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Tuesday, January 26, 2016

Le ultime dal mondo pittorico di André Durand

André Durand: la sua pittura, forte, visionaria, mai passiva agli eventi. Colori accesi, vivaci, decisi. Di origini irlandesi, canadese anche se specifica "Mia nonna era della Bretagna. C'è sangue  francese nelle mie vene" nasce a Ottawa, capitale del Canada.

Londinese d'adozione perché è lì che è nato artisticamente, italiano per la viscerale passione per l'arte che lo nutre e lo tiene vivo.

"Non posso smettere di dipingere. Starei male. Penso d'essere stato lontano dalla pittura per non più di un mese nella mia vita. Per me dipingere è come respirare".

I primi precoci passi...

"Il primo dipinto l'ho fatto a 4 anni. Era un pirata. I miei avevano la passione per la pittura. Me l'hanno trasmessa. Mio padre poi mi ha fatto amare l'anatomia da subito. Avevamo tanti libri di pittura a casa nostra e papà insisteva: André mi diceva, devi dipingere i tuoi piedi, le tue mani e altre parti del corpo guardandole da diverse prospettive e angolazioni. Mi comperò un sacco di libri di anatomia per studiare e per rappresentare la più grande opera di questo mondo: il corpo umano".

Durand ricorda il primo nudo che vide: "Stupefacente. Il David di Michelangelo".

Ha rappresentato molti nudi. Davvero suggestivi. Modelli, ballerini...

Sì. Il nudo per me è la base dell'arte. Lo è sempre stato. Sin dall'antichità con i Kuroi greci ci fu l'intuizione che il bello partisse dal corpo. Il nudo in realtà non è un simbolo sessuale. Questo è l'errore che spesso viene fatto.
Nell'antichità per rendere perfetto un nudo venivano utilizzati sei-sette modelli.

La definisce "un demone" la ricerca sulla figura maschile che il Maestro avrebbe perseguito in seguito.

Mi ha preso da sempre. I più bei ricordi dei miei studi di anatomia risalgono a L’ecole des Beaux Arts. La figura maschile non è solo oggetto di ammirazione ma accoglie. Il corpo di un uomo è energia, estasi, vulnerabilità, dolore virilmente sopportato. Vedo un maschio più forte se è nudo, spogliato delle sue vesti.  Il maschio nei miei lavori è serio, nobile. Guerrieri, pensatori, operai. Non c'è compiacimento per le forme maschili e se c'è è funzionale alla scena rappresentata.

Durand non ha dubbi.

Considero i nostri corpi la realizzazione più bella che Dio ha creato. Pensi: avevo otto anni quando ho fatto il mio primo nudo. E quando ne dipingo uno trasudo gioia da ogni poro e penso d'essere Dio. Le par poco?"


Precoce in tutto, l'adolescente Durand va a studiare presso una delle più prestigiose e creative realtà canadesi: "L'Ecole des beaux-arts de Montréal et Paris" e dipinge allora 17enne 

per l'esposizione annuale degli studenti un Arlecchino che attrae una bellissima ragazza.

Ludmilla. È stato un amore di gioventù. Voleva conoscere l'autore di questo quadro. Mi ritrovai di fronte questa bellissima ragazza greco-russa che mi faceva i complimenti. Mi sentii toccato nel profondo. Ci mettemmo insieme e finimmo per sposarci.

Gli amori di gioventù spesse volte non reggono e le diverse aspettative dei due creano un solco profondo che spingerà André a Londra e Ludmilla a creare l'azienda Agricola Biologica  Casa Raia, in
Toscana, che, mi spiega Durand produce il Brunello.


Le  posso confermare che è ottimo perché una volta acquistai il Brunello che produce Ludmilla per una cena tra amici.


André Durand ricorda gli anni a Londra e l'incontro con il ballerino del Royal Ballett Julian Hosking
Strinsi subito dei rapporti con i ballerini della compagnia del Royal Ballet. Volevo dipingerli per una mostra storica organizzata da un grande patrono a Terpschore. Così feci amicizia con Julian Hosking, che avrebbe poi avuto un'enorme influenza sulla mia vita e sulla mia arte. Con Julian ho condiviso la casa londinese per sei anni. Era un tipo impegnato. Assieme abbiamo visitato moltissimi musei in giro per il mondo e siamo andati a assistere a opere liriche ovunque: dalla Fenice di Venezia alla Scala di Milano. Sa, Londra per me ha significato una nuova complessità della vita e una ricchezza di esperienze indicibili.

Julian facendo parte del Royal Ballett fece conoscere a Durand il grandissimo e compianto ballerino e coreografo Rudolf Nureyev.


Rudolf,  è stato davvero un faro luminoso per l'umanità.
Era molto ospitale e le sue sontuose cene a Richmond e Quai Voltaire a Parigi partecipate da tutte le stelle del momento. Una volta siamo andati, io e Julian a fare shopping con Rudolf per acquistare quadri di nudi maschili. Un tipo di dipinto che nessuno voleva a quei tempi.
Rudolf comperò un piccolo quadro per un rpezzo modico. Era così felice. Sembrava avesse rubato la Gioconda. Si affrettò a tornare a casa per poterlo appendere. Questo insignificante, piccolo dipinto appoggiato ad un tavolo nel suo splendido appartamento sembrava un capolavoro.


Un suo quadro completato più di un anno e mezzo fa e ritraente Papa Giovanni XXIII dovrebbe essere, anticipa Durand in mostra forse presso la Chiesa di Santa Maria degli Angeli dal 28 aprile prossimo.

"Sarà esposto assieme a quello di San Giovanni Paolo II. Sarà importante recarci tutti a Roma per il Giubileo. Dobbiamo testimoniare che siamo cristiani. Ora ancora di più dopo i fatti di Parigi del 13 novembre. ".

Come è nato il quadro di San Giovanni XXIII?


"Il parroco di Santa Maria del Popolo mi chiese se fossi interessato a dipingere il Papa Buono. Risposi che sì, senz'altro potevo essere interessato sebbene avrei voluto vedere la salma del Papa per attirare su di me le sensazioni che questa mi avrebbe ispirato. Devo vedere il soggetto per catturarne le vibrazioni e le sensazioni. Il giorno stesso che ricevetti la telefonata con un'amica mi recai in Vaticano per osservare la salma di San Giovanni XXIII. Mi ha affascinato subito".

Ha utilizzato il corpo imbalsamato del Papa per dargli vita.


Quella salma...Come se il Papa stesse dormendo in realtà. Nel mio dipinto ho "visto" San Giovanni XXIII in procinto di morire. Potremmo parlare di rinascita. Entra nella sua nuova vita con pelle luminosa e mani giovanili.
Penso che il piccolo libro che stia sfogliando e che potrebbe  continuare a leggere negli anni a venire sia un libro di poesie: il Cantico Spirituale di San Giovanni della Croce. Non è una Bibbia.

Durand fa notare altri particolari


Il fatto che San Giovanni XXIII sia disteso in cima a una roccia, quella di San Pietro è  importante. Avete notato il verde alla base della roccia? Forse è stata allagata. Forse verrà inondata di nuovo. Un sottotitolo per questo ritratto postumo potrebbe essere "Il non manifesto".

Il Papa e la sua mente.

"Come può osservare dalla mente del Papa esce un corpo sinuoso.
La sua anima sta lasciando il corpo. L'ho pensato ritornato giovane e senza dolori. Forte e vigoroso. Bello e slanciato. La perfezione. Una perfezione capace della leggiadrìa e della spensieratezza che la vita ci toglie mano a mano che continuiamo il nostro percorso terreno. La vita capace di appesantirci non soltanto fisicamente ma soprattutto spiritualmente.
Nel mio dipinto ora l'anima del Papa può uscire fuori dal corpo libera, priva di costrizioni, sofferenze e tornare snella, bella, pura e allegra a danzare felice perché sgombera dalle fatiche e dai pensieri che l'attanagliavano prima. Mi sono ispirato al ballerino Roberto Bolle. Il quadro è in proporzioni naturali così come quello di San Giovanni Paolo II".


Durand poi osserva: "Ho creato dipinti di due Santi Papi. Papa Giovanni XXIII e Papa Giovanni Paolo II! Non Ë da tutti".

