolavoro.


Un suo quadro completato più di un anno e mezzo fa e ritraente Papa Giovanni XXIII dovrebbe essere, anticipa Durand in mostra forse presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli dal 28 aprile prossimo.

"Sarà esposto assieme a quello di San Giovanni Paolo II. Sarà importante recarci tutti a Roma per il Giubileo. Dobbiamo testimoniare che siamo cristiani. Ora ancora di più dopo i fatti di Parigi del 13 novembre. ".

Come è nato il quadro di San Giovanni XXIII?


"Il parroco di Santa Maria del Popolo mi chiese se fossi interessato a dipingere il Papa Buono. Risposi che sì, senz'altro potevo essere interessato sebbene avrei voluto vedere la salma del Papa per attirare su di me le sensazioni che questa mi avrebbe ispirato. Devo vedere il soggetto per catturarne le vibrazioni e le sensazioni. Il giorno stesso che ricevetti la telefonata con un'amica mi recai in Vaticano per osservare la salma di San Giovanni XXIII. Mi ha affascinato subito".

Ha utilizzato il corpo imbalsamato del Papa per dargli vita.


Quella salma...Come se il Papa stesse dormendo in realtà. Nel mio dipinto ho "visto" San Giovanni XXIII in procinto di morire. Potremmo parlare di rinascita. Entra nella sua nuova vita con pelle luminosa e mani giovanili.
Penso che il piccolo libro che stia sfogliando e che potrebbe  continuare a leggere negli anni a venire sia un libro di poesie: il Cantico Spirituale di San Giovanni della Croce. Non è una Bibbia.

Durand fa notare altri particolari


Il fatto che San Giovanni XXIII sia disteso in cima a una roccia, quella di San Pietro è  importante. Avete notato il verde alla base della roccia? Forse è stata allagata. Forse verrà inondata di nuovo. Un sottotitolo per questo ritratto postumo potrebbe essere "Il non manifesto".

Il Papa e la sua mente.

"Come può osservare dalla mente del Papa esce un corpo sinuoso.
La sua anima sta lasciando il corpo. L'ho pensato ritornato giovane e senza dolori. Forte e vigoroso. Bello e slanciato. La perfezione. Una perfezione capace della leggiadrìa e della spensieratezza che la vita ci toglie mano a mano che continuiamo il nostro percorso terreno. La vita capace di appesantirci non soltanto fisicamente ma soprattutto spiritualmente.
Nel mio dipinto ora l'anima del Papa può uscire fuori dal corpo libera, priva di costrizioni, sofferenze e tornare snella, bella, pura e allegra a danzare felice perché sgombera dalle fatiche e dai pensieri che l'attanagliavano prima. Mi sono ispirato al ballerino Roberto Bolle. Il quadro è in proporzioni naturali così come quello di San Giovanni Paolo II".


Durand poi osserva: "Ho creato dipinti di due Santi Papi. Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II! Non Ë da tutti".

Parliamo di Papa Giovanni Paolo II

Era un uomo solitario. Questa la mia impressione. Una volta il Papa mi invitò alla canonizzazione di Padre Massimiliano Kolbe. Ero in compagnia di Franco Zeffirelli quel giorno.
Mi ritrovavo non distante da Madre Teresa di Calcutta. Però Madre Teresa mi osservava e mi continuava a osservare persistentemente. Alla fine mi pregò di avvicinarmi e sedermi accanto a lei così lasciai Zeffirelli per farle compagnia. Madre Teresa aveva con sé una bustona immensa piena zeppa di roba. Al momento della comunione mi chiese di tenergliela. Lei faceva la comunione prima di noi, infatti. Sbirciai. C'era di tutto. Oggetti di valore come orecchini, orologi, gemelli. E poi soldi, tanti soldi. Pensai: adesso scappo via con questo malloppo e sto bene per tutta la vita! Madre Teresa mi fornì lo spunto per fare il quadro: "La Comunione di Madre Teresa". L'ho fatto su ispirazione della mia Musa. Nessuno me l'aveva commissionato però lo vendetti all'istante.

Lei ha dipinto San Giovanni Paolo II


Sì. Con San Giovanni Paolo II andò
così: a Londra Andrew Stanislaus Ciechanowiecki storico d'arte polacco, filantropo, collezionista d'arte, nonché membro di spicco del Sovrano e Militare Ordine di Malta - sua madre Matilde contessa Osiecimska-Hutten Czapska era una guida spirituale di Papa Giovanni Paolo II - chiese agli addetti ai lavori chi potesse essere in grado di fare un ritratto di San Giovanni Paolo II. Cecil Gould, direttore della collezione di dipinti italiani della National Gallery di Londra non ebbe dubbi e disse: "C'è solo un pittore che può ritrarre Papa Giovanni Paolo II. Questi è André Durand e per due ragioni: può immedesimarsi e inoltre è cattolico".
Così Andrew Stanislaus Ciechanowiecki mi commissionò il ritratto ufficiale del Papa e preparai un primo bozzetto per mostrarglielo.
Avrei voluto usare come ispirazione il Giulio II di Raffaello ora alla National Gallery di Londra. Una volta in Vaticano però per la prima udienza, ciascuna di venti minuti, il Papa non si presentò come avevo richiesto. Posò in bianco e non in rosso e fece così anche durante la seconda udienza.
Una volta a Londra Andrew Ciechanowiecki mi chiese come stesse andando con sua Santità e io espressi il desiderio di avere una terza e decisiva udienza con il Papa. San Giovanni Paolo II posava in bianco e io lo vedevo in...rosso. Ribattè: ma insomma, è il Papa, Durand! E io gli risposi che André Durand aveva bisogno di una terza udienza. In venti minuti fissammo l'appuntamento. Tornai a ottobre a Roma e completai il ritratto".

André Durand parla dei suoi trascorsi a Londra tra il jet-set e la casa Reale.


"Grazie a uno dei miei più cari mentori, un'ottima guida per me, giovanissimo, Charles Ritchie, amico intimo dei reali, ho conosciuto alcune personalità londinesi di spicco. Da Mick Jagger fino alla Regina Elisabetta e alla principessa Margherita".
 
Durand lei ha però nel cuore Lady Diana.

"La principessa Diana...Con lei eravamo vicini di casa a Kensington. Quando portavo fuori il mio cagnolino si fermava sempre a fargli delle coccole. La sua morte è stata devastante per me. Due giorni dopo dipinsi un suo ritratto che ho chiamato semplicemente Diana che terrò per sempre con me. Ci ho messo un giorno a farlo. Quando la principessa Diana è morta stavo tornando a Londra con un amico quando sentimmo alla BBC che c'era stato un terribile incidente stradale a Parigi".

Era il 31 agosto 1997, la principessa Diana aveva da pochi minuti lasciato assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed l'Hotel Ritz di Parigi dove stava alloggiando. Assieme a loro Henry Paul, l'autista e Trevor Rees-Jones la guardia del corpo della famiglia Al-Fayed. All'ingresso del tunnel di Place de L'Alma l'autista sbandò e urtò contro un pilone. La principessa Diana morì poche ore dopo a seguito delle ferite interne riportate.

