Eravamo andate a visitare la moglie di un nostro amico emigrante. Tutto qui.
Non mi era manco frullata per la testa l’idea di un’intervista.
Quando l’ho accennata, su sollecitazione di amici comuni, Anacleto Polidori si è tirato indietro ad ha cominciato a ridere.
“Non sono cose che fanno per me. Sono un tipo schivo…”
E’ riuscito a vincere la reticenza grazie a Maria Josè, moglie affascinante, immobilizzata a letto a causa di una rovinosa caduta, che ha sollecitato energicamente il racconto del marito.
“Sono nato a Morena; ho quasi 70 anni.
Eravamo 6 fratelli e la povertà era tanta, inutile stare a nasconderlo.
Avevo fatto domanda per poter lavorare in Australia, in Francia, appena l’età me lo aveva consentito.. La Francia fu più sollecita e così partii. Era il 26 luglio del 1956. Un salto nel buio. Non sapevo che cosa mi attendesse; non immaginavo il mio futuro. La vita agricola mi andava stretta.
Io cercavo altro, come chiunque decida di abbandonare il proprio Paese d’origine.
Sono arrivato a Boulogne sur Mer,vicino Parigi alloggiando i primi tempi in baracche. 26 uomini, tutti italiani.
La nostra baracca era dotata di una cucina e di una doccia.
Il primo lavoro che ho cominciato a svolgere è stato quello di fresatore per costruire utensili atti a lavorare il ferro. Intuii che non mi sarei fermato a semplice operaio. Feci domanda per poter entrare nella fabbrica di Sarcelles, nella periferia di Parigi. Ho lavorato con un architetto. Dopodiché è arrivata l’occasione per entrare in una terza fabbrica.
Intanto cominciavo a guardarmi attorno. La Francia mi piaceva, Parigi era magica, così come pure le sue donne. Il 14 luglio, festa nazionale, in un clima di euforia e di ebbrezza, ebbi modo di conoscere in una festa da ballo la mia futura consorte. Mi sono sposato l’anno successivo, il 10 agosto 1963. Ho atteso poco(!) lo ammetto, ma amavo quella donna e l’amo tanto ancora. Ho preteso di tornare in Italia e nei luoghi che mi hanno dato la vita ogni anno. Mia moglie si è innamorata dell’Italia e delle sue bellezze!
Ho continuato a lavorare per quella fabbrica per 36 anni. Sono entrato come semplice operaio, ma sono uscito,credo che in Italia si dica così, come “quadro”.
Avevo alle mie dipendenze 8 operai. E lì costruivamo tubi che servivano per il Governo. Effettuavamo studi e ricerche atte a migliorare il nostro prodotto, che si estendevano alla tv, al telefono, ed a frange del Governo.
Avevamo una grossa responsabilità ed io me la sentivo addosso.
Quando sono arrivato in Francia ed ho cominciato a lavorare guadagnavo circa 40 euro al mese; ma era il 1956.
Il mio ultimo stipendio?
2.300 euro. Più che le soddisfazioni economiche innegabili, ti posso assicurare che è stato ciò che ho sperimentato, ad aver esaltato e reso fiero il mio spirito. Nel 1974 ho acquistato una casa; l’ho poi rivenduta per costruire una villa, su disegni e progetti originali, miei. Mio cugino Manlio Polidori e mio fratello, anche loro emigranti, mi hanno aiutato a portare fisicamente a compimento il mio progetto.
Ho 3 figli; uno di loro è medico; uno lavora presso un notaio; il terzo ha una concessionaria di automobili.
Posso dire che la scommessa con l’estero non solo è valsa la pena, ma tornassi indietro, rifarei lo stesso cammino intrapreso tanto tempo fa. Senza pentimenti”.
In love for Books, here you'll find my reviews! ❤️ ❤️ ❤️
Saturday, June 12, 2004
Fernando Rosati. Prigioniero negli Stati Uniti durante l'ultimo conflitto mondiale
Fernando Rosati è un uomo alto, dallo sguardo virile, il sorriso aperto e cordiale, e tutta l’aria di non voler tralasciare nulla del suo racconto. Mi offre un amaro ed estrae una piccola agenda riposta con cura, dalle pagine un pò ingiallite dal tempo, che sa di antico e prezioso.
“Sì; qui ci sono custodite tutte le date e tutte le tappe della mia avventura chiamata guerra.”
A che età si è arruolato, Fernando?
Sentivo che volevo andare a combattere ed a servire il mio Paese più d’ogni altra cosa al mondo. Sono scappato di casa a 16 anni per ben due volte. Mio papà mi ha riportato ogni volta indietro
spiaciuto di questa mia intenzione; ma non c’è stato nulla da fare. Dopo aver frequentato il terzo magistrale, nel luglio del ’41 partii per la guerra in una batteria aerea in Sicilia; nel ’42 finii a Roma, in una compagnia di guardie a P.za Venezia a causa della mia prestanza fisica. Non ci volevo rimanere e con un escamotage mi feci inviare a Civitavecchia. Là occorrevano dei soldati che integrassero i morti in guerra della campagna russa; io facevo parte del 10 mo battaglione M e mi inviarono in Africa.
Il bello deve ancora venire…
Sì, il 4 febbraio del ’43 giungiamo a Tunisi; il 5 mattina a Sfax; poi andiamo a Gabes e la sera alla piccola Maginot.
Dove dormivate?
A Maginot c’erano dei camminamenti in cui v’erano delle buche naturali. Dormivamo là, all’agghiaccio.
Ben presto sono stato ferito da una scheggia strappen, e così in primis mi hanno portato nell’ospedale di divisione; il 22 a Gabes; poi a Sfax; infine a Susa. Il 12 marzo, saputo che presto ci sarebbe stata una battaglia, decisi di scappare dall’ospedale per raggiungere Mareth.
Il 18 giugno alla piccola Maginot ho combattuto la mia prima battaglia.
Cosa ricorda di quello scontro?
La decimazione degli uomini; la morte tra le mie braccia del nostro tenente Sacchi, colpito in piena fronte che pochi minuti prima dell’attacco ci disse: "ragazzi, il tradimento è chiaro." Eravamo 200 uomini; rimanemmo una trentina o poco più..
Il 23 marzo decidemmo di ripiegare. Dopo, il 10 mo Battaglione dovette andare in forze ad una divisione in difficoltà; però subimmo di nuovo un bombardamento massiccio e ripiegammo su Infidel. Venimmo schierati nei pressi di un maniero, dove siamo restati sino al 13 maggio, giorno della resa.
Cosa mangiavate?
Riso scotto con sabbia; uno schifo insomma. Poi una scatola di carne ed una galletta.
Cosa accadde nell’immediato?