Parliamo di Papa Giovanni Paolo II

Era un uomo solitario. Questa la mia impressione. Una volta il Papa mi invitò alla canonizzazione di Padre Massimiliano Kolbe. Ero in compagnia di Franco Zeffirelli quel giorno.
Mi ritrovavo non distante da Madre Teresa di Calcutta. Però Madre Teresa mi osservava e mi continuava a osservare persistentemente. Alla fine mi pregò di avvicinarmi e sedermi accanto a lei così lasciai Zeffirelli per farle compagnia. Madre Teresa aveva con sé una bustona immensa piena zeppa di roba. Al momento della comunione mi chiese di tenergliela. Lei faceva la comunione prima di noi, infatti. Sbirciai. C'era di tutto. Oggetti di valore come orecchini, orologi, gemelli. E poi soldi, tanti soldi. Pensai: adesso scappo via con questo malloppo e sto bene per tutta la vita! Madre Teresa mi fornì lo spunto per fare il quadro: "La Comunione di Madre Teresa". L'ho fatto su ispirazione della mia Musa. Nessuno me l'aveva commissionato però lo vendetti all'istante.

Lei ha dipinto San Giovanni Paolo II


Sì. Con San Giovanni Paolo II andò
così: a Londra Andrew Stanislaus Ciechanowiecki storico d'arte polacco, filantropo, collezionista d'arte, nonché membro di spicco del Sovrano e Militare Ordine di Malta - sua madre Matilde contessa Osiecimska-Hutten Czapska era una guida spirituale di Papa Giovanni Paolo II - chiese agli addetti ai lavori chi potesse essere in grado di fare un ritratto di San Giovanni Paolo II. Cecil Gould, direttore della collezione di dipinti italiani della National Gallery di Londra non ebbe dubbi e disse: "C'è solo un pittore che può ritrarre Papa Giovanni Paolo II. Questi è André Durand e per due ragioni: può immedesimarsi e inoltre è cattolico".
Così Andrew Stanislaus Ciechanowiecki mi commissionò il ritratto ufficiale del Papa e preparai un primo bozzetto per mostrarglielo.
Avrei voluto usare come ispirazione il Giulio II di Raffaello ora alla National Gallery di Londra. Una volta in Vaticano però per la prima udienza, ciascuna di venti minuti, il Papa non si presentò come avevo richiesto. Posò in bianco e non in rosso e fece così anche durante la seconda udienza.
Una volta a Londra Andrew Ciechanowiecki mi chiese come stesse andando con sua Santità e io espressi il desiderio di avere una terza e decisiva udienza con il Papa. San Giovanni Paolo II posava in bianco e io lo vedevo in...rosso. Ribattè: ma insomma, è il Papa, Durand! E io gli risposi che André Durand aveva bisogno di una terza udienza. In venti minuti fissammo l'appuntamento. Tornai a ottobre a Roma e completai il ritratto".

André Durand parla dei suoi trascorsi a Londra tra il jet-set e la casa Reale.


"Grazie a uno dei miei più cari mentori, un'ottima guida per me, giovanissimo, Charles Ritchie, amico intimo dei reali, ho conosciuto alcune personalità londinesi di spicco. Da Mick Jagger fino alla Regina Elisabetta e alla principessa Margherita".
 
Durand lei ha però nel cuore Lady Diana.

"La principessa Diana...Con lei eravamo vicini di casa a Kensington. Quando portavo fuori il mio cagnolino si fermava sempre a fargli delle coccole. La sua morte è stata devastante per me. Due giorni dopo dipinsi un suo ritratto che ho chiamato semplicemente Diana che terrò per sempre con me. Ci ho messo un giorno a farlo. Quando la principessa Diana è morta stavo tornando a Londra con un amico quando sentimmo alla BBC che c'era stato un terribile incidente stradale a Parigi".

Era il 31 agosto 1997, la principessa Diana aveva da pochi minuti lasciato assieme al suo compagno Dodi Al-Fayed l'Hotel Ritz di Parigi dove stava alloggiando. Assieme a loro Henry Paul, l'autista e Trevor Rees-Jones la guardia del corpo della famiglia Al-Fayed. All'ingresso del tunnel di Place de L'Alma l'autista sbandò e urtò contro un pilone. La principessa Diana morì poche ore dopo a seguito delle ferite interne riportate.

"Per sei settimane la strada della mia casa di Kensington fu  chiusa al traffico. C'erano migliaia, migliaia di fiori, oggetti, candele accese per la principessa Diana. Il mondo non è stato più lo stesso dopo la sua morte."

Conoscente di vecchia data della principessa Diana la prima volta che la incontrò fu quando  trascorse un fine settimana invitato assieme a un gruppo di persone. Tra  queste la giovanissima Diana Spencer promessa sposa del principe di Galles. La location una grande magione della campagna inglese. "Una nostra consuetudine questa dei week-end in bellissime località della campagna inglese. Quella volta fummo invitati nel Wiltshire, vicino Stonehenge. La conobbi lì".

André Durand apprezzava della principessa il bel profilo classico
 
"I suoi occhi erano di un azzurro ceruleo e la sua pelle bianca, luminosa".  Il Maestro considera Diana "Una presenza femminile di grande rilevanza per la storia. Aveva un modo tutto suo di porsi davanti alla gente. Era naturale e arrivava con simpatia al popolo".

Lei ha dipinto un quadro raffigurando allegoricamente Il matrimonio di Lady Diana. Molto malinconico. La  principessa non ha lo sposo accanto a sé.


"Il giorno che la principessa convolò a nozze con il principe
del Galles non ero in Inghilterra. Mi trovavo a Nazaré in Portogallo con degli amici. Comunque  assistemmo al matrimonio e una volta in spiaggia notai un'altra coppia di freschi sposi locali che stava posando per delle foto matrimoniali. Mentre questa coppia posava, sono sbucati dall'oceano dei pescatori".

Il quadro è interessante però anche per altre ragioni.

"La principessa Diana porgerà  la mano non al futuro marito Carlo
principe di Galles ma a un bambino che arriva su una nave egizia. Il bambino misterioso le porgerà una rosa".

Durante i suoi trascorsi italiani lei ha ritratto il marchese Emilio Pucci di Barsento una delle personalità più versatili in campo stilistico e politico che abbiamo avuto.


"Sì, che personaggio quel signore! Accadde quando abitavo ad Anghiari e facevo molti dipinti per le famiglie benestanti della città così come per quelle fiorentine. Il marchese Pucci di Barsento mi chiamò dicendomi: "Maestro, sono disponibile" perché voleva gli facessi un suo ritratto a cavallo. Aveva un giovane stallone ungherese che aveva comperato da poco tempo. Così in una plumbea, fredda, grigia giornata fiorentina mi recai a Palazzo Pucci a Firenze. Quello che mi colpì fu il viso perlescente del marchese. Gli chiesi come mai mesi prima avesse sfilato per un corteo storico assieme a un cavallo, giovane e di temporamento che poi l'avrebbe fatto cadere e lui mi rispose: "Il mio stallone ungherese era appena arrivato". Parlavamo sempre in inglese e mi chiamava Maestro. Era una personalità rinascimentale. Un uomo di piccola statura, ma con un profilo nobile, alla "Tiziano" per intenderci. Mi chiese se per posare avrebbe dovuto indossare dei costumi e io gli risposi: no solo il cappello. A gennaio il dipinto era pronto. Glielo portai a Firenze e lui: "Mi compiaccio per il suo lavoro".

Durand ammette che ci sono soggetti che non lo ispirano.

La mia Musa non vuole dipingerli.

Con Isabell Kristensen, fashion designer la Musa non ha fatto storie, però..

L'ho conosciuta grazie a una nostra amica comune: un'amica principessa polacca durante una cena a Chelsea, Londra. In tutto ho realizzato dodici quadri con lei. La signora Kristensen ha uno spiccato senso del glamour.  Gli abiti con cui posava,importanti e sfarzosi. Alta e statuaria ha voluto posare anche con i suoi quattro figli.


Ascolta sempre musica quando dipinge. Che genere?


Da Mozart a Handel, da Carpentier a Carlo Gesualdo, da Verdi a Richard Strauss. Ascolto musica contemporanea degli anni ottanta come i Pink Floyd o i Bronsky Beat, Freddy Mercury o Annie Lannox (che tra l'altro è stata a lungo una mia vicina di casa) ma in auto però, non quando dipingo una tela. Non mi chieda di ascoltare le canzoni più recenti perché non ce la faccio. La musica di strada napoletana mi attrae perché esprime ogni emozione anche la violenza. Amo la dolce malinconia del Fado portoghese.
            
Poi Durand spiega il valore assoluto o relativo di un cantante.

Ci sono gli immortali. Arie che canteremo o ascolteremo per sempre. Verdi, Puccini, Beethoven, Wagner. Ci sono artisti che sono fuori dello spazio temporale e che sono scivolati nella più piena e meravigliosa immortalità con le loro opere.

Quali sono gli immortali nella pittura?