"Per sei settimane la strada della mia casa di Kensington fu  chiusa al traffico. C'erano migliaia, migliaia di fiori, oggetti, candele accese per la principessa Diana. Il mondo non è stato più lo stesso dopo la sua morte."

Conoscente di vecchia data della principessa Diana la prima volta che la incontrò fu quando  trascorse un fine settimana invitato assieme a un gruppo di persone. Tra  queste la giovanissima Diana Spencer promessa sposa del principe di Galles. La location una grande magione della campagna inglese. "Una nostra consuetudine questa dei week-end in bellissime località della campagna inglese. Quella volta fummo invitati nel Wiltshire, vicino Stonehenge. La conobbi lì".

André Durand apprezzava della principessa il bel profilo classico
 
"I suoi occhi erano di un azzurro ceruleo e la sua pelle bianca, luminosa".  Il Maestro considera Diana "Una presenza femminile di grande rilevanza per la storia. Aveva un modo tutto suo di porsi davanti alla gente. Era naturale e arrivava con simpatia al popolo".

Lei ha dipinto un quadro raffigurando allegoricamente Il matrimonio di Lady Diana. Molto malinconico. La  principessa non ha lo sposo accanto a sé.


"Il giorno che la principessa convolò a nozze con il principe
del Galles non ero in Inghilterra. Mi trovavo a Nazaré in Portogallo con degli amici. Comunque  assistemmo al matrimonio e una volta in spiaggia notai un'altra coppia di freschi sposi locali che stava posando per delle foto matrimoniali. Mentre questa coppia posava, sono sbucati dall'oceano dei pescatori".

Il quadro è interessante però anche per altre ragioni.

"La principessa Diana porgerà  la mano non al futuro marito Carlo
principe di Galles ma a un bambino che arriva su una nave egizia. Il bambino misterioso le porgerà una rosa".

Durante i suoi trascorsi italiani lei ha ritratto il marchese Emilio Pucci di Barsento una delle personalità più versatili in campo stilistico e politico che abbiamo avuto.


"Sì, che personaggio quel signore! Accadde quando abitavo ad Anghiari e facevo molti dipinti per le famiglie benestanti della città così come per quelle fiorentine. Il marchese Pucci di Barsento mi chiamò dicendomi: "Maestro, sono disponibile" perché voleva gli facessi un suo ritratto a cavallo. Aveva un giovane stallone ungherese che aveva comperato da poco tempo. Così in una plumbea, fredda, grigia giornata fiorentina mi recai a Palazzo Pucci a Firenze. Quello che mi colpì fu il viso perlescente del marchese. Gli chiesi come mai mesi prima avesse sfilato per un corteo storico assieme a un cavallo, giovane e di temporamento che poi l'avrebbe fatto cadere e lui mi rispose: "Il mio stallone ungherese era appena arrivato". Parlavamo sempre in inglese e mi chiamava Maestro. Era una personalità rinascimentale. Un uomo di piccola statura, ma con un profilo nobile, alla "Tiziano" per intenderci. Mi chiese se per posare avrebbe dovuto indossare dei costumi e io gli risposi: no solo il cappello. A gennaio il dipinto era pronto. Glielo portai a Firenze e lui: "Mi compiaccio per il suo lavoro".

Durand ammette che ci sono soggetti che non lo ispirano.

La mia Musa non vuole dipingerli.

Con Isabell Kristensen, fashion designer la Musa non ha fatto storie, però..

L'ho conosciuta grazie a una nostra amica comune: un'amica principessa polacca durante una cena a Chelsea, Londra. In tutto ho realizzato dodici quadri con lei. La signora Kristensen ha uno spiccato senso del glamour.  Gli abiti con cui posava,importanti e sfarzosi. Alta e statuaria ha voluto posare anche con i suoi quattro figli.


Ascolta sempre musica quando dipinge. Che genere?


Da Mozart a Handel, da Carpentier a Carlo Gesualdo, da Verdi a Richard Strauss. Ascolto musica contemporanea degli anni ottanta come i Pink Floyd o i Bronsky Beat, Freddy Mercury o Annie Lannox (che tra l'altro è stata a lungo una mia vicina di casa) ma in auto però, non quando dipingo una tela. Non mi chieda di ascoltare le canzoni più recenti perché non ce la faccio. La musica di strada napoletana mi attrae perché esprime ogni emozione anche la violenza. Amo la dolce malinconia del Fado portoghese.
            
Poi Durand spiega il valore assoluto o relativo di un cantante.

Ci sono gli immortali. Arie che canteremo o ascolteremo per sempre. Verdi, Puccini, Beethoven, Wagner. Ci sono artisti che sono fuori dello spazio temporale e che sono scivolati nella più piena e meravigliosa immortalità con le loro opere.

Quali sono gli immortali nella pittura?


Leonardo per primo, il più  popolare al mondo e poi Tiziano, Rosso Fiorentino, Pontormo e Rubens per citarne altri. Tutti quei pittori che ancora oggi nonostante siano vissuti centinaia di anni fa hanno tanto da dirci.


Quando Durand ricevette la prima chiamata per dipingere Papa Giovanni Paolo II al tempo stesso un altro grande capo spirituale si fece vivo con lui.


Sì, il Dalai Lama. La nostra famiglia è cattolica ma mia mamma fu felicissima  quando gli comunicai la notizia perché seguiva con calore anche questo capo spirituale. Quando mi chiesero se volessi dipingere il Dalai Lama risposi che sì, non c'erano problemi per me. Il mio contatto? Pietro Francesco Mele nobile romano cavaliere di Malta e fotografo appassionato di Tibet e Buddismo. Ha scritto molti libri sull'argomento, sa? Viveva in via degli Orologi a Roma. Mi comunicò che il Dalai Lama era ospite nel suo palazzo e che dovevo recarmi a Roma. Immediatamente. Non persi tempo. Presi il primo aereo disponibile e in un battibaleno fui nella capitale. Mi portarono nel chiostro del convento vittoriano di Sant'Anselmo per la prima sessione. Erano le 5:30 di mattina. Sant'Anselmo all'Aventino non è una chiesa vecchia, avrà cento anni. Roma era così bella e che luce dorata quella mattina di settembre... Suggestivo ritrovarsi in mezzo ai monaci tibetani.

Com'é il Dalai Lama?


Trasuda  gioia senza fine, felicità, luce e un grande senso di calma e di spiritualità".




André  Durand, l'uomo della Santità raffigurata su tela, ma anche l'uomo visionario che prima di tutti ha capito il futuro di certe persone ha un suo sogno ancora irrealizzato?
"Sì, sì molti, ma per il momento vorrei realizzare un dipinto  pagano con Monica Bellucci e Roberto Bolle. Li vedo entrambi nudi.
Bolle, nel pallello di destra, la Bellucci alla sua sinistra come Marte e Venere. È interessante come entrambi questi superbi artisti italiani abbiamo utilizzato il loro corpo per dare vita all'arte. Alla più alta espressione artistica nel settore professionale che hanno scelto.


Durand ammette che aver creato i dipinti di questi, come li chiama lui scherzosamente "Direttori della Vita Spirituale" ha cambiato la sua vita in meglio e sottolinea quella che è la sua vocazione per l'arte.