Abbiamo distrutto le armi subito dopo la resa, dopodiché venne chiesto dal comandante Baldanzi chi se la sentiva di andare con lui a Capo Bon per poter rimediare un mezzo di fortuna per raggiungere l’Italia. Io risposi che ero disponibile alla cosa; così prendemmo un camion abbandonato e dormimmo per due notti in una gabila araba arrivando solo in nottata a Capo Bon. Là ci eravamo nascosti in una “casa matta”, struttura costruita per il controllo militare. Il 16 maggio in seguito ad una spiata, fummo presi prigionieri. Dopo averci portato a Medieze-Al-Bab, vicino Tunisi per 15 giorni, e poi il 28 maggio a Sucheras, al confine con l’Algeria, di pomeriggio giungiamo a Costantina; lì, siamo stati consegnati agli americani.
Una svolta per lei importante…
Indubbiamente mi è andata bene. Potevo finire in mani peggiori. Siamo partiti da Costantina con due soldati americani ed 8 prigionieri in ciascun camion.
A Casablanca, giungemmo in un enorme campo di concentramento. Lì riconobbi Benvenuto Cacciamani. Io ero senza scarpe. Lui mi diede le sue. Portava il 39; io il 45. Fui costretto a rompere la punta di queste per poterle calzare. Era molto meglio di niente, le assicuro.
Intanto fumavo sterco di cammello e nel mio diario personale in data 25 giugno scrivevo: FAME, FAME, FAME!
Ma la situazione si sblocca presto
Sì, l’8 luglio ci portano al porto; ci passano in rivista; salvai solo le M rosse, le mostrine, perché le nascosi…dentro la bocca!
Pensi che mi avevano promesso 4 stecche di sigarette in cambio delle M. Si figuri; un fumatore come me che si attaccava persino allo sterco dei cammelli! Ma dissi no, recisamente!
Dopo cosa accadde?
Ci caricarono in una bella nave; poi in una liberty e così arrivammo a Boston. Eravamo 800-1000. Mi portarono nel campo a Como, nel Mississippi. Ci giungiamo dopo altri 2 giorni di viaggio. Scoppiarono a causa dell’omicidio di un mio amico per parte americana, dei tafferugli. Riuscimmo a sbattere fuori dal campo gli italo-americani che vi lavoravano. Questo venne circondato dalle camionette. A febbraio c’inviarono a Rhuston, in Louisiana, fino a marzo. Lì ci chiesero se volevamo diventare dei soldati collaboranti. Dicemmo di no e la mia vita cambiò radicalmente.
Giungemmo in un campo a 18 km da New Orleans. Lì aderimmo alla Repubblica Sociale. Seguono gli altri campi di Hereford, e Fort Bliss, entrambi in Texas, dove sono stato bastonato a sangue e perderò un polmone a causa di quella violenta lotta al mio rientro in Italia. Dopo altre vicissitudini, ci fecero salire su di un treno ed attraversammo mezza America per giungere a Seattle. Passando per il Nevada, ed osservando l’immenso e sterminato deserto in cui vi era solo arsenale, non era difficile intuire chi avrebbe vinto la guerra e perché, mi creda! Carri armati, automezzi a perdita d’occhio in linea d’aria ed in profondità. Una cosa mai vista né immaginabile.
Poco dopo il nostro arrivo a Seattle, ci venne comunicato che dovevamo partire per le isole Hawaii. Ci siamo ribellati violentemente perché le isole Hawaii erano zona di delicate operazioni militari, non ultimo il violentissimo attacco sferrato alla base di Pearl Harbor dai giapponesi, tempo prima..
Come andò a finire?
Ci caricarono a forza dentro ambulanze. 500 persone costrette a partire. Siamo sbarcati il 28 giugno del ’44 ad Honolulu. Ecco il pasto di un non-collaborante: pane ed acqua per 15 giorni e per gli altri 15 pasto normale.
Quanto durò il suo soggiorno forzato alle Hawaii?
Sino al primo febbraio del ’46, quando la nave Meteora, alle 16:12 ci imbarcò per l’Italia.
Eravamo 1000 ansiosi di tornare a casa.
Fernando, lei soldato non-collaborante guadagnava 3 dollari al mese. Come li spendeva?
Oh, per me era semplicissimo. Mi volavano via dalle tasche; acquistavo sempre 3 pacchi di tabacco da 0,50 cents l’uno; un pacchetto di sigarette di fattura lunga; una saponetta Palmolive; il dentifricio, ed altri oggetti…Non mi restava mai nulla.
Avevamo uno spaccio nel campo dove facevamo rifornimento.
Cosa è successo al suo arrivo in Italia?
A Napoli, dopo lo sbarco, sicuri che eravamo gente ricca, ci avevano tagliato a metà il cappotto per rubarci il portafoglio. Poveri illusi! Non avevamo il becco di un quattrino. Dopo qualche giorno ho fatto rientro a Gubbio.
Una volta a casa mi sono curato a lungo per circa due anni; pensi che pesavo 62 kg per 1,90 d’altezza.
Niente più scuola?
No; e come facevo? Però in compenso ho avuto tante altre soddisfazioni dalla vita.
Non ho mai dimenticato gli anni trascorsi in prigionia e mi sono subito attivato affinché il ricordo di allora non soccombesse al tempo. Le nostre riviste “Volontà”, e “La tradotta di Bir el Gobi”, ci aiutano a far rivivere quei momenti.
“Sì; qui ci sono custodite tutte le date e tutte le tappe della mia avventura chiamata guerra.”
A che età si è arruolato, Fernando?
Sentivo che volevo andare a combattere ed a servire il mio Paese più d’ogni altra cosa al mondo. Sono scappato di casa a 16 anni per ben due volte. Mio papà mi ha riportato ogni volta indietro
spiaciuto di questa mia intenzione; ma non c’è stato nulla da fare. Dopo aver frequentato il terzo magistrale, nel luglio del ’41 partii per la guerra in una batteria aerea in Sicilia; nel ’42 finii a Roma, in una compagnia di guardie a P.za Venezia a causa della mia prestanza fisica. Non ci volevo rimanere e con un escamotage mi feci inviare a Civitavecchia. Là occorrevano dei soldati che integrassero i morti in guerra della campagna russa; io facevo parte del 10 mo battaglione M e mi inviarono in Africa.
Il bello deve ancora venire…
Sì, il 4 febbraio del ’43 giungiamo a Tunisi; il 5 mattina a Sfax; poi andiamo a Gabes e la sera alla piccola Maginot.
Dove dormivate?
A Maginot c’erano dei camminamenti in cui v’erano delle buche naturali. Dormivamo là, all’agghiaccio.
Ben presto sono stato ferito da una scheggia strappen, e così in primis mi hanno portato nell’ospedale di divisione; il 22 a Gabes; poi a Sfax; infine a Susa. Il 12 marzo, saputo che presto ci sarebbe stata una battaglia, decisi di scappare dall’ospedale per raggiungere Mareth.
Il 18 giugno alla piccola Maginot ho combattuto la mia prima battaglia.
Cosa ricorda di quello scontro?
La decimazione degli uomini; la morte tra le mie braccia del nostro tenente Sacchi, colpito in piena fronte che pochi minuti prima dell’attacco ci disse: "ragazzi, il tradimento è chiaro." Eravamo 200 uomini; rimanemmo una trentina o poco più..