Leonardo per primo, il più  popolare al mondo e poi Tiziano, Rosso Fiorentino, Pontormo e Rubens per citarne altri. Tutti quei pittori che ancora oggi nonostante siano vissuti centinaia di anni fa hanno tanto da dirci.


Quando Durand ricevette la prima chiamata per dipingere Papa Giovanni Paolo II al tempo stesso un altro grande capo spirituale si fece vivo con lui.


Sì, il Dalai Lama. La nostra famiglia è cattolica ma mia mamma fu felicissima  quando gli comunicai la notizia perché seguiva con calore anche questo capo spirituale. Quando mi chiesero se volessi dipingere il Dalai Lama risposi che sì, non c'erano problemi per me. Il mio contatto? Pietro Francesco Mele nobile romano cavaliere di Malta e fotografo appassionato di Tibet e Buddismo. Ha scritto molti libri sull'argomento, sa? Viveva in via degli Orologi a Roma. Mi comunicò che il Dalai Lama era ospite nel suo palazzo e che dovevo recarmi a Roma. Immediatamente. Non persi tempo. Presi il primo aereo disponibile e in un battibaleno fui nella capitale. Mi portarono nel chiostro del convento vittoriano di Sant'Anselmo per la prima sessione. Erano le 5:30 di mattina. Sant'Anselmo all'Aventino non è una chiesa vecchia, avrà cento anni. Roma era così bella e che luce dorata quella mattina di settembre... Suggestivo ritrovarsi in mezzo ai monaci tibetani.

Com'é il Dalai Lama?


Trasuda  gioia senza fine, felicità, luce e un grande senso di calma e di spiritualità".




André  Durand, l'uomo della Santità raffigurata su tela, ma anche l'uomo visionario che prima di tutti ha capito il futuro di certe persone ha un suo sogno ancora irrealizzato?
"Sì, sì molti, ma per il momento vorrei realizzare un dipinto  pagano con Monica Bellucci e Roberto Bolle. Li vedo entrambi nudi.
Bolle, nel pallello di destra, la Bellucci alla sua sinistra come Marte e Venere. È interessante come entrambi questi superbi artisti italiani abbiamo utilizzato il loro corpo per dare vita all'arte. Alla più alta espressione artistica nel settore professionale che hanno scelto.


Durand ammette che aver creato i dipinti di questi, come li chiama lui scherzosamente "Direttori della Vita Spirituale" ha cambiato la sua vita in meglio e sottolinea quella che è la sua vocazione per l'arte.


Cerco sempre di scegliere soggetti tradizionali e familiari che possano essere letti in un'ottica oggettiva e contemporanea. Le mie idee sono ispirate da artisti neomoderni come Leonardo o forse Tiziano e dalla vita di oggi. Per me è importante tanto il soggetto di un quadro quanto il messagio che porta con sé. La mia pittura inoltre è per tutti, senza parole, senza esplicazioni. Vede: il quadro ha un'anima. L'anima è l'idea, il corpo sono i colori che daranno forma all'idea donandole concretezza visiva.

La tecnica utilizzata


Sento una ricerca ed un lavoro continuo di autodiscipplina pittorica passando per l'incorporazione di motivi e ispirazioni che provengono da tutte le correnti antecedenti e contemporanee a questa manciata di anni fra i due secoli. Il mio è un rifarsi costante ed arricchito dalla tradizione. Lo studio passa attraverso l'esperienza del provetto fotografo che poi può  lasciarsi andare sulla tela. Prima di tutto, l'ho omesso perché mi sembrava implicito, l'uso del disegno mi colpisce molto.


La tragicità di un evento rappresentato spesso nei suoi quadri è smorzata dai colori vivaci.
Tento di equilibrare i colori così da creare una commistione che permetta di bilanciare i sentimenti. Da quando vivo in Italia trovo che i miei colori siano ancora più ricchi e vibranti. La pittura per me significa uscire da questo mondo di tragedie tanto se rappresento il dolore quanto se mi rapporto a un evento felice.


Anna Maria Polidori








Sunday, January 24, 2016

Il caso Spotlight questo week-end nei nostri cinema


Boston  recentemente è stata protagonista di alcune tra le storie più scottanti delle ultime decadi: le vicende criminali di Jimmy "Whitey" Bulger portate sullo schermo da Johnny Depp con Black Mass (peccato Johnny per la nomination mancata) e il caso dei preti pedofili trattato dal dipartimento investigativo del grande quotidiano: Spotlight.

Sei nominations agli Oscar, Michael Keaton, Mark Ruffolo tra gli interpreti di un film che vi farà capire che cosa voglia dire giornalismo investigativo allo stato puro.

Nel 2001 un primo articolo uscito come sempre deciso, puntuale e forte nel Boston Phoenix lancia un primo attacco contro il primo prete pedofilo preso in esame: Geoghan.

La leggenda vuole che non si sappia con esattezza se la notizia di questo pezzo  giunse agli occhi e alle orecchie del Globe.

Fatto sta, nuove menti arrivano nella newsroom del Globe portando un vento di freschezza e temerarietà, senza alcuna sudditanza verso i cosidetti poteri forti. Questo fa sì che il Boston Globe prenda in esame la storia dei preti pedofili trattandola con il team devoto alle investigazioni: Spotlight.

Le perplessità? Molte. Paura di perdere abbonati, Boston è una città cattolica...Chissà un'inchiesta così dove porterà?
Una sola la risposta: cominciare e poi andare avanti. Tirare dritto senza mollare.

L'inchiesta è stata una vera salvezza.

600 articoli dopo, oltre 220 preti riconosciuti pedofili nella sola città di Boston, il primo pezzo  scritto all'inizio di gennaio 2002 al termine di quel primo anno di inchiesta il cardinale Law avrebbe rassegnato le dimissioni dal suo incarico in Vaticano.

Il Globe nel frattempo apprende con sconcerto che il problema coinvolge centinaia di altre città sparse in tutto il mondo.
Un terremoto per la Chiesa Cattolica e la sua credibilità.

Prima di Spotlight un film che fece storia sul giornalismo investigativo fu Tutti Gli Uomini del Presidente basato sulla storia reale dell'inchiesta investigativa seguita da due reporters Carl Bernstein e Woodward del Washington Post.

In questo caso l'inchiesta che giunse alla sua maturità piena nel 1973 avrebbe portato alle dimissioni del presidente Nixon nel 1974.

Tutto ebbe inizio con un...nastro adesivo finendo con un altro nastro, stavolta registrato.
Sintetizzando ;-) quello del Watergate è tutta una storia di nastri.
Capirete perché.
State a sentire.


È il 17 giugno del 1972 quando, il suo nome è passato alla storia, Frank Wills una guardia di sicurezza del complesso di uffici del Watergate Hotel a Washington vede che c'è del nastro adesivo in certi luoghi del parcheggio sotterraneo. Lo toglie e in seguito ce lo ritrova perché qualcuno ce lo ha rimesso dopo il passaggio della ditta delle pulizie.

La faccenda è curiosa e Wills non perde tempo.
Contattata la polizia vengono arrestati cinque uomini. La causa: essere entrati nel quartier generale del Comitato Nazionale Democratico sito al sesto piano di un edificio che si trova a un tiro di schioppo dal Watergate Hotel.

Da lì a poco l'idea che forse c'è una connessione tra gli scassinatori e gente vicina al Presidente a causa dei nomi delle persone coinvolte.

Il portavoce del presidente comunque smentisce tutto e l'elettorato forte della considerazione che ha di Nixon non crede ci siano connessioni.

Intanto il procuratore indaga e scopre che uno di questi signori ha ricevuto pagamenti dal CRP.

Nel frattempo i reporters Bob Woodward e Carl Bernstein si gettano  a capofitto sul caso.

Non che i primi pezzi siano esaltanti. Riportano sostanzialmente quello che sa l'FBI, la polizia, ma mantengono vivo l'interesse su una vicenda che in caso contrario si sarebbe sgonfiata e presto sarebbe finita nel dimenticatoio.

Poi all'improvviso i due fanno un salto di qualità e se ne escono fuori con una fonte segreta  che ribattezzano "Gola Profonda" e che aggiunge ancor più curiosità all'inchiesta.
I lettori continuano a seguire incuriositi.

Nel mentre succedono fatti alquanti incresciosi. La maggior parte degli scassinatori riconosciuti colpevoli.

Qualcuno comincia a pensare che dietro a tutto forse c'è proprio il presidente. Impensabile fino a quel punto un timoro del genere.

Viene scoperto che nell'Ufficio Ovale ogni telefonata fatta dal Presidente viene registrata. Il Presidente non ne è a conoscenza e a quanto pare, stizzito, tenta di bloccare la diffusione delle sue conversazioni.