Cerco sempre di scegliere soggetti tradizionali e familiari che possano essere letti in un'ottica oggettiva e contemporanea. Le mie idee sono ispirate da artisti neomoderni come Leonardo o forse Tiziano e dalla vita di oggi. Per me è importante tanto il soggetto di un quadro quanto il messagio che porta con sé. La mia pittura inoltre è per tutti, senza parole, senza esplicazioni. Vede: il quadro ha un'anima. L'anima è l'idea, il corpo sono i colori che daranno forma all'idea donandole concretezza visiva.

La tecnica utilizzata


Sento una ricerca ed un lavoro continuo di autodiscipplina pittorica passando per l'incorporazione di motivi e ispirazioni che provengono da tutte le correnti antecedenti e contemporanee a questa manciata di anni fra i due secoli. Il mio è un rifarsi costante ed arricchito dalla tradizione. Lo studio passa attraverso l'esperienza del provetto fotografo che poi può  lasciarsi andare sulla tela. Prima di tutto, l'ho omesso perché mi sembrava implicito, l'uso del disegno mi colpisce molto.


La tragicità di un evento rappresentato spesso nei suoi quadri è smorzata dai colori vivaci.
Tento di equilibrare i colori così da creare una commistione che permetta di bilanciare i sentimenti. Da quando vivo in Italia trovo che i miei colori siano ancora più ricchi e vibranti. La pittura per me significa uscire da questo mondo di tragedie tanto se rappresento il dolore quanto se mi rapporto a un evento felice.


Anna Maria Polidori








Sunday, January 24, 2016

Il caso Spotlight questo week-end nei nostri cinema


Boston  recentemente è stata protagonista di alcune tra le storie più scottanti delle ultime decadi: le vicende criminali di Jimmy "Whitey" Bulger portate sullo schermo da Johnny Depp con Black Mass (peccato Johnny per la nomination mancata) e il caso dei preti pedofili trattato dal dipartimento investigativo del grande quotidiano: Spotlight.

Sei nominations agli Oscar, Michael Keaton, Mark Ruffolo tra gli interpreti di un film che vi farà capire che cosa voglia dire giornalismo investigativo allo stato puro.

Nel 2001 un primo articolo uscito come sempre deciso, puntuale e forte nel Boston Phoenix lancia un primo attacco contro il primo prete pedofilo preso in esame: Geoghan.

La leggenda vuole che non si sappia con esattezza se la notizia di questo pezzo  giunse agli occhi e alle orecchie del Globe.

Fatto sta, nuove menti arrivano nella newsroom del Globe portando un vento di freschezza e temerarietà, senza alcuna sudditanza verso i cosidetti poteri forti. Questo fa sì che il Boston Globe prenda in esame la storia dei preti pedofili trattandola con il team devoto alle investigazioni: Spotlight.

Le perplessità? Molte. Paura di perdere abbonati, Boston è una città cattolica...Chissà un'inchiesta così dove porterà?
Una sola la risposta: cominciare e poi andare avanti. Tirare dritto senza mollare.

L'inchiesta è stata una vera salvezza.

600 articoli dopo, oltre 220 preti riconosciuti pedofili nella sola città di Boston, il primo pezzo  scritto all'inizio di gennaio 2002 al termine di quel primo anno di inchiesta il cardinale Law avrebbe rassegnato le dimissioni dal suo incarico in Vaticano.

Il Globe nel frattempo apprende con sconcerto che il problema coinvolge centinaia di altre città sparse in tutto il mondo.
Un terremoto per la Chiesa Cattolica e la sua credibilità.

Prima di Spotlight un film che fece storia sul giornalismo investigativo fu Tutti Gli Uomini del Presidente basato sulla storia reale dell'inchiesta investigativa seguita da due reporters Carl Bernstein e Woodward del Washington Post.

In questo caso l'inchiesta che giunse alla sua maturità piena nel 1973 avrebbe portato alle dimissioni del presidente Nixon nel 1974.

Tutto ebbe inizio con un...nastro adesivo finendo con un altro nastro, stavolta registrato.
Sintetizzando ;-) quello del Watergate è tutta una storia di nastri.
Capirete perché.
State a sentire.


È il 17 giugno del 1972 quando, il suo nome è passato alla storia, Frank Wills una guardia di sicurezza del complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington vede che c'è del nastro adesivo in certi luoghi del parcheggio sotterraneo. Lo toglie e in seguito ce lo ritrova perché qualcuno ce lo ha rimesso dopo il passaggio della ditta delle pulizie.

La faccenda è curiosa e Wills non perde tempo.
Contattata la polizia vengono arrestati cinque uomini. La causa: essere entrati nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico sito al sesto piano di un edificio che si trova a un tiro di schioppo dal Watergate Hotel.

Da lì a poco l'idea che forse c'è una connessione tra gli scassinatori e gente vicina al Presidente a causa dei nomi delle persone coinvolte.

Il portavoce del presidente comunque smentisce tutto e l'elettorato forte della considerazione che ha di Nixon non crede ci siano connessioni.

Intanto il procuratore indaga e scopre che uno di questi signori ha ricevuto pagamenti dal CRP.

Nel frattempo i reporters Bob Woodward e Carl Bernstein si gettano  a capofitto sul caso.

Non che i primi pezzi siano esaltanti. Riportano sostanzialmente quello che sa l'FBI, la polizia, ma mantengono vivo l'interesse su una vicenda che in caso contrario si sarebbe sgonfiata e presto sarebbe finita nel dimenticatoio.

Poi all'improvviso i due fanno un salto di qualità e se ne escono fuori con una fonte segreta  che ribattezzano "Gola Profonda" e che aggiunge ancor più curiosità all'inchiesta.
I lettori continuano a seguire incuriositi.

Nel mentre succedono fatti alquanti incresciosi. La maggior parte degli scassinatori riconosciuti colpevoli.

Qualcuno comincia a pensare che dietro a tutto forse c'è proprio il presidente. Impensabile fino a quel punto un timoro del genere.

Viene scoperto che nell'Ufficio Ovale ogni telefonata fatta dal Presidente viene registrata. Il Presidente non ne è a conoscenza e a quanto pare, stizzito, tenta di bloccare la diffusione delle sue conversazioni.

Intanto per via di questi nastri il presidente fa licenziare con il cosidetto "massacro del sabato sera" del 20 ottobre 1973 diverse persone-chiave affermando poi, in un luogo di gioco e svago come Walt Disney World in Florida alla presenza di giornalisti e editori: "I am not a crook", "Non sono un truffatore".

Parte dei nastri consegnati, 18 minuti cancellati. Provato che il nastro viene cancellato appositamente e per nove volte Nixon è costretto a insediare un nuovo procuratore speciale. L'inchiesta continua.
Polemiche a non finire per via dei nastri che il Presidente vuole tenere per sé, alla fine la palla passa alla Corte Suprema il 24 luglio 1974.

I giudici pervengono all'unanimità a un fatto saliente: la richiesta di Nixon di voler tenere per sé i nastri come "privilegio dell'esecutivo" inammissibile.
Gli viene ordinato di consegnarli. Il 30 luglio Nixon consegna i nastri.