Il 23 marzo decidemmo di ripiegare. Dopo, il 10 mo Battaglione dovette andare in forze ad una divisione in difficoltà; però subimmo di nuovo un bombardamento massiccio e ripiegammo su Infidel. Venimmo schierati nei pressi di un maniero, dove siamo restati sino al 13 maggio, giorno della resa.
Cosa mangiavate?
Riso scotto con sabbia; uno schifo insomma. Poi una scatola di carne ed una galletta.
Cosa accadde nell’immediato?
Abbiamo distrutto le armi subito dopo la resa, dopodiché venne chiesto dal comandante Baldanzi chi se la sentiva di andare con lui a Capo Bon per poter rimediare un mezzo di fortuna per raggiungere l’Italia. Io risposi che ero disponibile alla cosa; così prendemmo un camion abbandonato e dormimmo per due notti in una gabila araba arrivando solo in nottata a Capo Bon. Là ci eravamo nascosti in una “casa matta”, struttura costruita per il controllo militare. Il 16 maggio in seguito ad una spiata, fummo presi prigionieri. Dopo averci portato a Medieze-Al-Bab, vicino Tunisi per 15 giorni, e poi il 28 maggio a Sucheras, al confine con l’Algeria, di pomeriggio giungiamo a Costantina; lì, siamo stati consegnati agli americani.
Una svolta per lei importante…
Indubbiamente mi è andata bene. Potevo finire in mani peggiori. Siamo partiti da Costantina con due soldati americani ed 8 prigionieri in ciascun camion.
A Casablanca, giungemmo in un enorme campo di concentramento. Lì riconobbi Benvenuto Cacciamani. Io ero senza scarpe. Lui mi diede le sue. Portava il 39; io il 45. Fui costretto a rompere la punta di queste per poterle calzare. Era molto meglio di niente, le assicuro.
Intanto fumavo sterco di cammello e nel mio diario personale in data 25 giugno scrivevo: FAME, FAME, FAME!
Ma la situazione si sblocca presto
Sì, l’8 luglio ci portano al porto; ci passano in rivista; salvai solo le M rosse, le mostrine, perché le nascosi…dentro la bocca!
Pensi che mi avevano promesso 4 stecche di sigarette in cambio delle M. Si figuri; un fumatore come me che si attaccava persino allo sterco dei cammelli! Ma dissi no, recisamente!
Dopo cosa accadde?
Ci caricarono in una bella nave; poi in una liberty e così arrivammo a Boston. Eravamo 800-1000. Mi portarono nel campo a Como, nel Mississippi. Ci giungiamo dopo altri 2 giorni di viaggio. Scoppiarono a causa dell’omicidio di un mio amico per parte americana, dei tafferugli. Riuscimmo a sbattere fuori dal campo gli italo-americani che vi lavoravano. Questo venne circondato dalle camionette. A febbraio c’inviarono a Rhuston, in Louisiana, fino a marzo. Lì ci chiesero se volevamo diventare dei soldati collaboranti. Dicemmo di no e la mia vita cambiò radicalmente.
Giungemmo in un campo a 18 km da New Orleans. Lì aderimmo alla Repubblica Sociale. Seguono gli altri campi di Hereford, e Fort Bliss, entrambi in Texas, dove sono stato bastonato a sangue e perderò un polmone a causa di quella violenta lotta al mio rientro in Italia. Dopo altre vicissitudini, ci fecero salire su di un treno ed attraversammo mezza America per giungere a Seattle. Passando per il Nevada, ed osservando l’immenso e sterminato deserto in cui vi era solo arsenale, non era difficile intuire chi avrebbe vinto la guerra e perché, mi creda! Carri armati, automezzi a perdita d’occhio in linea d’aria ed in profondità. Una cosa mai vista né immaginabile.
Poco dopo il nostro arrivo a Seattle, ci venne comunicato che dovevamo partire per le isole Hawaii. Ci siamo ribellati violentemente perché le isole Hawaii erano zona di delicate operazioni militari, non ultimo il violentissimo attacco sferrato alla base di Pearl Harbor dai giapponesi, tempo prima..
Come andò a finire?
Ci caricarono a forza dentro ambulanze. 500 persone costrette a partire. Siamo sbarcati il 28 giugno del ’44 ad Honolulu. Ecco il pasto di un non-collaborante: pane ed acqua per 15 giorni e per gli altri 15 pasto normale.
Quanto durò il suo soggiorno forzato alle Hawaii?
Sino al primo febbraio del ’46, quando la nave Meteora, alle 16:12 ci imbarcò per l’Italia.
Eravamo 1000 ansiosi di tornare a casa.
Fernando, lei soldato non-collaborante guadagnava 3 dollari al mese. Come li spendeva?
Oh, per me era semplicissimo. Mi volavano via dalle tasche; acquistavo sempre 3 pacchi di tabacco da 0,50 cents l’uno; un pacchetto di sigarette di fattura lunga; una saponetta Palmolive; il dentifricio, ed altri oggetti…Non mi restava mai nulla.
Avevamo uno spaccio nel campo dove facevamo rifornimento.
Cosa è successo al suo arrivo in Italia?
A Napoli, dopo lo sbarco, sicuri che eravamo gente ricca, ci avevano tagliato a metà il cappotto per rubarci il portafoglio. Poveri illusi! Non avevamo il becco di un quattrino. Dopo qualche giorno ho fatto rientro a Gubbio.
Una volta a casa mi sono curato a lungo per circa due anni; pensi che pesavo 62 kg per 1,90 d’altezza.
Niente più scuola?
No; e come facevo? Però in compenso ho avuto tante altre soddisfazioni dalla vita.
Non ho mai dimenticato gli anni trascorsi in prigionia e mi sono subito attivato affinché il ricordo di allora non soccombesse al tempo. Le nostre riviste “Volontà”, e “La tradotta di Bir el Gobi”, ci aiutano a far rivivere quei momenti.
Friday, June 11, 2004
L'Italia Patria di Santi, Poeti, Navigatori, ma non di lettori!
L’editoriale del direttore mi spinge ad alcune considerazioni su libri e riviste, nel tempo moderno, in edicola.
Entrare in un’edicola, non so se ci avete fatto caso, non è più come una volta, in cui, rilassati, chiedevamo con tranquillità il giornale preferito, scambiavamo due parole col giornalaio, ed uscivamo.
No: il momento attuale ci vuole confusi, dispersi, e dubbiosi su quel che acquistare una volta che ci troviamo in loco.
Anzitutto, perché le offerte dei giornali, si sprecano.
Il quotidiano che esce col settimanale storico; un altro che allega un’enciclopedia gratis od assieme al quotidiano offre libri di avventura, cicli di volumi di storia dell’arte; videocassette d’ogni genere.
Simpatico vedere come tutti prendano il primo numero di un’opera che rimarrà incompleta di certo, perché gli altri volumi si pagano . Ciò che è gratis attira il pubblico. E fa vendere copie. Questo, chi ha un minimo di cognizione di marketing, lo sa bene.
Per non parlare dei settimanali, o dei mensili.