Intanto per via di questi nastri il presidente fa licenziare con il cosidetto "massacro del sabato sera" del 20 ottobre 1973 diverse persone-chiave affermando poi, in un luogo di gioco e svago come Walt Disney World in Florida alla presenza di giornalisti e editori: "I am not a crook", "Non sono un truffatore".

Parte dei nastri consegnati, 18 minuti cancellati. Provato che il nastro viene cancellato appositamente e per nove volte Nixon è costretto a insediare un nuovo procuratore speciale. L'inchiesta continua.
Polemiche a non finire per via dei nastri che il Presidente vuole tenere per sé, alla fine la palla passa alla Corte Suprema il 24 luglio 1974.

I giudici pervengono all'unanimità a un fatto saliente: la richiesta di Nixon di voler tenere per sé i nastri come "privilegio dell'esecutivo" inammissibile.
Gli viene ordinato di consegnarli. Il 30 luglio Nixon consegna i nastri.

Intanto tanti uomini del presidente vengono condannati per aver ostacolato le indagini. La situazione si fa pesante per Nixon e s'arriva presto attraverso la Camera dei Rappresentanti a un possibile impeachment.
27 voti a favore contro 11. Le accuse: aver ostacolato il corso delle indagini, abuso di potere e ostacolo al Congresso.

Più tardi sbobinando i nastri, spunta fuori una cassetta risalente al 23 giugno del 1972. Il contenuto? Viene appreso che il Presidente avrebbe gradito che le indagini - quelle del nastro adesivo rinvenuto vicino agli uffici del Watergate Hotel rammentate e dei primi cinque uomini arrestati... - venissero ostacolate trasmettendo un falso comunicato stampa da parte della CIA all'FBI sulla necessità di copertura delle prove per motivi di sicurezza nazionale. La delusione più cocente per chi ancora sosteneva il presidente. Per il presidente questa pistola fumante l'inizio della fine e le dimissioni.

Due investigazioni partite da sospetti quelle del Globe e del Washington Post e che sono state in grado di cambiare il mondo.

Boston ha scoperchiato un tale marciume da far cambiare il volto, le gerarchie e la politica della Chiesa Cattolica di Roma. Non solo quella di Boston, badate, ma quella del mondo intero. Questa città bella, aperta, trasognante, cordiale, europea, è stata in grado di sconfiggere una terribile e orrenda piaga.

All'inizio nessuno al Globe avrebbe immaginato che la storia potesse coinvolgere tanti altri Paesi. Era una storia che veniva vissuta a livello locale ma che alla fine sollevò un problema terribile. Con Papa Ratzinger prima e Papa Francesco adesso la Chiesa tenta di cambiare volto.

Non conoscevo bene lo scandalo Watergate ma di recente ho visto una porzione di Tutti gli uomini del Presidente (il secondo tempo del film) e stasera mi sono documentata su Wikipedia.
L'inchiesta di Woodward e Bernstein portò all'impeachment del Presidente degli Stati Uniti e a un nuovo corso per la storia.

Non sono piccolezze queste inchieste e pongono in essere più di ogni altra cosa l'essenza stessa del nostro lavoro, la nostra eticità e la nostra consapevolezza del ruolo che ricopriamo all'interno di un tessuto sociale e verso gli altri. Rispetto, amore per il lavoro, dedizione, etica.

Possiamo chiudere gli occhi e non vedere le notizie per paura, per non riportare perché "tanto capirai" oppure ci puoi dare giù duro ricordando che questo è il giornalismo più bello perché toglie il respiro, ma  è vero, puro perché libero dai condizionamenti politici o di parte.

Toglie il sonno la notte e il giorno, il reporter diventa una trottola e un uomo o una donna che se prima svolgeva un lavoro appassionante ora entra a contatto con quella che è l'essenza più bella della sua professione: aiutare gli altri e la collettività come hanno fatto i reporters del Globe.
Se quest'inchiesta non ci fosse stata i preti pedofili ancora sarebbero lì a molestare bambini probabilmente. Ora questi ex bambini stanno tentando di diventare ottime persone. Qualcuno con più difficultà di altri, ma tutti stanno elaborando il lutto della loro infanzia strappata via nel modo più assurdo, orribile, orripilante, ingiusto e profondamente disgustoso.

Nixon avrebbe terminato il suo mandato presidenziale se due giornalisti un pò troppo curiosi non gli si fossero messi alle calcagna.

Certo: scordiamoci di affrontare storie così grosse  se siamo freelance oppure lavoriamo in piccole redazioni. Questo per noi freelance è un sogno.

Occorrono soldi, un team ampio, tutele legali forti.

Però ricordiamoci sempre che ovunque siamo, qualunque sia il  nostro angolino di mondo da coprire, tutti noi possiamo essere nel nostro piccolo dei reporters del Globe o del Washington Post, osservando, facendoci rispettare, tentando di raggiungere le persone, aiutando con la parola scritta o il mezzo televisivo la gente che ne ha più bisogno.

Riflettevo sulla bellezza di queste inchieste del Globe e del Washington Post. 

Non è solo la storia di un gruppo di reporters ma la storia di due quotidiani.

C'è senso di appartenenza, c'è l'orgoglio per la testata dove verrà riportata la notizia, amore per la professione, dedizione e c'è qualcuno che crede in te e a quello che stai facendo.

C'è supporto.

Quello è il tuo luogo.Un giorno ti hanno scelto.
Eri giusto per loro. Credono in te e lotteranno per quello che stai facendo con te, standoti vicino.
Pensavo  a quanto debba essere bello essere stimati e apprezzati dentro una newsroom grande che permetta ci sia uno sviluppo armonico della professione di reporter.

E poi vuoi mettere quando il direttore ti dice: "Vai fino in fondo. Ti dò carta bianca!"
Dio, che scarica di adrenalina. Certe emozioni non hanno prezzo!

;-)


Anna Maria Polidori



ps: sto poco bene spero domani di parlarvi più diffusamente dei reporters del Globe che hanno trattato il caso dei preti pedofili.




Saturday, November 21, 2015

Il mondo arrivato a Umbertide

Umbertide, città leader dell'accoglienza promuove la pace e il dialogo tra tutte le etnìe della città e del...mondo!





Sono sessantadue. 62 etnìe vivono a Umbertide. Nessun'altra città umbra può vantare un numero così elevato di cittadini "stranieri".  L'incontro "Pace a Km 0. 1+1+1+1+...= La nostra forza. Colori, sapori ed emozioni delle 62 nazionalità presenti ad Umbertide" organizzato presso il centro culturale di San Francesco a partire dalle 17:30 di sabato 21 novembre è stato fortemente voluto dal Coordinamento per la Pace Umbertide – Montone – Lisciano Niccone, con il Coordinamento Enti Locali per la pace, "Tavola della Pace" e le scuole dei comuni interessati all'iniziativa.


Colpisce nel profondo un incontro voluto nell'immediato 13 novembre. La strage terroristica di Parigi ha lasciato il segno nei cuori delle persone così come fu quella dell'11 settembre 2001 a New York. Il mondo non fu più stato lo stesso dopo quella orribile devastazione.

L'Occidente capì qualcosa: che sarebbe stato sempre in pericolo e gli Stati Uniti per primi raccomandarono, cosa che sta avvenendo anche ora in Francia, alle persone di continuare a vivere la loro vita. Solo: sono trascorsi 14 anni da quell'appello lanciato all'allora intero mondo Occidentale dagli Stati Uniti.

Al tempo dell'attentato terroristico alle Torri Gemelle c'era a guidare il commando un gruppo di kamikaze di Al Qaeda struttura terroristica capeggiata da Osama bin Laden. Osama bin Laden super-ricercato in tutto il mondo sarebbe stato ucciso nel 2011.

Ora a prendere le redini del terrore il califfato islamico ISIS.

L'incontro di Umbertide ha avvicinato ancora di più una ciacolante, diversificata ma senz'altro unita e colorata comunità Umbertidese.


Sì. Come è stato detto anche durante l'incontro da uno dei relatori: "Una volta parlavamo con il nostro vicino di casa e era di Umbertide. Adesso il mondo è arrivato a Umbertide".

Ma chi sceglie Umbertide? E perché? Le realtà e le persone più diversificate. Un signore spagnolo ne è più che certo: "Sono stato scelto da Umbertide. Non sono io che ho scelto Umbertide".


Ok, ne vogliamo parlare? C'è un elite che sceglie la città. Parliamo di gente dello spettacolo, di scrittori e creativi o di chi ha fatto i soldi e ora vuol godersi in un angolo pacifico come è Umbertide gli anni della pensione.


Spesso c'è chi sceglie Umbertide per ragioni di lavoro.