Intanto tanti uomini del presidente vengono condannati per aver ostacolato le indagini. La situazione si fa pesante per Nixon e s'arriva presto attraverso la Camera dei Rappresentanti a un possibile impeachment.
27 voti a favore contro 11. Le accuse: aver ostacolato il corso delle indagini, abuso di potere e ostacolo al Congresso.

Più tardi sbobinando i nastri, spunta fuori una cassetta risalente al 23 giugno del 1972. Il contenuto? Viene appreso che il Presidente avrebbe gradito che le indagini - quelle del nastro adesivo rinvenuto vicino agli uffici del Watergate Hotel rammentate e dei primi cinque uomini arrestati... - venissero ostacolate trasmettendo un falso comunicato stampa da parte della CIA all'FBI sulla necessità di copertura delle prove per motivi di sicurezza nazionale. La delusione più cocente per chi ancora sosteneva il presidente. Per il presidente questa pistola fumante l'inizio della fine e le dimissioni.

Due investigazioni partite da sospetti quelle del Globe e del Washington Post e che sono state in grado di cambiare il mondo.

Boston ha scoperchiato un tale marciume da far cambiare il volto, le gerarchie e la politica della Chiesa Cattolica di Roma. Non solo quella di Boston, badate, ma quella del mondo intero. Questa città bella, aperta, trasognante, cordiale, europea, è stata in grado di sconfiggere una terribile e orrenda piaga.

All'inizio nessuno al Globe avrebbe immaginato che la storia potesse coinvolgere tanti altri Paesi. Era una storia che veniva vissuta a livello locale ma che alla fine sollevò un problema terribile. Con Papa Ratzinger prima e Papa Francesco adesso la Chiesa tenta di cambiare volto.

Non conoscevo bene lo scandalo Watergate ma di recente ho visto una porzione di Tutti gli uomini del Presidente (il secondo tempo del film) e stasera mi sono documentata su Wikipedia.
L'inchiesta di Woodward e Bernstein portò all'impeachment del Presidente degli Stati Uniti e a un nuovo corso per la storia.

Non sono piccolezze queste inchieste e pongono in essere più di ogni altra cosa l'essenza stessa del nostro lavoro, la nostra eticità e la nostra consapevolezza del ruolo che ricopriamo all'interno di un tessuto sociale e verso gli altri. Rispetto, amore per il lavoro, dedizione, etica.

Possiamo chiudere gli occhi e non vedere le notizie per paura, per non riportare perché "tanto capirai" oppure ci puoi dare giù duro ricordando che questo è il giornalismo più bello perché toglie il respiro, ma  è vero, puro perché libero dai condizionamenti politici o di parte.

Toglie il sonno la notte e il giorno, il reporter diventa una trottola e un uomo o una donna che se prima svolgeva un lavoro appassionante ora entra a contatto con quella che è l'essenza più bella della sua professione: aiutare gli altri e la collettività come hanno fatto i reporters del Globe.
Se quest'inchiesta non ci fosse stata i preti pedofili ancora sarebbero lì a molestare bambini probabilmente. Ora questi ex bambini stanno tentando di diventare ottime persone. Qualcuno con più difficultà di altri, ma tutti stanno elaborando il lutto della loro infanzia strappata via nel modo più assurdo, orribile, orripilante, ingiusto e profondamente disgustoso.

Nixon avrebbe terminato il suo mandato presidenziale se due giornalisti un pò troppo curiosi non gli si fossero messi alle calcagna.

Certo: scordiamoci di affrontare storie così grosse  se siamo freelance oppure lavoriamo in piccole redazioni. Questo per noi freelance è un sogno.

Occorrono soldi, un team ampio, tutele legali forti.

Però ricordiamoci sempre che ovunque siamo, qualunque sia il  nostro angolino di mondo da coprire, tutti noi possiamo essere nel nostro piccolo dei reporters del Globe o del Washington Post, osservando, facendoci rispettare, tentando di raggiungere le persone, aiutando con la parola scritta o il mezzo televisivo la gente che ne ha più bisogno.

Riflettevo sulla bellezza di queste inchieste del Globe e del Washington Post. 

Non è solo la storia di un gruppo di reporters ma la storia di due quotidiani.

C'è senso di appartenenza, c'è l'orgoglio per la testata dove verrà riportata la notizia, amore per la professione, dedizione e c'è qualcuno che crede in te e a quello che stai facendo.

C'è supporto.

Quello è il tuo luogo.Un giorno ti hanno scelto.
Eri giusto per loro. Credono in te e lotteranno per quello che stai facendo con te, standoti vicino.
Pensavo  a quanto debba essere bello essere stimati e apprezzati dentro una newsroom grande che permetta ci sia uno sviluppo armonico della professione di reporter.

E poi vuoi mettere quando il direttore ti dice: "Vai fino in fondo. Ti dò carta bianca!"
Dio, che scarica di adrenalina. Certe emozioni non hanno prezzo!

;-)


Anna Maria Polidori



ps: sto poco bene spero domani di parlarvi più diffusamente dei reporters del Globe che hanno trattato il caso dei preti pedofili.




Saturday, November 21, 2015

Il mondo arrivato a Umbertide

Umbertide, città leader dell'accoglienza promuove la pace e il dialogo tra tutte le etnìe della città e del...mondo!





Sono sessantadue. 62 etnìe vivono a Umbertide. Nessun'altra città umbra può vantare un numero così elevato di cittadini "stranieri".  L'incontro "Pace a Km 0. 1+1+1+1+...= La nostra forza. Colori, sapori ed emozioni delle 62 nazionalità presenti ad Umbertide" organizzato presso il centro culturale di San Francesco a partire dalle 17:30 di sabato 21 novembre è stato fortemente voluto dal Coordinamento per la Pace Umbertide – Montone – Lisciano Niccone, con il Coordinamento Enti Locali per la pace, "Tavola della Pace" e le scuole dei comuni interessati all'iniziativa.


Colpisce nel profondo un incontro voluto nell'immediato 13 novembre. La strage terroristica di Parigi ha lasciato il segno nei cuori delle persone così come fu quella dell'11 settembre 2001 a New York. Il mondo non fu più stato lo stesso dopo quella orribile devastazione.

L'Occidente capì qualcosa: che sarebbe stato sempre in pericolo e gli Stati Uniti per primi raccomandarono, cosa che sta avvenendo anche ora in Francia, alle persone di continuare a vivere la loro vita. Solo: sono trascorsi 14 anni da quell'appello lanciato all'allora intero mondo Occidentale dagli Stati Uniti.

Al tempo dell'attentato terroristico alle Torri Gemelle c'era a guidare il commando un gruppo di kamikaze di Al Qaeda struttura terroristica capeggiata da Osama bin Laden. Osama bin Laden super-ricercato in tutto il mondo sarebbe stato ucciso nel 2011.

Ora a prendere le redini del terrore il califfato islamico ISIS.

L'incontro di Umbertide ha avvicinato ancora di più una ciacolante, diversificata ma senz'altro unita e colorata comunità Umbertidese.


Sì. Come è stato detto anche durante l'incontro da uno dei relatori: "Una volta parlavamo con il nostro vicino di casa e era di Umbertide. Adesso il mondo è arrivato a Umbertide".