Non esiste più l’idea di un settimanale o di un mensile che non sia super-accessoriato. Prendiamo in esame quelli che si occupano di viaggi. In passato, nulla di più semplice: un giornale sgombro da tanti fronzoli. Prezzo giusto. Ora, con la rivista, ci sarà il cd-rom delle isole X-Y-Z, e qualche cartina geografia di luoghi che improbabilmente si visiteranno.
Prezzo che lievita alle stelle, la normale edizione volatilizzata o “spiacente, è uscito solo in questo formato”.
I dubbi nell’acquistare o meno, lo spaesato cliente dell’edicola, ce l’ha eccome.
Il problema è irrisolvibile perché una buona fetta di pubblico ama poter acquistare vhs, o cd-rom, e di fatto non abbandona l’idea della costruzione di encicopedi multimediali.
D’altra parte, le iniziative editoriali dei vari giornali, quali essi siano, aiutano a tenere desta e viva l’attenzione su di un settore, quello della lattura, che gli italiani apprezzano saltariamente, e ne fanno uno dei fanalini di coda della nostra bella Italia, Patria di Santi, Poeti, Navigatori, ma non di lettori!
Entrare in un’edicola, non so se ci avete fatto caso, non è più come una volta, in cui, rilassati, chiedevamo con tranquillità il giornale preferito, scambiavamo due parole col giornalaio, ed uscivamo.
No: il momento attuale ci vuole confusi, dispersi, e dubbiosi su quel che acquistare una volta che ci troviamo in loco.
Anzitutto, perché le offerte dei giornali, si sprecano.
Il quotidiano che esce col settimanale storico; un altro che allega un’enciclopedia gratis od assieme al quotidiano offre libri di avventura, cicli di volumi di storia dell’arte; videocassette d’ogni genere.
Simpatico vedere come tutti prendano il primo numero di un’opera che rimarrà incompleta di certo, perché gli altri volumi si pagano . Ciò che è gratis attira il pubblico. E fa vendere copie. Questo, chi ha un minimo di cognizione di marketing, lo sa bene.
Per non parlare dei settimanali, o dei mensili.
Non esiste più l’idea di un settimanale o di un mensile che non sia super-accessoriato. Prendiamo in esame quelli che si occupano di viaggi. In passato, nulla di più semplice: un giornale sgombro da tanti fronzoli. Prezzo giusto. Ora, con la rivista, ci sarà il cd-rom delle isole X-Y-Z, e qualche cartina geografia di luoghi che improbabilmente si visiteranno.
Prezzo che lievita alle stelle, la normale edizione volatilizzata o “spiacente, è uscito solo in questo formato”.
I dubbi nell’acquistare o meno, lo spaesato cliente dell’edicola, ce l’ha eccome.
Il problema è irrisolvibile perché una buona fetta di pubblico ama poter acquistare vhs, o cd-rom, e di fatto non abbandona l’idea della costruzione di encicopedi multimediali.
D’altra parte, le iniziative editoriali dei vari giornali, quali essi siano, aiutano a tenere desta e viva l’attenzione su di un settore, quello della lattura, che gli italiani apprezzano saltariamente, e ne fanno uno dei fanalini di coda della nostra bella Italia, Patria di Santi, Poeti, Navigatori, ma non di lettori!
Vittorio Emanuele in visita a Gubbio
C'è un'aria calda e serena, nonchè sofisticata nella Sala del Caminetto del Park Hotel dei Cappuccini di Gubbio; 15 ragazzi tirati a lustro, delegazione di scuole eugubinine, si stanno per incontrare infatti per una chiacchierata informale con il principe Vittorio Emanuele, in visita in Umbria. I fogli con le domande poggiati su di un bellissimo travolino basso in legno antico pregiato, il principe non tarda a palesare la sua presenza. Alto, vestito elegantemente con un bel completo color grigio, una cravatta blu, sorriso cordiale, non tarda a sedersi con gran nonchalance e voglia di comunicare nel bel divano. Introduce ai ragazzi ed al manipolo di giornalisti presenti il suo excursus in Umbria.
"Siamo stati in Toscana, nella bellissima residenza messaci a disposizione da un mio carissimo amico, per poi approdare in questi luoghi incantevoli; in 3 giorni abbiamo coperto 1000 km; siamo stati a Perugia, passando anche a vedere il lago Trasimeno, Assisi, S.Maria degli Angeli, Foligno, dove abbiamo assitito al Palio della Quintana; abbiamo visitato Spoleto ed oggi torniamo da Perugia perchè volevamo riotrnarci. E' stato bello incrociare nelle scale mobili degli studenti che ci hanno fermato, riconosciuto ed accolto con estremo calore.La terra umbra sta dimostrando un gran calore verso di noi. Domenica rientreremo, terminando così le nostre vacanze umbre.
La cucina del posto mi ha fatto ingrassare di circa 4 chili da quando sono qui; ottima, vini buoni, tempo magnifico". Il principe racconta con misura e con un tono di voce abbastanza sommesso le sue avventure umbre che lo han toccato profondamente perchè siu sento tornato a casa, in Italia, dopo oltre 45 anni di duro esilio in Svizzera e par proprio che con ciò voglia riscoprire nonchè farsi ridare indietro dalla vita ciò che gli è stato negato per tantissimi anni.
Sopraggiunge Marina Doria, vestita elegantemente, con un talilleur color nero con strass bianchi; l'immancabile paio di occhiali sulla nuca, sguardo sorridente e misurato, si pone vicino a suo marito ad ascoltare ora, le domande degli studenti.
Il primo ragazzo, Giovanni, chiede al principe quale differenza intercorre tra la Svizzera e l'Italia.
"Il principe sorride. "Vedi, l'Italia è la mia Patria; la Svizzera il luogo dove ho vissuto in esilio per tutti questi decenni. In Italia sto riscontrando un'amabilità e gentilezza eccezionali".
Marco altro studente si inserisce domandando quale città lo ha accolto con maggior entusiasmo.
" Tutte in generale. Vorrei poter raccontare un aneddoto divertente. Brescia. C'era la 1000 miglia ed il sindaco mi ha permesso di poter vedere da vicino tutte le 400 macchine schierate nonchè di assitere alla partenza. A Torino abbiamo vissuto un caldo terribile. Sai, la nosta posizione vuol essere chiara; ovunque andiamo non vogliamo in alcun modo dar fastidio al governo ed a nessun altro organo".
Si inseriscono domande concernenti la nascita del figlio di Emanuele Filiberto e della consorte Clotilde Coureau freschi sposi. Convolati a giuste nozze il il 25 settembre scorso nella Basilica degli Angeli di S.Maria Novella, il principe scherza sull'argomento: 2Sì, sarò presto nonno, verso la fine di quest'anno. Per scelta non abbiamo voluto sapere il sesso del bambino; comunque sarà battezzato in Italia. Non sappimo ancora bene dove, esattamente."
Alcuni ragazzi vogliono sapere se dopo questa vacanza il principe ha intenzione di ritornare in Umbria ed a Gubbio.
"Di certo. Non sappiamo ancora le date precise, ma pensiamo che il prossimo giugno possa essere il mese più probabile".