Maria dall'Ucraina ricorda quando lasciò il suo Paese. E fu, naturalmente una scelta sofferta. "Che malinconia. Avevo le mie amiche, il nostro gruppo teatrale, la mia famiglia.Mi sono lasciata tutto alle spalle. Poi, sono arrivata qui e ho pensato: non conosco nessuno, non parlo la lingua. Che succederà? Come andrà? Invece sono stata accolta come una figlia dalla famiglia cui ero entrata a lavorare come badante e ora sono felice. I colori della città sono splendidi, i sapori...La pasta asciutta!!! Il sugo. Mi piace abitare a Umbertide."

Una signora finlandese è invece in Italia dal 1986. Certo: qui starà più al caldo signora. "No: unico neo negativo. Nonostante le basse temperature della Finlandia, le nostre case sono in legno e molto più calde. Qui appena arriva -3 bubboli dal freddo perché le case sono in pietra. A parte questo una città meravigliosa".


Parlare di integrazione con il mondo musulmano indispensabile perché la comunità musulmana è massiccia nella cittadina umbra.

Ho intervistato così due ragazze per sapere che cosa ne pensassero degli ultimi accadimenti di Parigi.

Hajar, 17 anni, frequenta il liceo linguistico. Ci tiene a precisare che "Quanto successo a Parigi non ha niente a che vedere con la nostra religione. La mia religione -così come tutte le altre - condanna l'omicidio.
Vede: essendo musulmana questi per me sono giorni particolari. A scuola sono spesso chiamata in causa per via della mia religione e di quanto successo a Parigi". Hajar spiega che "I musulmani nel mondo intero sono un miliardo e 700 milioni. Se tutti fossero terroristi succederebbe un pandemonio.. Sarebbe la fine".
Lei condanna gli attentati? "Certo. Il terrorismo è terribile. Non dobbiamo uccidere innocenti. Condanno quanto fatto con tutta me stessa. Solo: ogni giorno fatti sanguinosi così succedono da ogni altra parte del mondo, in Siria, Palestina, Libano però nessuno piange per la gente morta in quelle terre come è stato fatto per Parigi. Ogni giorno muoiono uccisi dai kamikaze tante persone in tutto il mondo". Per Hajar c'è una spiegazione logica a quanto fatto dagli attentatori: "Certo: l'Occidente aveva inviato missili in Siria. La Francia è stata la risposta dei terroristi". Hajar pensa che ci sia "Poco dialogo tra Oriente e Occidente".

Tra la comunità musulmana una certezza c'è: "Vi preghiamo: non chiamateli terroristi islamici. Quei mostri non fanno parte dell'Islam!"

Hind è una ragazza ventenne. Porta il velo, ha uno sguardo pieno di pace e frequenta la facoltà di giurisprudenza. Nonostate sia nata in Italia conserva tradizioni antiche e cominciamo da quelle.

Non le pare che vivendo in Italia ormai potrebbe pensare di togliere il velo? Non la vivrebbe come una liberazione?

"Metto il velo perché sono sottomessa a Dio".

Mi scusi ma non crede che essere sottomessi a una persona oppure a un'entità sia alquanto scomodo?
Non dovrebbe essere fatta una legge che imponga di togliere il velo? Lei come reagirebbe?

"Sono contraria a togliere il velo. L'Islam non è, vede, solo una religione, ma uno stile di vita. In realtà non faccio parte dell'Islam moderato. Non c'è un Islam moderato e uno progressista. L'Islam è l'Islam. E vede: abbiamo il libero arbitrio. Possiamo o non possiamo mettere il velo".

Parliamo di Parigi....

"Un crimine che va condannato. Sono dei delinquenti che usano la religione per uccidere. Potrà pure trovare accanto ai comodini dei terroristi il Corano ma quella non è la nostra gente".



Giuseppina Gianfranceschi ha poi preso la parola e aperto la sessione di lavoro. "Questo il nostro dev'essere uno sforzo culturale importante. La convivenza tra di noi darà seguito a un mondo migliore".
Ha poi ribadito Giuseppina Gianfranceschi come Umbertide sia una città della pace.

"Finora pensavamo che dovevamo accogliere. Ora pensiamo che sia arrivata l'ora del non-offendere. Dobbiamo ripartire da noi stessi per essere credibili. Le nostre differenze di usi e costumi non devono essere motivo di divisione".


Anche noi Occidentali abbiamo accolto tradizioni straniere. La Gianfranceschi ricorda accadde dopo la seconda guerra mondiale.

Gli Americani lasciarono con la cioccolata, e altre cose "Anche Babbo Natale, Halloween - una festa di più recente celebrazione - l'albero di Natale. Sono feste che abbiamo voluto, che ci sono piaciute e che abbiamo accolto a braccia aperte. Abbiamo la possibilità di scegliere e non di rinunciare. Solo con il dialogo eviteremo altri scontri".

Depreca l'utilizzo di armi in mano ai bambini, Giuseppina, così come un no forte all'intolleranza e al non-capire. "I diritti sono uguali per tutti".

Annamaria Boldrini dell'Istituto Superiore Leonardo Da Vinci sottolinea che nella loro scuola 180 ragazzi non sono italiani.

Flavio Lotti: "Siamo qui stasera per ri-conoscerci" attacca. "Ricordiamo i valori fondanti della rivoluzione francese: Liberté, Egalité, Fraternité. Mentre la prima parola è inflazionata e durante questi decenni molto  è stato fatto in termini di libertà, le parole uguaglianza e fraternità scomparse dal nostro "dizionario emotivo". Ma la chiave per uscire dalla situazione orribile in cui siamo entrati sta lì".

Che cosa distrugge il mondo? Il signor Lotti pensa siano i soldi.

"I soldi con il tempo sono diventati la cosa più importante. Così, in un clima di costante competizione siamo diventati sordi".

Umbertide prima e ora.

"Una volta i nostri abitanti conoscevano solo i vicini di casa. Umbri come loro. Del posto come loro. Ora Umbertide è il mondo. Nel futuro chi vincerà sarà chi sarà capace di interagire con il resto del mondo, chi sarà in grado di parlare con un mondo culturalmente più ampio".

Ma quante sono le etnìe presenti a Umbertide?

Irlandesi, inglesi, americani, canadesi, Scozzesi, arabi dal Mali, dal Marocco, dall'Angola, e poi greci, Lituani, finlandesi, tedeschi, austriaci, australiani. Pensate uno Stato e probabilmente a Umbertide ci sarà un abitante.

Susan una delle testimonial del filmato televisivo curato da Valentina Santucci proviene da Detroit, Michigan, Stati Uniti e racconta la sua storia personale.

"I miei provenivano dal Cadore, in Veneto. Nel 1960 feci con mio marito il primo viaggio in Italia. Successivamente abbiamo pensato di acquistare una casa, ma era impensabile prenderla in Cadore. Troppo freddo. Così, grazie a un'amica comune che aveva comperato qui, abbiamo scoperto Umbertide. Un posto perfetto. La campagna, il Tevere, il centro storico. Ci avete spalancato le braccia. Grazie".

Samira è araba e viveva a Casablanca, Marocco.
"La mia è la prima generazione a Umbertide. Qui sono nate le mie due figlie. Lo considero un luogo tranquilllo e di pace. Faccio parte del Centro Culturale Islamico della città e faccio fatica a trovare le parole giuste per quanto hanno fatto i terroristi. Questi avvenimenti non hanno niente a che fare con l'Islam. La nostra religione parla di pace, misericordia e perdono. Islam deriva da Salem che vuol dire Pace". Eppure Samira tra le righe dice qualche cosa di molto importante: "Il problema è molto serio e complesso. Se non saremo integrati avremo problemi seri. Dovremmo tornare alle nostre identità, ai nostri valori, anche se la nostra nazionalità è diversa".

Graziano invece è un esempio di integrazione di un abitante di Umbertide fuori regione. Vive e lavora a Trento e torna in città per trovare i suoi parenti. Racconta che spera tutti possano avere una famiglia variegata e disseminata in tutta Italia come è successo a lui. E che le differenze che ancora attanagliano non solo l'Oriente e l'Occidente ma anche il Nord e il Sud Italia prima o poi vengano a scemare.

Un signore spagnolo invece afferma: "Dobbiamo essere più spirituali. La religione è stata creata dagli uomini. Siamo tutti uguali".


Dialogo aperto, il consesso poi si è spostato nell'area buffet dove è stato possibile assaggiare pietenze provenienti da Marocco, Albania, Austria, Stati Uniti, Finlandia, Ucraina, Germania e così via dialogando e stringendo nuove amicizie in un clima di festosa allegria.



Anna Maria Polidori



Sunday, November 08, 2015

La corrispondenza una storia del passato?