Ma chi sceglie Umbertide? E perché? Le realtà e le persone più diversificate. Un signore spagnolo ne è più che certo: "Sono stato scelto da Umbertide. Non sono io che ho scelto Umbertide".


Ok, ne vogliamo parlare? C'è un elite che sceglie la città. Parliamo di gente dello spettacolo, di scrittori e creativi o di chi ha fatto i soldi e ora vuol godersi in un angolo pacifico come è Umbertide gli anni della pensione.


Spesso c'è chi sceglie Umbertide per ragioni di lavoro.

Maria dall'Ucraina ricorda quando lasciò il suo Paese. E fu, naturalmente una scelta sofferta. "Che malinconia. Avevo le mie amiche, il nostro gruppo teatrale, la mia famiglia.Mi sono lasciata tutto alle spalle. Poi, sono arrivata qui e ho pensato: non conosco nessuno, non parlo la lingua. Che succederà? Come andrà? Invece sono stata accolta come una figlia dalla famiglia cui ero entrata a lavorare come badante e ora sono felice. I colori della città sono splendidi, i sapori...La pasta asciutta!!! Il sugo. Mi piace abitare a Umbertide."

Una signora finlandese è invece in Italia dal 1986. Certo: qui starà più al caldo signora. "No: unico neo negativo. Nonostante le basse temperature della Finlandia, le nostre case sono in legno e molto più calde. Qui appena arriva -3 bubboli dal freddo perché le case sono in pietra. A parte questo una città meravigliosa".


Parlare di integrazione con il mondo musulmano indispensabile perché la comunità musulmana è massiccia nella cittadina umbra.

Ho intervistato così due ragazze per sapere che cosa ne pensassero degli ultimi accadimenti di Parigi.

Hajar, 17 anni, frequenta il liceo linguistico. Ci tiene a precisare che "Quanto successo a Parigi non ha niente a che vedere con la nostra religione. La mia religione -così come tutte le altre - condanna l'omicidio.
Vede: essendo musulmana questi per me sono giorni particolari. A scuola sono spesso chiamata in causa per via della mia religione e di quanto successo a Parigi". Hajar spiega che "I musulmani nel mondo intero sono un miliardo e 700 milioni. Se tutti fossero terroristi succederebbe un pandemonio.. Sarebbe la fine".
Lei condanna gli attentati? "Certo. Il terrorismo è terribile. Non dobbiamo uccidere innocenti. Condanno quanto fatto con tutta me stessa. Solo: ogni giorno fatti sanguinosi così succedono da ogni altra parte del mondo, in Siria, Palestina, Libano però nessuno piange per la gente morta in quelle terre come è stato fatto per Parigi. Ogni giorno muoiono uccisi dai kamikaze tante persone in tutto il mondo". Per Hajar c'è una spiegazione logica a quanto fatto dagli attentatori: "Certo: l'Occidente aveva inviato missili in Siria. La Francia è stata la risposta dei terroristi". Hajar pensa che ci sia "Poco dialogo tra Oriente e Occidente".

Tra la comunità musulmana una certezza c'è: "Vi preghiamo: non chiamateli terroristi islamici. Quei mostri non fanno parte dell'Islam!"

Hind è una ragazza ventenne. Porta il velo, ha uno sguardo pieno di pace e frequenta la facoltà di giurisprudenza. Nonostate sia nata in Italia conserva tradizioni antiche e cominciamo da quelle.

Non le pare che vivendo in Italia ormai potrebbe pensare di togliere il velo? Non la vivrebbe come una liberazione?

"Metto il velo perché sono sottomessa a Dio".

Mi scusi ma non crede che essere sottomessi a una persona oppure a un'entità sia alquanto scomodo?
Non dovrebbe essere fatta una legge che imponga di togliere il velo? Lei come reagirebbe?

"Sono contraria a togliere il velo. L'Islam non è, vede, solo una religione, ma uno stile di vita. In realtà non faccio parte dell'Islam moderato. Non c'è un Islam moderato e uno progressista. L'Islam è l'Islam. E vede: abbiamo il libero arbitrio. Possiamo o non possiamo mettere il velo".

Parliamo di Parigi....

"Un crimine che va condannato. Sono dei delinquenti che usano la religione per uccidere. Potrà pure trovare accanto ai comodini dei terroristi il Corano ma quella non è la nostra gente".



Giuseppina Gianfranceschi ha poi preso la parola e aperto la sessione di lavoro. "Questo il nostro dev'essere uno sforzo culturale importante. La convivenza tra di noi darà seguito a un mondo migliore".
Ha poi ribadito Giuseppina Gianfranceschi come Umbertide sia una città della pace.

"Finora pensavamo che dovevamo accogliere. Ora pensiamo che sia arrivata l'ora del non-offendere. Dobbiamo ripartire da noi stessi per essere credibili. Le nostre differenze di usi e costumi non devono essere motivo di divisione".


Anche noi Occidentali abbiamo accolto tradizioni straniere. La Gianfranceschi ricorda accadde dopo la seconda guerra mondiale.

Gli Americani lasciarono con la cioccolata, e altre cose "Anche Babbo Natale, Halloween - una festa di più recente celebrazione - l'albero di Natale. Sono feste che abbiamo voluto, che ci sono piaciute e che abbiamo accolto a braccia aperte. Abbiamo la possibilità di scegliere e non di rinunciare. Solo con il dialogo eviteremo altri scontri".

Depreca l'utilizzo di armi in mano ai bambini, Giuseppina, così come un no forte all'intolleranza e al non-capire. "I diritti sono uguali per tutti".

Annamaria Boldrini dell'Istituto Superiore Leonardo Da Vinci sottolinea che nella loro scuola 180 ragazzi non sono italiani.

Flavio Lotti: "Siamo qui stasera per ri-conoscerci" attacca. "Ricordiamo i valori fondanti della rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité. Mentre la prima parola è inflazionata e durante questi decenni molto  è stato fatto in termini di libertà, le parole uguaglianza e fraternità scomparse dal nostro "dizionario emotivo". Ma la chiave per uscire dalla situazione orribile in cui siamo entrati sta lì".

Che cosa distrugge il mondo? Il signor Lotti pensa siano i soldi.

"I soldi con il tempo sono diventati la cosa più importante. Così, in un clima di costante competizione siamo diventati sordi".

Umbertide prima e ora.

"Una volta i nostri abitanti conoscevano solo i vicini di casa. Umbri come loro. Del posto come loro. Ora Umbertide è il mondo. Nel futuro chi vincerà sarà chi sarà capace di interagire con il resto del mondo, chi sarà in grado di parlare con un mondo culturalmente più ampio".

Ma quante sono le etnìe presenti a Umbertide?

Irlandesi, inglesi, americani, canadesi, Scozzesi, arabi dal Mali, dal Marocco, dall'Angola, e poi greci, Lituani, finlandesi, tedeschi, austriaci, australiani. Pensate uno Stato e probabilmente a Umbertide ci sarà un abitante.

Susan una delle testimonial del filmato televisivo curato da Valentina Santucci proviene da Detroit, Michigan, Stati Uniti e racconta la sua storia personale.