I ragazzi fanno notare come al principe potrebbe piacere assistere alla festa dei Ceri.
"E' bello poter mantenere le tradizioni. In Italia abbiamo il Palio di Siena e la vostra festività che sono eventi trascinanti. Queste tradizioni stanno sopravvivendo purtroppo da poche parti."
Chiedo quale sia stata la sensazione provata quando finalmente ha appreso che sarebbe tornato in Italia: " Un sentimento di vittoria. Purtroppo quando appresi la notizia mi ero fatto male ad una gamba e non sono potuto tornare immediatamente in Italia. Ho atteso più di due mesi, cercando di ristabilirmi. Ora i problemi sono passati e sono felice di poter visitare l'Italia."
Il colloquio continua spostandoci nella sala adibita ai rinfreschi dove ci sono offerti champagne ed aperitivi.
Il principe, affabile, si intrattiene da perfetto padrone di casa con noi cronisti sino alle 20 passate, disquisendo dei più svariati argomenti e facendoci partecipi della sua realtà e delle sue gioie paterne.
L'idea che emana è quella di una persona educata ed affabile che ama entrare in contatto con le persone, raccontando il suo vissuto e facendosi conoscere. Ama parlare di sé, delle persone a lui care e non conosce tabù nè reticenza nell'aprirsi.
"Siamo stati in Toscana, nella bellissima residenza messaci a disposizione da un mio carissimo amico, per poi approdare in questi luoghi incantevoli; in 3 giorni abbiamo coperto 1000 km; siamo stati a Perugia, passando anche a vedere il lago Trasimeno, Assisi, S.Maria degli Angeli, Foligno, dove abbiamo assitito al Palio della Quintana; abbiamo visitato Spoleto ed oggi torniamo da Perugia perchè volevamo riotrnarci. E' stato bello incrociare nelle scale mobili degli studenti che ci hanno fermato, riconosciuto ed accolto con estremo calore.La terra umbra sta dimostrando un gran calore verso di noi. Domenica rientreremo, terminando così le nostre vacanze umbre.
La cucina del posto mi ha fatto ingrassare di circa 4 chili da quando sono qui; ottima, vini buoni, tempo magnifico". Il principe racconta con misura e con un tono di voce abbastanza sommesso le sue avventure umbre che lo han toccato profondamente perchè siu sento tornato a casa, in Italia, dopo oltre 45 anni di duro esilio in Svizzera e par proprio che con ciò voglia riscoprire nonchè farsi ridare indietro dalla vita ciò che gli è stato negato per tantissimi anni.
Sopraggiunge Marina Doria, vestita elegantemente, con un talilleur color nero con strass bianchi; l'immancabile paio di occhiali sulla nuca, sguardo sorridente e misurato, si pone vicino a suo marito ad ascoltare ora, le domande degli studenti.
Il primo ragazzo, Giovanni, chiede al principe quale differenza intercorre tra la Svizzera e l'Italia.
"Il principe sorride. "Vedi, l'Italia è la mia Patria; la Svizzera il luogo dove ho vissuto in esilio per tutti questi decenni. In Italia sto riscontrando un'amabilità e gentilezza eccezionali".
Marco altro studente si inserisce domandando quale città lo ha accolto con maggior entusiasmo.
" Tutte in generale. Vorrei poter raccontare un aneddoto divertente. Brescia. C'era la 1000 miglia ed il sindaco mi ha permesso di poter vedere da vicino tutte le 400 macchine schierate nonchè di assitere alla partenza. A Torino abbiamo vissuto un caldo terribile. Sai, la nosta posizione vuol essere chiara; ovunque andiamo non vogliamo in alcun modo dar fastidio al governo ed a nessun altro organo".
Si inseriscono domande concernenti la nascita del figlio di Emanuele Filiberto e della consorte Clotilde Coureau freschi sposi. Convolati a giuste nozze il il 25 settembre scorso nella Basilica degli Angeli di S.Maria Novella, il principe scherza sull'argomento: 2Sì, sarò presto nonno, verso la fine di quest'anno. Per scelta non abbiamo voluto sapere il sesso del bambino; comunque sarà battezzato in Italia. Non sappimo ancora bene dove, esattamente."
Alcuni ragazzi vogliono sapere se dopo questa vacanza il principe ha intenzione di ritornare in Umbria ed a Gubbio.
"Di certo. Non sappiamo ancora le date precise, ma pensiamo che il prossimo giugno possa essere il mese più probabile".
I ragazzi fanno notare come al principe potrebbe piacere assistere alla festa dei Ceri.
"E' bello poter mantenere le tradizioni. In Italia abbiamo il Palio di Siena e la vostra festività che sono eventi trascinanti. Queste tradizioni stanno sopravvivendo purtroppo da poche parti."
Chiedo quale sia stata la sensazione provata quando finalmente ha appreso che sarebbe tornato in Italia: " Un sentimento di vittoria. Purtroppo quando appresi la notizia mi ero fatto male ad una gamba e non sono potuto tornare immediatamente in Italia. Ho atteso più di due mesi, cercando di ristabilirmi. Ora i problemi sono passati e sono felice di poter visitare l'Italia."
Il colloquio continua spostandoci nella sala adibita ai rinfreschi dove ci sono offerti champagne ed aperitivi.
Il principe, affabile, si intrattiene da perfetto padrone di casa con noi cronisti sino alle 20 passate, disquisendo dei più svariati argomenti e facendoci partecipi della sua realtà e delle sue gioie paterne.
L'idea che emana è quella di una persona educata ed affabile che ama entrare in contatto con le persone, raccontando il suo vissuto e facendosi conoscere. Ama parlare di sé, delle persone a lui care e non conosce tabù nè reticenza nell'aprirsi.
Maria Laura Franciosi and the Marcinelle's disaster.
Maria Laura Franciosi mi accoglie nel castello di proprietà di suo zio, la Badia di Castel d’Alfiolo, presso Padule.
Gentile e ferma, notevole curriculum, nasce a Napoli, per poi trascorrere
gran parte dell'infanzia a Gubbio dove frequenta il liceo classico per poi laurearsi in scienze politiche a Roma. Frequenta corsi per interprete d'inglese e francese.
Viene individuata dalla RAI che la porta con sè e le affida alcuni incarichi.
E' lei la traduttrice dell’evento dello sbarco sulla luna di Amstrong
nel 1969, quando Tito Stagno grido’, appena il LEM si poso’ sul suolo lunare, “Sono atterrati, sono atterrati” senza attendere il segnale da Houston. Uno scoop ante litteram insomma! In Italia, scriveranno i giornali sull’evento, sono atterrati due volte sulla luna!
Lavora come traduttrice e interprete per poi approdare all’insegnamento alla London School of Economics di Londra come unica titolare della cattedra d'italiano.
Li’conosce il suo futuro marito, lo scozzese architetto William Thuburn, con
cui avra’ due figli, Dario e Giulio.