 Paradossalità dell'Era di Internet. La gente dimentica il passato recente




Alcune settimane fa sono rimasta sconvolta dalla scoperta della morte di un mio corrispondente con cui sono rimasta in contatto per 15 anni e a cui durante questi anni ho sempre pensato.

Iniziai a corrispondere per gioco e rabbia. Ero stata bocciata a inglese nel 1992. Indirizzi passati da una mia amica sarda, Tatiana, di ragazze del Nord Europa, la faccenda mi appassionò e così contattai lo USIS  - United States International Studies - una branca della biblioteca dell'Ambasciata americana, che mi rifornì di indirizzi di associazioni di pen-friends.
Nel giro di alcuni mesi trovai amici a NYC, in Pennsylvania, Michigan, Missouri, Seattle, California.

Era bello ricevere e inviare lettere.
Colorate, allegre.
Ci ricordavamo del nostro compleanno e ci inviavamo biglietti d'auguri. Stessa cosa per Natale. E poi ci raccontavamo le nostre rispettive vite. Quello che ci succedeva insomma.

Con una mia corrispondente Maria, abbiamo addirittura condiviso uno share book. Come funziona?
Il primo share book Maria lo acquistò da "Circle Journey".
Idea suggestiva.

Un piccolo libretto dove è possibile inviare e attaccare di tutto. In passato spiegava il sito Circle Journey, c'era chi creava questi libretti e poi li inviava a parenti lontani, creando una forte connessione di notizie, ricette, foto, e quant'altro. Potevi includere tre, quattro, cinque persone.
Un modo originale per restare in contatto con parenti distanti.


Avevo personalizzato il Circle Journey spillando due pagine insieme e avevo creato una busta che chiamavamo assieme a Maria "L'angolo del tè".

Inviavo delle bustine di tè a Maria e lei faceva lo stesso. Maria beve dell'ottimo Tazo. Io il Twinings.

Ci raccontavamo quel che succedeva.
Il secondo libro è ancora qui, perché gli ultimi anni sono stati funestati da così tante tragedie. Fui costretta a dire alla mia corrispondente: "Non ce la faccio proprio. Non voglio inviarti la notizia di un funerale dopo l'altro. Attendiamo tempi migliori e notizie positive".

La morte del mio corrispondente mi ha permesso di rileggere molta della corrispondenza ricevuta.
Era così preziosa. Toccante.

Tutte noi e tutti noi eravamo motivati da qualche proposito nella ricerca di corrispondenti e non lo facevamo opportunisticamente, no, ma per il grande desiderio che sentivamo di avere amici lontani.

Non volevamo il tutto e subito di adesso che stanca, logora e fa passare oltre in un secondo senza dare importanza all'unicità dell'esistenza di un essere umano.

Sono stata scelta dai miei corrispondenti e quando ho ricevuto le lettere ho scelto chi far entrare e chi no. Ci sono state due persone a cui non ho risposto. Il corrispondente, l'amico di penna sceglieva e già questo faceva la differenza.
Io volevo nuovi amici per migliorare il mio inglese e scoprire gli Stati Uniti. Dagli Stati Uniti c'era la curiosità per l'Italia.
Tutto qui. Però...Vi sembra poco come base di partenza?


Gina, del Michigan ha origini italiane.
Loida che viveva negli anni '90 a Brooklyn voleva migliorare il suo italiano, (di fatto abbiamo sempre corrisposto in inglese e purtroppo quando gli inviai il libro di grammatica italiana mi tornò indietro perché Loida era in Honduras e le poste dopo un pò di giacenza rinviano al destinatario) i nonni di Carolyn, la mia corrispondente del Missouri, siculi, Sharon dalla Pennsylvania cercava una corrispondente italiana perché qualcuno le aveva detto che noi italiani siamo brava gente :-) Grande complimento, grazie Sharon!

Eravamo corrispondenti seri e sapevamo quanto fosse prezioso per l'altra persona ricevere che so? una bella cartolina, delle foto carine...


Ne vogliamo parlare? Sì, dài, parliamo delle foto.

Care vecchie foto che dovevi andare a stampare dal fotografo, che costavano anche care. Lo facevamo per una buona causa.
Erano ncessarie per far capire come vivevi, dove vivevi, qual'era la tua vita. Mica c'era Instagram o Facebook.

MarieLouise mise subito in chiaro dalla prima lettera che voleva venire a trovarmi con un programma di homestay, creato da lei. Voleva girare e conoscere l'Europa infatti. "Poi ti ospiterò anch'io". Mi riempì di foto. L'area dove vive, Aptos, Monterey, meravigliosa. La sua vita americana mi appariva bellissima. Feci lo stesso con me e il mio mondo. Marie è stata qui già due volte. Speriamo prima o poi di rivederci.

Poi tanti pensierini. Piccoli oggetti che dagli Stati Uniti sono arrivati sin qui e viceversa.

Internet a inizio degli anni '90 era una novità che stava cominciando a prendere piede negli USA però non ancora in forma così dilangante.

La più informatica di tutti i miei corrispondenti, Gina dal Michigan. Mi inviò il floppy disk di AOL. "Non so se in Italia avete internet. Se puoi però installa AOL. Possiamo chattare e scambiarci e-mails. Qualcosa di formidabile".

Eppure...Eppure...

Questo nuovo metodo di comunicazione, veloce, immediato ha ucciso di fatto la parola scritta, la scrittura  e reso tutti noi più febbricitanti, smaniosi e ansiosi.

Superficialità? Forse, certo, e desiderio del nuovo quando non abbiamo forse capito una cosa: che l'unicità di un rapporto di amicizia non può essere replicato all'infinito.

Il mio corrispondente morto non potrà mai essere rimpiazzato con un altro, perché niente sarebbe uguale.

Internet a paragone della vecchia e cara corrispondenza non è molto serio. O meglio: non sempre. Quando lo è pensi: Dio, ti ringrazio.
Ma quando non lo è, è una jungla.

Sì perché una persona dall'altra parte può creare alias, può dirti di essere Mario e invece chiamarsi Augusta. Può farti credere fischi per fiaschi.

Ok: possibile che accada anche con la corrispondenza normale, ma in tal caso non verrebbe mai meno la sincerità di fondo perché un indirizzo è tracciabile e la persona non può essere un fantasma qualora serva sapere qualche cosa di più.

E poi...

Vuoi mettere l'impatto emotivo di una lettera rispetto a una e-mail?
Una lettera o una cartolina, magari di istituzioni prestigiose come la Dover publications, la Hallmark, American Greetings, Victoria Greetings, ha un impatto diverso.

Prima di tutto la bellezza dell'immagine ricevuta, la sensazione tattile, l'odore della carta, lo scritto. Qualche cosa che rimane a casa e non dentro una macchina.

Puoi stampare un'e-mail ma non è come leggere una lettera.

Una lettera è qualche cosa di privato che nessuna terza parte o quarta o quinta persona leggerà. Sarà qualche cosa di nostro, di privato che condivideremo con gli altri se lo vorremo.

Si sa che internet non è il luogo più sicuro per comunicare. Casi recenti hanno rivelato come alcune e-mails intercettate siano state fonte di imbarazzo per personaggi pubblici.


Ma chiediamoci: in un mondo così connesso dove c'è perfino chi non stacca mai internet tornare al passato è possibile?

Vediamo a che punto siamo arrivati e partiamo...dalle pulizie di casa.

Alla morte del mio corrispondente ho riordinato il cassetto dove ripongo stickers e carta da lettere. Il periodo più bello della mia esistenza va dal 1994 al 2001. Ho tolto tutto il materiale accumulato dopo, (non erano lettere ma foto etc), e l'ho riposto in un altro cassetto.

"Quando vorrò deprimermi, aprirò questo", ho pensato.

Non so: ma durante quegli anni, dal 1994 al 2001 il mondo era una bellissima possibilità per tutti noi.

Sì: c'era un incanto che adesso non c'è più e una leggerezza assolutamente scomparsa dopo. E non volevo intristirmi.
Avevo bisogno di tornare a ri-sincronizzare la mia stabilità emotiva.

Ho tenuto nel cassetto della corrispondenza però l'aquila piangente che mi ha inviato Gina dopo la caduta delle Torri. Quello è stato il punto di rottura.
Il mondo, dopo, non sarebbe più stato lo stesso.

Ho poi spostato la mia scrivania, rimosso dalla stanza i libri che la popolavano.

Intanto mi sono accorta che, sebbene avessi diversi biglietti natalizi dentro il cassetto della corrispondenza forse era il caso di tornare a comperare un pò più carta per la corrispondenza.