"I miei provenivano dal Cadore, in Veneto. Nel 1960 feci con mio marito il primo viaggio in Italia. Successivamente abbiamo pensato di acquistare una casa, ma era impensabile prenderla in Cadore. Troppo freddo. Così, grazie a un'amica comune che aveva comperato qui, abbiamo scoperto Umbertide. Un posto perfetto. La campagna, il Tevere, il centro storico. Ci avete spalancato le braccia. Grazie".

Samira è araba e viveva a Casablanca, Marocco.
"La mia è la prima generazione a Umbertide. Qui sono nate le mie due figlie. Lo considero un luogo tranquilllo e di pace. Faccio parte del Centro Culturale Islamico della città e faccio fatica a trovare le parole giuste per quanto hanno fatto i terroristi. Questi avvenimenti non hanno niente a che fare con l'Islam. La nostra religione parla di pace, misericordia e perdono. Islam deriva da Salem che vuol dire Pace". Eppure Samira tra le righe dice qualche cosa di molto importante: "Il problema è molto serio e complesso. Se non saremo integrati avremo problemi seri. Dovremmo tornare alle nostre identità, ai nostri valori, anche se la nostra nazionalità è diversa".

Graziano invece è un esempio di integrazione di un abitante di Umbertide fuori regione. Vive e lavora a Trento e torna in città per trovare i suoi parenti. Racconta che spera tutti possano avere una famiglia variegata e disseminata in tutta Italia come è successo a lui. E che le differenze che ancora attanagliano non solo l'Oriente e l'Occidente ma anche il Nord e il Sud Italia prima o poi vengano a scemare.

Un signore spagnolo invece afferma: "Dobbiamo essere più spirituali. La religione è stata creata dagli uomini. Siamo tutti uguali".


Dialogo aperto, il consesso poi si è spostato nell'area buffet dove è stato possibile assaggiare pietenze provenienti da Marocco, Albania, Austria, Stati Uniti, Finlandia, Ucraina, Germania e così via dialogando e stringendo nuove amicizie in un clima di festosa allegria.



Anna Maria Polidori



Sunday, November 08, 2015

La corrispondenza una storia del passato?

 Paradossalità dell'Era di Internet. La gente dimentica il passato recente




Alcune settimane fa sono rimasta sconvolta dalla scoperta della morte di un mio corrispondente con cui sono rimasta in contatto per 15 anni e a cui durante questi anni ho sempre pensato.

Iniziai a corrispondere per gioco e rabbia. Ero stata bocciata a inglese nel 1992. Indirizzi passati da una mia amica sarda, Tatiana, di ragazze del Nord Europa, la faccenda mi appassionò e così contattai lo USIS  - United States International Studies - una branca della biblioteca dell'Ambasciata americana, che mi rifornì di indirizzi di associazioni di pen-friends.
Nel giro di alcuni mesi trovai amici a NYC, in Pennsylvania, Michigan, Missouri, Seattle, California.

Era bello ricevere e inviare lettere.
Colorate, allegre.
Ci ricordavamo del nostro compleanno e ci inviavamo biglietti d'auguri. Stessa cosa per Natale. E poi ci raccontavamo le nostre rispettive vite. Quello che ci succedeva insomma.

Con una mia corrispondente Maria, abbiamo addirittura condiviso uno share book. Come funziona?
Il primo share book Maria lo acquistò da "Circle Journey".
Idea suggestiva.

Un piccolo libretto dove è possibile inviare e attaccare di tutto. In passato spiegava il sito Circle Journey, c'era chi creava questi libretti e poi li inviava a parenti lontani, creando una forte connessione di notizie, ricette, foto, e quant'altro. Potevi includere tre, quattro, cinque persone.
Un modo originale per restare in contatto con parenti distanti.


Avevo personalizzato il Circle Journey spillando due pagine insieme e avevo creato una busta che chiamavamo assieme a Maria "L'angolo del tè".

Inviavo delle bustine di tè a Maria e lei faceva lo stesso. Maria beve dell'ottimo Tazo. Io il Twinings.

Ci raccontavamo quel che succedeva.
Il secondo libro è ancora qui, perché gli ultimi anni sono stati funestati da così tante tragedie. Fui costretta a dire alla mia corrispondente: "Non ce la faccio proprio. Non voglio inviarti la notizia di un funerale dopo l'altro. Attendiamo tempi migliori e notizie positive".

La morte del mio corrispondente mi ha permesso di rileggere molta della corrispondenza ricevuta.
Era così preziosa. Toccante.

Tutte noi e tutti noi eravamo motivati da qualche proposito nella ricerca di corrispondenti e non lo facevamo opportunisticamente, no, ma per il grande desiderio che sentivamo di avere amici lontani.

Non volevamo il tutto e subito di adesso che stanca, logora e fa passare oltre in un secondo senza dare importanza all'unicità dell'esistenza di un essere umano.

Sono stata scelta dai miei corrispondenti e quando ho ricevuto le lettere ho scelto chi far entrare e chi no. Ci sono state due persone a cui non ho risposto. Il corrispondente, l'amico di penna sceglieva e già questo faceva la differenza.
Io volevo nuovi amici per migliorare il mio inglese e scoprire gli Stati Uniti. Dagli Stati Uniti c'era la curiosità per l'Italia.
Tutto qui. Però...Vi sembra poco come base di partenza?


Gina, del Michigan ha origini italiane.
Loida che viveva negli anni '90 a Brooklyn voleva migliorare il suo italiano, (di fatto abbiamo sempre corrisposto in inglese e purtroppo quando gli inviai il libro di grammatica italiana mi tornò indietro perché Loida era in Honduras e le poste dopo un pò di giacenza rinviano al destinatario) i nonni di Carolyn, la mia corrispondente del Missouri, siculi, Sharon dalla Pennsylvania cercava una corrispondente italiana perché qualcuno le aveva detto che noi italiani siamo brava gente :-) Grande complimento, grazie Sharon!

Eravamo corrispondenti seri e sapevamo quanto fosse prezioso per l'altra persona ricevere che so? una bella cartolina, delle foto carine...


Ne vogliamo parlare? Sì, dài, parliamo delle foto.

Care vecchie foto che dovevi andare a stampare dal fotografo, che costavano anche care. Lo facevamo per una buona causa.
Erano ncessarie per far capire come vivevi, dove vivevi, qual'era la tua vita. Mica c'era Instagram o Facebook.

MarieLouise mise subito in chiaro dalla prima lettera che voleva venire a trovarmi con un programma di homestay, creato da lei. Voleva girare e conoscere l'Europa infatti. "Poi ti ospiterò anch'io". Mi riempì di foto. L'area dove vive, Aptos, Monterey, meravigliosa. La sua vita americana mi appariva bellissima. Feci lo stesso con me e il mio mondo. Marie è stata qui già due volte. Speriamo prima o poi di rivederci.

Poi tanti pensierini. Piccoli oggetti che dagli Stati Uniti sono arrivati sin qui e viceversa.

Internet a inizio degli anni '90 era una novità che stava cominciando a prendere piede negli USA però non ancora in forma così dilangante.