Rimane nella prestigiosa università londinese per tre anni per poi
rientrare a Roma dove ha cominciato a lavorare presso l’Universita’ di Roma, Facolta’ di Lingue e letterature Straniere, e contemporaneamente, per conto della BBC, la rete televisiva britannica pubblica, ha curato un corso di lingua italiana, scrivendo il libro “Punti di vista", trasmesso dalla emittente inglese in venti puntate. Il corso era corredato da materiale audiovisivo usato per anni anche dalle facolta’ britanniche di lingua italiana come quella di Cambridge. Qualche anno fa, in occasione della cerimonia di laurea del figlio Dario a Oxford, ha incontrato il professore titolare della cattedra di italiano dell’universita’. Uno scozzese che parlava italiano perfettamente. “Dove ha imparato cosi’ bene l’italiano?” gli ha chiesto Maria Laura curiosa. La risposta del professore l’ha lasciata senza parole: “Ho seguito un corso alla BBC che me l’ha fatto amare”. Il corso si chiamava “Punti di vista” proprio quello curato anni prima da Maria Laura! Il professore ha cominciato a lodarlo, assicurando che lo scopo del corso, svelare l'italiano nella sua quotidianità e colloquialità, era stato perfettamente raggiunto, almeno nel suo caso!.
In Italia Maria Laura si dedica anche all'insegnamento presso istituti privati inglesi
ed americani romani, e presso scuole pubbliche italiane.
La passione per il giornalismo pero’ e’ in agguato. Comincia a lavorare per giornali economici della capitale fino a giungere all'Agenzia ANSA nel 1977, dove ha lavorato sino allo scorso anno come corrispondente del servizio esteri prima da Roma, poi da Londra e infine da Bruxelles. Attualmente collabora con “Il Sole 24 Ore” da Bruxelles.
La permanenza in Belgio l’ha spinta a pubblicare, nel 1996, un libro sulla vicenda dei minatori italiani in Belgio, giunti li’ nel periodo tra le due guerre ma soprattutto dopo la seconda guerra mondiale quando in Italia mancava il lavoro per molti. Gli italiani sapranno di questo esodo silenzioso solo dieci anni dopo, nel 1956, quando l’8 agosto, l’immane disastro nella miniera del Bois du Cazier a Marcinelle spezzo’ le vite di ben 262 minatori, di cui 136 italiani. Molti di loro, una quarantina, provenivano dall’Abruzzo e specie da un piccolo centro vicino Chieti, Manoppello. Morirono per asfissia, a 1000 metri di profondità, mentre la miniera bruciava sulle loro teste.
Il libro “…per un sacco di carbone” e’ stato pubblicato dalle ACLI del Belgio. E’ un poderoso volume di 400 pagine piene di fotografie e documenti, e con le storie di ben 150 minatori, delle loro mogli e figli, molti dei quali si sono ora inseriti nel tessuto sociale del Belgio.
Molti degli italiani che si erano recati a “cercar fortuna” nelle miniere del Belgio, provenivano dal Veneto, dalla Toscana, dai tanti paesini dell’Appennino e delle Alpi ma tanti erano anche gli abruzzesi, gli umbri e i marchigiani. Poi arrivarono a migliaia i siciliani, per lo piu’ braccianti, ma molti provenivano anche dalle miniere di zolfo e salgemma, dove avevano iniziato spesso a lavorare all’eta’ di 5-6 anni. Ora i siciliani rappresentano la maggioranza degli oltre 330.000 italiani residenti in Belgio.
Dopo la guerra, l'Italia sconfitta fu costretta a chinare il capo e nel giugno del '46
firmava, sotto il governo d’unità nazionale, un accordo per la richiesta di manodopera voluto dalla Federazione Carbonifera e dal governo Belga. Oltre 200.000 italiani giunsero nell’arco di alcuni anni nelle miniere del Belgio. Molti sono rimasti in Belgio, ma la terribile malattia chiamata silicosi non li ha risparmiati.
Lo stipendio mensile oscillava dalle 2.400 lire alle 3949, per il minatore più
specializzato.
L'accordo intercorso tra lo Stato italiano e quello belga prevedeva per ogni
invio di 1000 minatori l'esportazione di 2.500 tonnellate di carbone con una produzione di carbone standard. Ma il quantitativo da esportare poteva essere aumentato se di carbone se ne produceva di piu’. Un modo per incitare i minatori a produrre di piu’, anche a scapito della loro sicurezza.
Oltre a Marcinelle, gli incidenti furono tanti, migliaia di italiani persero la vita in miniera. Il carbone veniva ceduto alla Carbolio di Milano. Che pero’ l’utilizzo’ per poco tempo. Dopo l’avvio del Piano Marshall, infatti, il carbone americano venne venduto a prezzi piu’ competitivi. Anche quello polacco costava meno. Ma i minatori italiani rimasero per finanziare con le loro rimesse il risanamento delle disastrate finanze del loro paese, come facevano tanti altri italiani emigrati in altri paesi europei o in America. “Quando e’ arrivato a casa il mio primo stipendio – racconta un minatore siciliano la cui storia e’ stata raccolta da Maria Laura nel suo libro – s’e’ scassato il paese!”. Per forza! Il denaro inviato alla moglie ha scombussolato il paese perche’ e’ servito a pagare i debiti accumulati presso lo spaccio, che ha potuto a sua volta tacitare i suoi creditori e ricominciare ad acquistare beni di prima necessita’. L’Italia cosi’ rinasceva anche grazie al sacrificio di tanti italiani abbandonati a loro stessi in condizioni di lavoro difficili e pericolose. E che ora tanti hanno dimenticato.
Qual era però l'iter per poter essere presi a lavorare in miniera'?
Di certo una sana e robusta costituzione: un gruppo di medici belgi e italiani si occupavano delle visite d'idoneità. Dopodichè una volta entrati in Belgio, fornite le generalità e prese le impronte digitali, si cominciava subito a lavorare, a mille metri di profondita’, senza nessun addestramento specifico. E gli incidenti fioccavano.
I nostri connazionali trovano brutte sorprese anche sul versante degli alloggi. Vere e proprie baraccopoli, senza possibilità di migliorie immediate, perche’ anche il Belgio era un paese che usciva dalla guerra ed era rimasto a lungo sotto occupazione nazista. . Il contratto con la miniera, della durata di un anno, rinnovabile per altri quattro ma sempre con lavori in miniera, portava dritti in galera coloro che intendevano reciderlo prima della scadenza.
Solo col tempo la situazione cominciò a cambiare. Dopo una disgrazia che ha aperto gli occhi su un mondo, quello dei minatori, duro ed aspro.
Il libro di Maria Laura Franciosi è completo, ricco di immagini che ci mostrano le famiglie dei minatori e loro stessi, con le tante testimonianze che spiegano la vita mineraria. Si presenta arricchiato di documenti e di foto inedite e preziose. Un tomo che gli estimatori di storia contemporanea dovrebbero contendersi. Una storia semplice e cruda, trattata con tatto e dignità.
Gentile e ferma, notevole curriculum, nasce a Napoli, per poi trascorrere
gran parte dell'infanzia a Gubbio dove frequenta il liceo classico per poi laurearsi in scienze politiche a Roma. Frequenta corsi per interprete d'inglese e francese.