Mi reco in questo primo negozio della mia città e chiedo la carta da lettere.

Il ragazzo circa 17-18 anni, mentre chatta sullo smart phone mi fa: "A che cosa serve?"

Whatsup, SnapChat, Facebook, Twitter, hanno ucciso perfino il pensiero delle lettere. I giovani non sanno più che cosa siano.

Con i gestori della cartolibreria dove acquistavo anche i testi scolastici alle superiori ne abbiamo parlato. La nostra età è diversa e per dindirindina non siamo mica Matusalemme. I più giovani connessi solo con internet. È giusto? Sano? Ne vogliamo parlare?

Questa  dimenticanza del passato investe però solo i giovani o sta drammaticamente coinvolgendo tutti?

Mi reco a una mostra di pittura in un'altra città della mia regione. "E dài, vediamo un pò qui come butta".

Mica tanto bene.
Entro in una prima tabaccheria prestigiosa.

Il gestore mi mostra una marea di carta da lettere, sebbene, affermi, "Ormai non scrive più nessuno e trovo la cosa imbarazzante e non le dico gli errori di ortografia che vengono commessi. La a senza acca davanti ai verbi. Tutti abbreviano, nessuno ricorda. Sa perché? Nessuno legge più".
Il gestore della tabaccheria mi parla di suo figlio e di quanto abbia faticato a spronarlo alla lettura.
"Per fortuna ora ci sono riuscito. Legge. E glielo dico sempre: non hai capito che tutta questa tecnologia ti intorpidisce? E scrivi e leggi! come facevamo noi un tempo che è meglio e è più sano".

Secondo questo signore viene smarrita la forza potente delle parole: "Chiedono a me di scrivere importanti messaggi d'amore o di amicizia. A volte non conosco chi mi sta di fronte e penso: dovrebbero farlo loro. Perché la forza della parola scritta deve essere così svilita a mortificata? Per non dire scomparsa? Perché le emozioni sono ridotte all'osso?"

Una signora invece focalizza sull'incomunicabolità dei partners.
"Li vedi camminare fianco a fianco. Ciascuno con lo smart phone, messaggiare in solitario. Chissà: forse si scrivono ma non dialogano".


Nella terza tabaccheria in cui entro mi viene chiesto come sia fatta la carta da lettere e se stia parlando di cartoncini grandi per ringraziare qualcuno.

"No: vorrei la carta da lettere. Un tempo veniva usata per scambiare pensieri con un'altra persona. Ha un formato più grande rispetto ai cartoncini o ai biglietti d'auguri e è più fina".

Un sottile panico mi attraversa. Possibile che nessuno ricordi niente o abbia più nulla del genere?

Possibile che la tecnologia abbia fagocitato tutto e spazzato via il vecchio mondo nel giro di poco più di dieci anni?  Antiche tradizioni che sopravvivevano da secoli cancellate dalla memoria collettiva?

C'è chi ricorda con affetto la carta da lettere. "C'era perfino la carta da lettere profumata. Che bei tempi".

Eppure, a mio parere, questo cambio di abitudini fa impressione.

È stato scoperto di recente ad esempio che l'assenza della scrittura manuale da parte della gente assopisce e addormenta aree cerebrali che andrebbero stimolate di più ma che solo l'utilizzo manuale della scrittura può continuare a rendere fertili e attive.

Avete notato gli errori che commettiamo quando scriviamo a mano abituati come siamo all'utilizzo delle tastiere dei pc o degli smart phones? Il cervello è programmato per la velocità e non riesce più a stare "tranquillo" e dimentica le lettere o le salta.

Forse non possiamo più tornare indietro e rinunciare a comodità come la posta elettronica e qualche social network, ma sarebbe anche giusto non perdere la poesia del passato e tornare a una sana normalità che conosce ritmi scanditi da: scrittura, impostazione, ricevimento dopo alcuni giorni da parte del destinatario della lettera, lettura e risposta.

Magari un diario da scrivere a mano la sera prima di andare a dormire può essere un'altra idea.

È stato solo internet ad affossare la corrispondenza?

Una grande mano è giunta dalle tariffe postali verso l'estero attuate dal nostro Paese.
Non la scelta più felice. Già noi italiani scriviamo poco, se poi non possiamo manco più per ragioni economiche...

Alcuni anni fa le AREE B (Canada, Usa, Asia) e C (Australia e Nuova Zelanda) del mondo, come vengono distinte all'ufficio postale videro triplicare l'importo dei francobolli per la spedizione di una lettera da 20 grammi o di una semplice cartolina.
Per spedire negli Stati Uniti passammo dagli 0,85 cents ai due euro. Tariffe arrivate sino a 2,30 e ora leggermente scese a 2,20 lo scorso ottobre.

Il nostro è un Paese in crisi.

La voce corrispondenza tagliata via subito perché invece di spendere due euro per spedire una lettera con quei soldi possiamo comperare una fila di pane, un litro di latte.

La Germania ha adottato una politica del tutto opposta alla nostra per i corrispondenti.

I suoi abitanti sono avidi postcrossers, amano cioè inviare e ricevere cartoline tramite il postcrossing.
I francobolli anche per l'estero non hanno mai subìto impennate e l'affrancatura anche e soprattutto delle cartoline in Europa dovrebbe essere sempre ferma agli 0,80 cents se non vado errata.

Il governo tedesco così facendo sa che sta aiutando le poste a far girare più soldi.

Forse, il segreto è tutto lì.


Anna Maria Polidori







Friday, October 23, 2015

Finché le stelle saranno in cielo - Recensione

La prima cosa che ho fatto una volta terminato di leggere il libro di Kristin Harmel "Finché le stelle saranno in cielo" edito da Garzanti Libri titolo inglese The sweetness of forgiveness (La dolcezza del perdono) è stata quella di preparare una delle ricette succulente di biscotti che sono nel libro.


Non ho esitato: teglie di biscotti con cannella e mandorle.

Era il 13 settembre.

Non ho scelto a caso la ricetta. La cannella avvicina gli amici e allontana i nemici, una delle spezie che amo di più. Allegra e pungente, serena e sempre allegra. La mandorla avvolge, culla e coccola con quel sapore forte e persistente.

Il risultato finale? Una specie di amaretti in stile americano, davvero buoni e golosi!


Ogni due capitoli Kristin Harmel offre ricette golose del Massachusetts che provengono da culture disparate come verrà rivelato in seguito e che sono le specialità di Hope.

Non vi avevo ancora parlato di Hope?

Ah già, no: che distratta.


Hope è una donna di 35 anni incasinata il giusto e con una pasticceria sull'orlo del fallimento.

Vive a Cape Cod ridente cittadina del Massachusetts. Le sue ricette sono così apprezzate da figurare ogni anno nel Boston Globe e in altri periodici di spessore del suo Stato. Perché tanta fama? Semplice. La sua pasticceria è a conduzione familiare. Lei l'ha semplicemente ereditata da sua madre e sua madre da sua nonna Rose. Una formula vincente.


Hope ha una figlia, Annie, il personaggio del libro che preferisco fra tutti, dodicenne in guerra con il mondo e ha divorziato da suo marito che ora esce con una ventenne viziata che si chiama Sunshine. .


Sua nonna Rose ormai è ricoverata in un ospizio.


Rose sta perdendo la memoria oppure, se vogliamo, la sta ritrovando.


Fruga infatti in quel passato remoto che non può dimenticare, in cerca dei protagonisti principali della sua esistenza.


Gente che nessuno conosce, di cui nessuno ha memoria nella sua famiglia.


Chi però si interessa di più a Rose è la figlia di Hope, Annie.


Ci passa del tempo, la nonna le fa confidenze e le comunica nomi che a Annie, la figlia di Hope non dicono niente così come manco a Hope, ma che scatenano le ire dell'adolescente: "Santo cielo mamma vuoi andare anche tu a fare una chiacchierata con la nonna per capirci qualcosa o non te ne frega niente?"


Hope ci va. Da quella chiacchierata capisce tante cose perché sua nonna quel giorno è lucida.

Capisce che le religioni monoteistiche hanno più punti in comune di quanti pensiamo; che la nonna forse, sta celando una storia più grande di lei.

Hope non può più ignorare quanto sa.


Decide, aiutata da un amico di partire per Parigi, dove scoprirà quanto sia dolce e struggente il ricordo di qualcuno ritenuto perso per sempre scoprendo che la pace passa attraverso l'amore, il conforto, e il ricongiungimento.


Questa è una storia romantica, che parla di un amore senza fine. Una storia che scuoterà gli animi con altre due parole essenziali: aiuto e accettazione.


I cattolici e i musulmani parigini in soccorso degli ebrei durante l'ultimo conflietto mondiale.