La più informatica di tutti i miei corrispondenti, Gina dal Michigan. Mi inviò il floppy disk di AOL. "Non so se in Italia avete internet. Se puoi però installa AOL. Possiamo chattare e scambiarci e-mails. Qualcosa di formidabile".

Eppure...Eppure...

Questo nuovo metodo di comunicazione, veloce, immediato ha ucciso di fatto la parola scritta, la scrittura  e reso tutti noi più febbricitanti, smaniosi e ansiosi.

Superficialità? Forse, certo, e desiderio del nuovo quando non abbiamo forse capito una cosa: che l'unicità di un rapporto di amicizia non può essere replicato all'infinito.

Il mio corrispondente morto non potrà mai essere rimpiazzato con un altro, perché niente sarebbe uguale.

Internet a paragone della vecchia e cara corrispondenza non è molto serio. O meglio: non sempre. Quando lo è pensi: Dio, ti ringrazio.
Ma quando non lo è, è una jungla.

Sì perché una persona dall'altra parte può creare alias, può dirti di essere Mario e invece chiamarsi Augusta. Può farti credere fischi per fiaschi.

Ok: possibile che accada anche con la corrispondenza normale, ma in tal caso non verrebbe mai meno la sincerità di fondo perché un indirizzo è tracciabile e la persona non può essere un fantasma qualora serva sapere qualche cosa di più.

E poi...

Vuoi mettere l'impatto emotivo di una lettera rispetto a una e-mail?
Una lettera o una cartolina, magari di istituzioni prestigiose come la Dover publications, la Hallmark, American Greetings, Victoria Greetings, ha un impatto diverso.

Prima di tutto la bellezza dell'immagine ricevuta, la sensazione tattile, l'odore della carta, lo scritto. Qualche cosa che rimane a casa e non dentro una macchina.

Puoi stampare un'e-mail ma non è come leggere una lettera.

Una lettera è qualche cosa di privato che nessuna terza parte o quarta o quinta persona leggerà. Sarà qualche cosa di nostro, di privato che condivideremo con gli altri se lo vorremo.

Si sa che internet non è il luogo più sicuro per comunicare. Casi recenti hanno rivelato come alcune e-mails intercettate siano state fonte di imbarazzo per personaggi pubblici.


Ma chiediamoci: in un mondo così connesso dove c'è perfino chi non stacca mai internet tornare al passato è possibile?

Vediamo a che punto siamo arrivati e partiamo...dalle pulizie di casa.

Alla morte del mio corrispondente ho riordinato il cassetto dove ripongo stickers e carta da lettere. Il periodo più bello della mia esistenza va dal 1994 al 2001. Ho tolto tutto il materiale accumulato dopo, (non erano lettere ma foto etc), e l'ho riposto in un altro cassetto.

"Quando vorrò deprimermi, aprirò questo", ho pensato.

Non so: ma durante quegli anni, dal 1994 al 2001 il mondo era una bellissima possibilità per tutti noi.

Sì: c'era un incanto che adesso non c'è più e una leggerezza assolutamente scomparsa dopo. E non volevo intristirmi.
Avevo bisogno di tornare a ri-sincronizzare la mia stabilità emotiva.

Ho tenuto nel cassetto della corrispondenza però l'aquila piangente che mi ha inviato Gina dopo la caduta delle Torri. Quello è stato il punto di rottura.
Il mondo, dopo, non sarebbe più stato lo stesso.

Ho poi spostato la mia scrivania, rimosso dalla stanza i libri che la popolavano.

Intanto mi sono accorta che, sebbene avessi diversi biglietti natalizi dentro il cassetto della corrispondenza forse era il caso di tornare a comperare un pò più carta per la corrispondenza.

Mi reco in questo primo negozio della mia città e chiedo la carta da lettere.

Il ragazzo circa 17-18 anni, mentre chatta sullo smart phone mi fa: "A che cosa serve?"

Whatsup, SnapChat, Facebook, Twitter, hanno ucciso perfino il pensiero delle lettere. I giovani non sanno più che cosa siano.

Con i gestori della cartolibreria dove acquistavo anche i testi scolastici alle superiori ne abbiamo parlato. La nostra età è diversa e per dindirindina non siamo mica Matusalemme. I più giovani connessi solo con internet. È giusto? Sano? Ne vogliamo parlare?

Questa  dimenticanza del passato investe però solo i giovani o sta drammaticamente coinvolgendo tutti?

Mi reco a una mostra di pittura in un'altra città della mia regione. "E dài, vediamo un pò qui come butta".

Mica tanto bene.
Entro in una prima tabaccheria prestigiosa.

Il gestore mi mostra una marea di carta da lettere, sebbene, affermi, "Ormai non scrive più nessuno e trovo la cosa imbarazzante e non le dico gli errori di ortografia che vengono commessi. La a senza acca davanti ai verbi. Tutti abbreviano, nessuno ricorda. Sa perché? Nessuno legge più".
Il gestore della tabaccheria mi parla di suo figlio e di quanto abbia faticato a spronarlo alla lettura.
"Per fortuna ora ci sono riuscito. Legge. E glielo dico sempre: non hai capito che tutta questa tecnologia ti intorpidisce? E scrivi e leggi! come facevamo noi un tempo che è meglio e è più sano".

Secondo questo signore viene smarrita la forza potente delle parole: "Chiedono a me di scrivere importanti messaggi d'amore o di amicizia. A volte non conosco chi mi sta di fronte e penso: dovrebbero farlo loro. Perché la forza della parola scritta deve essere così svilita a mortificata? Per non dire scomparsa? Perché le emozioni sono ridotte all'osso?"

Una signora invece focalizza sull'incomunicabolità dei partners.
"Li vedi camminare fianco a fianco. Ciascuno con lo smart phone, messaggiare in solitario. Chissà: forse si scrivono ma non dialogano".


Nella terza tabaccheria in cui entro mi viene chiesto come sia fatta la carta da lettere e se stia parlando di cartoncini grandi per ringraziare qualcuno.

"No: vorrei la carta da lettere. Un tempo veniva usata per scambiare pensieri con un'altra persona. Ha un formato più grande rispetto ai cartoncini o ai biglietti d'auguri e è più fina".

Un sottile panico mi attraversa. Possibile che nessuno ricordi niente o abbia più nulla del genere?

Possibile che la tecnologia abbia fagocitato tutto e spazzato via il vecchio mondo nel giro di poco più di dieci anni?  Antiche tradizioni che sopravvivevano da secoli cancellate dalla memoria collettiva?

C'è chi ricorda con affetto la carta da lettere. "C'era perfino la carta da lettere profumata. Che bei tempi".

Eppure, a mio parere, questo cambio di abitudini fa impressione.

È stato scoperto di recente ad esempio che l'assenza della scrittura manuale da parte della gente assopisce e addormenta aree cerebrali che andrebbero stimolate di più ma che solo l'utilizzo manuale della scrittura può continuare a rendere fertili e attive.

Avete notato gli errori che commettiamo quando scriviamo a mano abituati come siamo all'utilizzo delle tastiere dei pc o degli smart phones? Il cervello è programmato per la velocità e non riesce più a stare "tranquillo" e dimentica le lettere o le salta.