Viene individuata dalla RAI che la porta con sè e le affida alcuni incarichi.
E' lei la traduttrice dell’evento dello sbarco sulla luna di Amstrong
nel 1969, quando Tito Stagno grido’, appena il LEM si poso’ sul suolo lunare, “Sono atterrati, sono atterrati” senza attendere il segnale da Houston. Uno scoop ante litteram insomma! In Italia, scriveranno i giornali sull’evento, sono atterrati due volte sulla luna!
Lavora come traduttrice e interprete per poi approdare all’insegnamento alla London School of Economics di Londra come unica titolare della cattedra d'italiano.
Li’conosce il suo futuro marito, lo scozzese architetto William Thuburn, con
cui avra’ due figli, Dario e Giulio.
Rimane nella prestigiosa università londinese per tre anni per poi
rientrare a Roma dove ha cominciato a lavorare presso l’Universita’ di Roma, Facolta’ di Lingue e letterature Straniere, e contemporaneamente, per conto della BBC, la rete televisiva britannica pubblica, ha curato un corso di lingua italiana, scrivendo il libro “Punti di vista", trasmesso dalla emittente inglese in venti puntate. Il corso era corredato da materiale audiovisivo usato per anni anche dalle facolta’ britanniche di lingua italiana come quella di Cambridge. Qualche anno fa, in occasione della cerimonia di laurea del figlio Dario a Oxford, ha incontrato il professore titolare della cattedra di italiano dell’universita’. Uno scozzese che parlava italiano perfettamente. “Dove ha imparato cosi’ bene l’italiano?” gli ha chiesto Maria Laura curiosa. La risposta del professore l’ha lasciata senza parole: “Ho seguito un corso alla BBC che me l’ha fatto amare”. Il corso si chiamava “Punti di vista” proprio quello curato anni prima da Maria Laura! Il professore ha cominciato a lodarlo, assicurando che lo scopo del corso, svelare l'italiano nella sua quotidianità e colloquialità, era stato perfettamente raggiunto, almeno nel suo caso!.
In Italia Maria Laura si dedica anche all'insegnamento presso istituti privati inglesi
ed americani romani, e presso scuole pubbliche italiane.
La passione per il giornalismo pero’ e’ in agguato. Comincia a lavorare per giornali economici della capitale fino a giungere all'Agenzia ANSA nel 1977, dove ha lavorato sino allo scorso anno come corrispondente del servizio esteri prima da Roma, poi da Londra e infine da Bruxelles. Attualmente collabora con “Il Sole 24 Ore” da Bruxelles.
La permanenza in Belgio l’ha spinta a pubblicare, nel 1996, un libro sulla vicenda dei minatori italiani in Belgio, giunti li’ nel periodo tra le due guerre ma soprattutto dopo la seconda guerra mondiale quando in Italia mancava il lavoro per molti. Gli italiani sapranno di questo esodo silenzioso solo dieci anni dopo, nel 1956, quando l’8 agosto, l’immane disastro nella miniera del Bois du Cazier a Marcinelle spezzo’ le vite di ben 262 minatori, di cui 136 italiani. Molti di loro, una quarantina, provenivano dall’Abruzzo e specie da un piccolo centro vicino Chieti, Manoppello. Morirono per asfissia, a 1000 metri di profondità, mentre la miniera bruciava sulle loro teste.
Il libro “…per un sacco di carbone” e’ stato pubblicato dalle ACLI del Belgio. E’ un poderoso volume di 400 pagine piene di fotografie e documenti, e con le storie di ben 150 minatori, delle loro mogli e figli, molti dei quali si sono ora inseriti nel tessuto sociale del Belgio.
Molti degli italiani che si erano recati a “cercar fortuna” nelle miniere del Belgio, provenivano dal Veneto, dalla Toscana, dai tanti paesini dell’Appennino e delle Alpi ma tanti erano anche gli abruzzesi, gli umbri e i marchigiani. Poi arrivarono a migliaia i siciliani, per lo piu’ braccianti, ma molti provenivano anche dalle miniere di zolfo e salgemma, dove avevano iniziato spesso a lavorare all’eta’ di 5-6 anni. Ora i siciliani rappresentano la maggioranza degli oltre 330.000 italiani residenti in Belgio.
Dopo la guerra, l'Italia sconfitta fu costretta a chinare il capo e nel giugno del '46
firmava, sotto il governo d’unità nazionale, un accordo per la richiesta di manodopera voluto dalla Federazione Carbonifera e dal governo Belga. Oltre 200.000 italiani giunsero nell’arco di alcuni anni nelle miniere del Belgio. Molti sono rimasti in Belgio, ma la terribile malattia chiamata silicosi non li ha risparmiati.
Lo stipendio mensile oscillava dalle 2.400 lire alle 3949, per il minatore più
specializzato.
L'accordo intercorso tra lo Stato italiano e quello belga prevedeva per ogni
invio di 1000 minatori l'esportazione di 2.500 tonnellate di carbone con una produzione di carbone standard. Ma il quantitativo da esportare poteva essere aumentato se di carbone se ne produceva di piu’. Un modo per incitare i minatori a produrre di piu’, anche a scapito della loro sicurezza.
Oltre a Marcinelle, gli incidenti furono tanti, migliaia di italiani persero la vita in miniera. Il carbone veniva ceduto alla Carbolio di Milano. Che pero’ l’utilizzo’ per poco tempo. Dopo l’avvio del Piano Marshall, infatti, il carbone americano venne venduto a prezzi piu’ competitivi. Anche quello polacco costava meno. Ma i minatori italiani rimasero per finanziare con le loro rimesse il risanamento delle disastrate finanze del loro paese, come facevano tanti altri italiani emigrati in altri paesi europei o in America. “Quando e’ arrivato a casa il mio primo stipendio – racconta un minatore siciliano la cui storia e’ stata raccolta da Maria Laura nel suo libro – s’e’ scassato il paese!”. Per forza! Il denaro inviato alla moglie ha scombussolato il paese perche’ e’ servito a pagare i debiti accumulati presso lo spaccio, che ha potuto a sua volta tacitare i suoi creditori e ricominciare ad acquistare beni di prima necessita’. L’Italia cosi’ rinasceva anche grazie al sacrificio di tanti italiani abbandonati a loro stessi in condizioni di lavoro difficili e pericolose. E che ora tanti hanno dimenticato.
Qual era però l'iter per poter essere presi a lavorare in miniera'?
Di certo una sana e robusta costituzione: un gruppo di medici belgi e italiani si occupavano delle visite d'idoneità. Dopodichè una volta entrati in Belgio, fornite le generalità e prese le impronte digitali, si cominciava subito a lavorare, a mille metri di profondita’, senza nessun addestramento specifico. E gli incidenti fioccavano.
I nostri connazionali trovano brutte sorprese anche sul versante degli alloggi. Vere e proprie baraccopoli, senza possibilità di migliorie immediate, perche’ anche il Belgio era un paese che usciva dalla guerra ed era rimasto a lungo sotto occupazione nazista. . Il contratto con la miniera, della durata di un anno, rinnovabile per altri quattro ma sempre con lavori in miniera, portava dritti in galera coloro che intendevano reciderlo prima della scadenza.