Toccante e indimenticabile.



La ricetta dei biscotti con cannella e mandorle


200 grammi di burro

330 grami di zucchero di canna

2 uova grandi

1 cucchiaino di estratto di mandorle

320 gr di farina

1 cucchiaino di lievito in polvere

1 cucchiaino di sale

200 gr di zucchero misto a cannella. Fate così: tre parti di zucchero e una di cannella. Vi servierà alla fine.


Montate burro e zucchero di canna fino a che non otterrete una consistenza cremosa. Aggiungete uova e estratto di mandorle. Amalgamate il tutto.


In un altro recipiente avrete messo intanto gli ingredienti secchi: farina, lievito e sale.


Bene: aggiungeteli al composto.


Ora dividete l'impasto in cinque parti. Vedrete: l'impasto ha una composizione "lenta" quindi vi sporcherete un pò le mani. Comunque: ricavate cinque rotoli. Prendete bene le misure e fate dei bei rotoloni così che i biscotti siano grandi e non troppo piccoli (la mia esperienza).


Avvolgete i rotoli nella pellicola trasparente e metteteli a raffreddare nel congelatore quanto basta affinché siano duri e possano essere affettati bene.

Preriscaldate intanto il forno a 180 gradi.


Prendete il piatto dove avrete preparato le tre parti di zucchero bianco e la parte di cannella.

Tirati fuori i rotoli del composto, passateli molteplici volte sullo zucchero misto a cannella finché i rotoli non ne saranno assorbiti.


Affettate quindi i rotoli in fettine di 5-6 millimetri.


Imburrate le teglie (c'è burro in abbondanza nella ricetta e a primo avviso verrebbe voglia di non imburrare, ma credetemi questa non è la ricetta degli sweet chocolate cookies, quindi imburrate le teglie! sennò i biscotti si attaccano)  e  cominciate a mettere le fettine disposte a una certa distanza l'una dall'altra sulle teglie. Infornate per 18-20 minuti e poi lasciate raffreddare una volta fuori per cinque minuti.




E ora non mi resta che augurarvi: buona lettura e buon appetito!




Anna Maria Polidori

Monday, June 15, 2015

Miss S. - Cathleen Schine - Recensione

Un libro carino quello scritto dalla Schine ma deludente al tempo stesso.

Sette creativi si ritrovano in un'isola nel Maine, Stati Uniti, dove è stata ammodernata una casa destinata a detta del padrone Dick Treekape a ospitare artisti. Verrà commesso in loco un delitto. Il morto Gene Gill, odioso critico letterario nonché conduttore televisivo che avrebbe dovuto realizzare un servizio.

Era atteso.

Nessuno però finché l'autopsia, solo quattro giorni dopo confermerà la morte per omicidio è indagato di niente sebbene un detective sia arrivato sull'isola. Pura vacanza per tutti, gli ospiti potranno godere di tutta la libertà concessa loro dal proprietario.

Gli ospiti appaiono in parte ridicoli e per niente incisivi.

Ho provato zero tensione. Credevo che la trama si sarebbe dipanata diversamente.

Essendo questo un romanzo dove l'omicidio è stato commesso in un luogo non vorrei dire chiuso ma definito, circostanziato e dove certamente uno dei sette ospiti è l'assassino immaginavo una situazione meno rilassante e più pressante su tutti gli ospiti da subito. Mi piace questo del giallo. Il lavorìo psicologico e alla fine logorante su tutti gli ospiti. La tensione emotiva. Cosa che non è andata così.

Quando ho riportato il libro in biblioteca sono inciampata in una copia di Dieci piccoli indiani (ten little niggers, chissà perché in italiano abbiamo tradotto con indiani la parola neri) di Agatha Christie in vendita. L'ho comperato e l'ho iniziato a leggere. Mi sembra che Miss S. abbia delle rassomiglianze con questo romanzo della Christie.




Anna Maria Polidori

Una bugia su mio padre - John Burnside - Recensione

La Neri Pozza Editore una delle più prestigiose case editrici italiane ha pubblicato anni fa il libro di John Burnside: Una bugia su mio padre.

Comincia così:

"Questo libro va considerato un'opera di fantasia. Se fosse ancora qui a parlarne, sono sicuro che mio padre concorderebbe con me nel dire che non ho mai avuto un padre, così come lui non ha mai avuto un figlio".

Bene.

Il romanzo tradotto splendidamente da Massimo Ortelio è meraviglioso per la potente drammaticità emotiva.

Meraviglioso per i pensieri che l'autore partorisce, dipana, analizza, durante la narrazione, per quella capacità di sondare con grande acume i piccoli e grandi stati d'animo di un micro-cosmo quello della famiglia del protagonista, e del protagonista, io narrante, analizzati con spietato realismo: il figlio di questo genitore senza cuore che ha cercato per tutta la vita l'amore del padre.

Il padre del protagonista del romanzo beve.

Perché?

Mah, per vizio. Non crediate che le umane vicissitudini debbano per forza di cose portare a dipendenze per come la vedo io.

Nasce trovatello questo padre insensibile, lo affidano a tante famiglie ma non può mai dire quali siano le sue vere ragioni e così mente, mente, mente perfino a se stesso di avere avuto dei genitori amorevoli e così via.

Alla fine, semplice, sentendosi un pò perdente comincia ad attaccarsi alla bottiglia e diventa violento in famiglia, come se l'alcol risolvesse tutto, anestetizzasse tutto per poi far ritornare peggio di prima in superficie una valanga maggiore di problemi con in più la complicazione del problema di dover smettere di bere. Ergo: più problemi di prima.


Odia suo figlio, questo padre per insondabili ragioni e lo maltratta davanti a tutti. Lo mortifica, lo schiavizza.

Il ragazzino è costretto ad assistere a scene poco edificanti dentro casa. Gruppi di beoni che vomitano o addirittura fanno la pipì nella loro cucina! durante la notte. Il piccolo vede tutto. Sente tutto. Assiste.

La madre del bambino capisce che deve abbozzare e sogna per il figlio il riscatto sociale che lei non avrà mai. Lo segue, lo prepara bene a scuola. Il piccolo eccelle, però non raggiunge, sebbene vinca premi, sebbene arrivi sempre primo, al cuore di suo padre, cui tiene più di ogni altra cosa.

Così un bel giorno smette di studiare comincia a leggere Edgar Allan Poe e è la fine della bellezza di questo ragazzino e l'inizio di una lunghissima perdizione.
Poe non ha colpa alcuna per questo ;-) precisiamo.

Alcol, droghe leggere e pesanti che lo stordicono e lo fanno "cadere" ma mai del tutto rialzare ammette il protagonista, perché una volta caduto il diavolo sarà sempre lì vicino a te.


Il romanzo mi è piaciuto per l'intensità del vissuto sebbene sia triste, ma di una tristezza che va a braccetto con la rassegnazione del così doveva andare.

Visto che Burnside è meraviglioso e scrive da Dio, ti incanta e mentre leggi pensi: "Ma come diavolo fa a mettere insieme così tanta intensità emotiva?" gli suggerirei per la prossima volta una maggiore originalità. Non me ne voglia.

Che, insomma la  sequenzialità dell'esistenza di un ragazzo con un padre alcolista non sia questa sebbene la più semplice da descrivere, non è forse così?

Sarà che conosco realtà di ragazzi con genitori alcolisti e nessuno di loro, sebbene infelice a modo suo perché non sei contento di vedere i genitori appannati dall'alcol ha fatto questa fine e s'è andato a imbottire di alcole  droghe perché il padre non lo ha capito perché beve.

Penso sempre che ci sia un Dio speciale per i bambini capace di preserverli e renderli migliori e non repliche di quello che hanno visto e vissuto.

Non esiste un'ineluttabilità del destino e non esiste uno stesso percorso esistenziale solo perché i genitori sono "guasti".

Ho sempre pensato che i figli siano più intelligenti, molto pù intelligenti dei loro genitori e che sappiano costruire sulle macerie della loro famiglia un destino più bello, fiorente e ricco di soddisfazioni. E senza alcol e droghe di mezzo!

I ragazzi dovranno far forza su di loro, sulle loro capacità, sfidare una realtà brutta e volere per loro qualcosa di diverso.
Non solo questo è reale nella maggior parte dei casi, perché nessuno vuole replicare l'inferno vissuto che io sappia, ma auspicabile e possibile.

La predestinazione non esiste, è un'invenzione dell'uomo.
Ciascuno può essere capace di diventare un'ottima persona sebbene i genitori possano essere stati mediocri.

Questo sì, è un grande augurio e una scommessa per un mondo che ha bisogno di ottimismo.



Anna Maria Polidori