Forse non possiamo più tornare indietro e rinunciare a comodità come la posta elettronica e qualche social network, ma sarebbe anche giusto non perdere la poesia del passato e tornare a una sana normalità che conosce ritmi scanditi da: scrittura, impostazione, ricevimento dopo alcuni giorni da parte del destinatario della lettera, lettura e risposta.

Magari un diario da scrivere a mano la sera prima di andare a dormire può essere un'altra idea.

È stato solo internet ad affossare la corrispondenza?

Una grande mano è giunta dalle tariffe postali verso l'estero attuate dal nostro Paese.
Non la scelta più felice. Già noi italiani scriviamo poco, se poi non possiamo manco più per ragioni economiche...

Alcuni anni fa le AREE B (Canada, Usa, Asia) e C (Australia e Nuova Zelanda) del mondo, come vengono distinte all'ufficio postale videro triplicare l'importo dei francobolli per la spedizione di una lettera da 20 grammi o di una semplice cartolina.
Per spedire negli Stati Uniti passammo dagli 0,85 cents ai due euro. Tariffe arrivate sino a 2,30 e ora leggermente scese a 2,20 lo scorso ottobre.

Il nostro è un Paese in crisi.

La voce corrispondenza tagliata via subito perché invece di spendere due euro per spedire una lettera con quei soldi possiamo comperare una fila di pane, un litro di latte.

La Germania ha adottato una politica del tutto opposta alla nostra per i corrispondenti.

I suoi abitanti sono avidi postcrossers, amano cioè inviare e ricevere cartoline tramite il postcrossing.
I francobolli anche per l'estero non hanno mai subìto impennate e l'affrancatura anche e soprattutto delle cartoline in Europa dovrebbe essere sempre ferma agli 0,80 cents se non vado errata.

Il governo tedesco così facendo sa che sta aiutando le poste a far girare più soldi.

Forse, il segreto è tutto lì.


Anna Maria Polidori







Friday, October 23, 2015

Finché le stelle saranno in cielo - Recensione

La prima cosa che ho fatto una volta terminato di leggere il libro di Kristin Harmel "Finché le stelle saranno in cielo" edito da Garzanti Libri titolo inglese The sweetness of forgiveness (La dolcezza del perdono) è stata quella di preparare una delle ricette succulente di biscotti che sono nel libro.


Non ho esitato: teglie di biscotti con cannella e mandorle.

Era il 13 settembre.

Non ho scelto a caso la ricetta. La cannella avvicina gli amici e allontana i nemici, una delle spezie che amo di più. Allegra e pungente, serena e sempre allegra. La mandorla avvolge, culla e coccola con quel sapore forte e persistente.

Il risultato finale? Una specie di amaretti in stile americano, davvero buoni e golosi!


Ogni due capitoli Kristin Harmel offre ricette golose del Massachusetts che provengono da culture disparate come verrà rivelato in seguito e che sono le specialità di Hope.

Non vi avevo ancora parlato di Hope?

Ah già, no: che distratta.


Hope è una donna di 35 anni incasinata il giusto e con una pasticceria sull'orlo del fallimento.

Vive a Cape Cod ridente cittadina del Massachusetts. Le sue ricette sono così apprezzate da figurare ogni anno nel Boston Globe e in altri periodici di spessore del suo Stato. Perché tanta fama? Semplice. La sua pasticceria è a conduzione familiare. Lei l'ha semplicemente ereditata da sua madre e sua madre da sua nonna Rose. Una formula vincente.


Hope ha una figlia, Annie, il personaggio del libro che preferisco fra tutti, dodicenne in guerra con il mondo e ha divorziato da suo marito che ora esce con una ventenne viziata che si chiama Sunshine. .


Sua nonna Rose ormai è ricoverata in un ospizio.


Rose sta perdendo la memoria oppure, se vogliamo, la sta ritrovando.


Fruga infatti in quel passato remoto che non può dimenticare, in cerca dei protagonisti principali della sua esistenza.


Gente che nessuno conosce, di cui nessuno ha memoria nella sua famiglia.


Chi però si interessa di più a Rose è la figlia di Hope, Annie.


Ci passa del tempo, la nonna le fa confidenze e le comunica nomi che a Annie, la figlia di Hope non dicono niente così come manco a Hope, ma che scatenano le ire dell'adolescente: "Santo cielo mamma vuoi andare anche tu a fare una chiacchierata con la nonna per capirci qualcosa o non te ne frega niente?"


Hope ci va. Da quella chiacchierata capisce tante cose perché sua nonna quel giorno è lucida.

Capisce che le religioni monoteistiche hanno più punti in comune di quanti pensiamo; che la nonna forse, sta celando una storia più grande di lei.

Hope non può più ignorare quanto sa.


Decide, aiutata da un amico di partire per Parigi, dove scoprirà quanto sia dolce e struggente il ricordo di qualcuno ritenuto perso per sempre scoprendo che la pace passa attraverso l'amore, il conforto, e il ricongiungimento.


Questa è una storia romantica, che parla di un amore senza fine. Una storia che scuoterà gli animi con altre due parole essenziali: aiuto e accettazione.


I cattolici e i musulmani parigini in soccorso degli ebrei durante l'ultimo conflietto mondiale.


Toccante e indimenticabile.



La ricetta dei biscotti con cannella e mandorle


200 grammi di burro

330 grami di zucchero di canna

2 uova grandi

1 cucchiaino di estratto di mandorle

320 gr di farina

1 cucchiaino di lievito in polvere

1 cucchiaino di sale

200 gr di zucchero misto a cannella. Fate così: tre parti di zucchero e una di cannella. Vi servierà alla fine.


Montate burro e zucchero di canna fino a che non otterrete una consistenza cremosa. Aggiungete uova e estratto di mandorle. Amalgamate il tutto.


In un altro recipiente avrete messo intanto gli ingredienti secchi: farina, lievito e sale.


Bene: aggiungeteli al composto.


Ora dividete l'impasto in cinque parti. Vedrete: l'impasto ha una composizione "lenta" quindi vi sporcherete un pò le mani. Comunque: ricavate cinque rotoli. Prendete bene le misure e fate dei bei rotoloni così che i biscotti siano grandi e non troppo piccoli (la mia esperienza).


Avvolgete i rotoli nella pellicola trasparente e metteteli a raffreddare nel congelatore quanto basta affinché siano duri e possano essere affettati bene.

Preriscaldate intanto il forno a 180 gradi.


Prendete il piatto dove avrete preparato le tre parti di zucchero bianco e la parte di cannella.

Tirati fuori i rotoli del composto, passateli molteplici volte sullo zucchero misto a cannella finché i rotoli non ne saranno assorbiti.


Affettate quindi i rotoli in fettine di 5-6 millimetri.


Imburrate le teglie (c'è burro in abbondanza nella ricetta e a primo avviso verrebbe voglia di non imburrare, ma credetemi questa non è la ricetta degli sweet chocolate cookies, quindi imburrate le teglie! sennò i biscotti si attaccano)  e  cominciate a mettere le fettine disposte a una certa distanza l'una dall'altra sulle teglie. Infornate per 18-20 minuti e poi lasciate raffreddare una volta fuori per cinque minuti.




E ora non mi resta che augurarvi: buona lettura e buon appetito!




Anna Maria Polidori