Solo col tempo la situazione cominciò a cambiare. Dopo una disgrazia che ha aperto gli occhi su un mondo, quello dei minatori, duro ed aspro.
Il libro di Maria Laura Franciosi è completo, ricco di immagini che ci mostrano le famiglie dei minatori e loro stessi, con le tante testimonianze che spiegano la vita mineraria. Si presenta arricchiato di documenti e di foto inedite e preziose. Un tomo che gli estimatori di storia contemporanea dovrebbero contendersi. Una storia semplice e cruda, trattata con tatto e dignità.
Il Signore degli Anelli e La Medioevo di Acacia, Gubbio
La Medioevo S.p.A. è un'azienda eugubina che sta facendo parlare di sé.
Nasce circa 30 anni fa dall'intuizione fortuita di Giuseppe Acacia, che comincia quasi per gioco la produzione di balestre . Visto il successo, mi spiegano i funzionari, il gioco s'allargò a tutti gli altri articoli medioevali.
Indiscutibile è stata la spinta di una città come Gubbio, che ha fornito il "la" per un'esperienza esaltante.
25 dipendenti, di cui 6 persone in falegnameria, 2 in officina, 2 al montaggio, 2 alla verniciatura, 2 al magazzino e 8 agli uffici. Mi viene spiegato che i clienti con sempre più fiducia si rivolgono ad acquisti via internet. Ogni mese registrano 15.000 contatti telematici. Un bel successo per un'azienda in continua espansione.
I prodotti della Medioevo "girano" per negozi e grossisti di tutta Italia, strizzando l'occhio all'America del Nord, curiosa d'un passato a lei estraneo, e all'America del Sud.
L'azienda figura nell'albo dei fornitori ufficiali di Gardaland.
Diverse le forniture per il film Pinocchio di Benigni e per il Teatro alla Scala di Milano.
Il pezzo forte della Medioevo, che più ha fatto parlare di sé, è di certo la cintura di castità.
Tutto cominciò, spiega sorridendo il funzionario, con una sorta di provocazione, un'operazione
di marketing lanciata via internet il Natale di tre anni fa tramite un banner pubblicitario in cui si offriva questo prodotto al prezzo irrisorio di 67 euro.
Gli ordini cominciarono ad affluire copiosi, tanto che il fenomeno rimbalzò alle principali testate nazionali, quali il Corriere della Sera ed Il Messaggero.
Inoltre, Acacia venne raggiunto dal Daily Telegraph per un'intervista, e fu ospite del Maurizio
Costanzo Show.
1000 gli articoli prodotti, tra souvenirs, prodotti medioevali, riproduzioni di armi medioevali, ed armi anteriori e posteriori al Medioevo, da quelle romane e greche sino ad arrivare a quelle del '700-'800.
I prodotti fantasy sono un cavallo di battaglia della Medioevo.
Oltre alla Spada di Odino, mitico re dei Nibelunghi, è inoltre presente la spada di Excalibur e i gadget inerenti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda.
L'appalto senza dubbio più prestigioso e risonante rimane però quello dell'Anello di Tolkien.
Dopo pressanti contatti con la New Line cinema, l' azienda eugubina è stata scelta per la produzione a scala mondiale dell'Anello maledetto, che dona giovinezza, ma al contempo abbruttisce l'animo e rende schiavo chi lo possiede.
Inoltre, sono pronti numerosi altri gadget concernenti la trilogia del Signore degli Anelli, come la pipa di Gandalf.
L'azienda ha avviato un progetto culturale, "il Medioevo", che vuol essere punto di riferimento per la riscoperta e la valorizzazione delle tradizioni storiche nonché un punto d'incontro con i "folli": attori, registi, coreografi.
Altra priorità dell'associazione è riscoprire gli itinerari storici medioevali del territorio della nostra bella penisola.
Nasce circa 30 anni fa dall'intuizione fortuita di Giuseppe Acacia, che comincia quasi per gioco la produzione di balestre . Visto il successo, mi spiegano i funzionari, il gioco s'allargò a tutti gli altri articoli medioevali.
Indiscutibile è stata la spinta di una città come Gubbio, che ha fornito il "la" per un'esperienza esaltante.
25 dipendenti, di cui 6 persone in falegnameria, 2 in officina, 2 al montaggio, 2 alla verniciatura, 2 al magazzino e 8 agli uffici. Mi viene spiegato che i clienti con sempre più fiducia si rivolgono ad acquisti via internet. Ogni mese registrano 15.000 contatti telematici. Un bel successo per un'azienda in continua espansione.
I prodotti della Medioevo "girano" per negozi e grossisti di tutta Italia, strizzando l'occhio all'America del Nord, curiosa d'un passato a lei estraneo, e all'America del Sud.
L'azienda figura nell'albo dei fornitori ufficiali di Gardaland.
Diverse le forniture per il film Pinocchio di Benigni e per il Teatro alla Scala di Milano.
Il pezzo forte della Medioevo, che più ha fatto parlare di sé, è di certo la cintura di castità.
Tutto cominciò, spiega sorridendo il funzionario, con una sorta di provocazione, un'operazione
di marketing lanciata via internet il Natale di tre anni fa tramite un banner pubblicitario in cui si offriva questo prodotto al prezzo irrisorio di 67 euro.
Gli ordini cominciarono ad affluire copiosi, tanto che il fenomeno rimbalzò alle principali testate nazionali, quali il Corriere della Sera ed Il Messaggero.
Inoltre, Acacia venne raggiunto dal Daily Telegraph per un'intervista, e fu ospite del Maurizio
Costanzo Show.
1000 gli articoli prodotti, tra souvenirs, prodotti medioevali, riproduzioni di armi medioevali, ed armi anteriori e posteriori al Medioevo, da quelle romane e greche sino ad arrivare a quelle del '700-'800.
I prodotti fantasy sono un cavallo di battaglia della Medioevo.
Oltre alla Spada di Odino, mitico re dei Nibelunghi, è inoltre presente la spada di Excalibur e i gadget inerenti Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda.
L'appalto senza dubbio più prestigioso e risonante rimane però quello dell'Anello di Tolkien.
Dopo pressanti contatti con la New Line cinema, l' azienda eugubina è stata scelta per la produzione a scala mondiale dell'Anello maledetto, che dona giovinezza, ma al contempo abbruttisce l'animo e rende schiavo chi lo possiede.
Inoltre, sono pronti numerosi altri gadget concernenti la trilogia del Signore degli Anelli, come la pipa di Gandalf.
L'azienda ha avviato un progetto culturale, "il Medioevo", che vuol essere punto di riferimento per la riscoperta e la valorizzazione delle tradizioni storiche nonché un punto d'incontro con i "folli": attori, registi, coreografi.
Altra priorità dell'associazione è riscoprire gli itinerari storici medioevali del territorio della nostra bella penisola.
Subscribe to:
Posts (Atom)