lunedì, giugno 15, 2015

Una bugia su mio padre - John Burnside - Recensione

La Neri Pozza Editore una delle più prestigiose case editrici italiane ha pubblicato anni fa il libro di John Burnside: Una bugia su mio padre.

Comincia così:

"Questo libro va considerato un'opera di fantasia. Se fosse ancora qui a parlarne, sono sicuro che mio padre concorderebbe con me nel dire che non ho mai avuto un padre, così come lui non ha mai avuto un figlio".

Bene.

Il romanzo tradotto splendidamente da Massimo Ortelio è meraviglioso per la potente drammaticità emotiva.

Meraviglioso per i pensieri che l'autore partorisce, dipana, analizza, durante la narrazione, per quella capacità di sondare con grande acume i piccoli e grandi stati d'animo di un micro-cosmo quello della famiglia del protagonista, e del protagonista, io narrante, analizzati con spietato realismo: il figlio di questo genitore senza cuore che ha cercato per tutta la vita l'amore del padre.

Il padre del protagonista del romanzo beve.

Perché?

Mah, per vizio. Non crediate che le umane vicissitudini debbano per forza di cose portare a dipendenze per come la vedo io.

Nasce trovatello questo padre insensibile, lo affidano a tante famiglie ma non può mai dire quali siano le sue vere ragioni e così mente, mente, mente perfino a se stesso di avere avuto dei genitori amorevoli e così via.

Alla fine, semplice, sentendosi un pò perdente comincia ad attaccarsi alla bottiglia e diventa violento in famiglia, come se l'alcol risolvesse tutto, anestetizzasse tutto per poi far ritornare peggio di prima in superficie una valanga maggiore di problemi con in più la complicazione del problema di dover smettere di bere. Ergo: più problemi di prima.


Odia suo figlio, questo padre per insondabili ragioni e lo maltratta davanti a tutti. Lo mortifica, lo schiavizza.

Il ragazzino è costretto ad assistere a scene poco edificanti dentro casa. Gruppi di beoni che vomitano o addirittura fanno la pipì nella loro cucina! durante la notte. Il piccolo vede tutto. Sente tutto. Assiste.

La madre del bambino capisce che deve abbozzare e sogna per il figlio il riscatto sociale che lei non avrà mai. Lo segue, lo prepara bene a scuola. Il piccolo eccelle, però non raggiunge, sebbene vinca premi, sebbene arrivi sempre primo, al cuore di suo padre, cui tiene più di ogni altra cosa.

Così un bel giorno smette di studiare comincia a leggere Edgar Allan Poe e è la fine della bellezza di questo ragazzino e l'inizio di una lunghissima perdizione.
Poe non ha colpa alcuna per questo ;-) precisiamo.

Alcol, droghe leggere e pesanti che lo stordicono e lo fanno "cadere" ma mai del tutto rialzare ammette il protagonista, perché una volta caduto il diavolo sarà sempre lì vicino a te.


Il romanzo mi è piaciuto per l'intensità del vissuto sebbene sia triste, ma di una tristezza che va a braccetto con la rassegnazione del così doveva andare.

Visto che Burnside è meraviglioso e scrive da Dio, ti incanta e mentre leggi pensi: "Ma come diavolo fa a mettere insieme così tanta intensità emotiva?" gli suggerirei per la prossima volta una maggiore originalità. Non me ne voglia.

Che, insomma la  sequenzialità dell'esistenza di un ragazzo con un padre alcolista non sia questa sebbene la più semplice da descrivere, non è forse così?

Sarà che conosco realtà di ragazzi con genitori alcolisti e nessuno di loro, sebbene infelice a modo suo perché non sei contento di vedere i genitori appannati dall'alcol ha fatto questa fine e s'è andato a imbottire di alcole  droghe perché il padre non lo ha capito perché beve.

Penso sempre che ci sia un Dio speciale per i bambini capace di preserverli e renderli migliori e non repliche di quello che hanno visto e vissuto.

Non esiste un'ineluttabilità del destino e non esiste uno stesso percorso esistenziale solo perché i genitori sono "guasti".

Ho sempre pensato che i figli siano più intelligenti, molto pù intelligenti dei loro genitori e che sappiano costruire sulle macerie della loro famiglia un destino più bello, fiorente e ricco di soddisfazioni. E senza alcol e droghe di mezzo!

I ragazzi dovranno far forza su di loro, sulle loro capacità, sfidare una realtà brutta e volere per loro qualcosa di diverso.
Non solo questo è reale nella maggior parte dei casi, perché nessuno vuole replicare l'inferno vissuto che io sappia, ma auspicabile e possibile.

La predestinazione non esiste, è un'invenzione dell'uomo.
Ciascuno può essere capace di diventare un'ottima persona sebbene i genitori possano essere stati mediocri.

Questo sì, è un grande augurio e una scommessa per un mondo che ha bisogno di ottimismo.



Anna Maria Polidori

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