Una lettura...per caso.
Erano mesi che contavo prima o poi di leggere: We were the Mulavenys (l'ho letto in originale, il titolo italiano è Una famiglia americana. Scrivo la recensione in italiano perché le tematiche toccate sono troppo delicate e importanti) libro di Joyce Carol Oates. Non so perché però ho sempre postposto.
L'arrivo di alcuni studenti americani in paese e l'idea di offrire ospitalità a uno di loro mi ha fatto cambiare idea. La mia stanza è infatti stipata di ogni genere di libro in ogni dove. Scherzando dico sempre che sta diventando una camera da letto-libreria. Oddio libri in casa se ne trovano ovunque. Non so come mi sia venuto in mente ma alcuni ne ho messi appoggiati a una finestra e ora sono diventati complementi di arredo. Siamo a questo punto. Però, proprio quella pila per terra, no. Non che mi formalizzi con gli americani, perché se sono avidi lettori possiamo stringerci la mano, solo mi andava di sistemare diversamente.
Spostando spostando sono finita per riprendere in mano questo libro in genere tra la pila di libri nel mio comodino ma scivolato da qualche altra parte. Un regalo di una mia amica americana. L'ho preso in mano stavolta decisa a leggerlo.
Bello. Profondo. Vero. Le dinamiche psicologiche di una famiglia all'inizio "sana" e poi "malata".
Ci sono sempre diverse risposte ai traumi che una famiglia subisce, alle disgrazie che possono incombere su una famiglia e quando questo accade le reazioni possono essere tra le più diverse.
a- Accettare quanto accaduto e fare del meglio per migliorare la condizione attuale in cui l'intera famiglia è scivolata
b- Covare sentimenti di vendetta o auto-distruttivi o distruttivi che possono portare allo sfacelo del nucleo familiare o a odi che covano per generazioni.
c- Vergogna e stagnazione che porteranno altri mali con loro.
Ovviamente la prima soluzione sarebbe quella meno indolore, ma in genere è sempre la meno battuta. Chissà: forse perché una famiglia si regge su piccoli e grandi egoismi e quindi ammettere errori, supportare le persone ferite, rendere accettabile il trauma e condividerlo con i vicini andando a testa alta diventa troppo, troppo difficile per chiunque. Perché ciascun piccolo egoismo di ciascun membro della famiglia è ferito.
La storia comincia come una bella cartolina agreste. Una famiglia che vive in una fattoria. Quattro figli, Patrick, Michael e Judd i maschi, Marianne la figlia. Gli animali della fattoria interagiscono con i ragazzini. C'è vivacità, gioia di vivere, entusiasmo. I fratelli più grandi di Marianne sono già coinvolti in storie d'amore passeggere, mentre Judd il fratello più piccolo, giornalista e io-narrante del libro, spiegherà quanto successo leggendolo attraverso le lenti prima di un bambino poi di un adolescente e infine di un uomo.
Il padre dei ragazzi è un grande lavoratore stimato e apprezzato, la madre ha un suo hobby speciale, la vendita e collezione di mobili d'antiquariato (a tempo perduto).
I ragazzi accettati, rispettati e benvoluti a scuola vivono un'esistenza serena.
Marianne è addirittura una cheerleader che può guardare dal basso all'alto le ragazzine meno fortunate di lei, cui ovvio tutto può succedere perché povere, misere, brutte, sciatte. Perché vivono in ambienti promiscui e allora certo, nessuno può rispettarti. Poi se sei ritardata, che cosa pretendi? Certo, nulla potrebbe toccare a una come lei, attorniata da decine di amici e amiche solerti e sinceri e con una solida famiglia dietro a proteggerla.
Invece la vita può riservare amare sorprese a chiunque.
Una sera quella di San Valentino del 1976 durante una festa, Marianne beve più del dovuto. Spinta, perché le va, perché è consuetudine bere, perché è una festa, perché è adolescente, perché c'è la sventatezza di anni in cui la percezione di vivere per sempre è spiccata così come bassa la soglia della consapevolezza del male che ogni situazione può portare con sé. La fiducia nella vita è grande. Un ragazzo così, una volta che Marianne s'è ubriacata di brutto, la porta in un luogo appartato e abusa di lei.
Questo il fatto.
Fotografato e stigmatizzato da ciascun membro della famiglia Mulvaney in una maniera psicologica tutta propria.
Questo evento cambierà per sempre l'esistenza dell'intera famiglia Mulvaney. Da qui il titolo: We were the Mulvaneys ultime tre parole del romanzo. Da principio mi sono chiesta perché non aver titolato: "When we were the Mulvaneys" poi ho capito che forse sebbene la strada fosse stata smarrita alla fine un barlume di luce sarebbe ritornato dopo tanta sofferenza.
Certo: con la durezza e spietatezza di gesti incomprensibili, di allontamenti forzati, di destini deviati, di sofferenze inutili, tutto quanto accade quando una famiglia vive una tragedia e non è in grado di rispondere a questa in modo non dico sufficientemente saggio, ma almeno con buonsenso e prontezza e soprattutto con efficacia tenendo compatto il nucleo familiare. Non è d'altra parte una famiglia il primo nucleo di una società?
Scompare tutto. Allegria, felicità. La proiezione del futuro, le normali aspettative di vita. Come se una commedia fosse finita e il sipario venisse tirato per sempre senza il bis. La luce accesa spenta per forza. L'orrore, la vergogna, la non-accettazione dei vicini di casa calerà su tutte le esistenze di questo nucleo familiare.
Nessuno è d'aiuto. Dio è un supporto e uno schermo per ricavare forza e Marianne lo invoca e cerca in Lui un'ancora di salvezza. Sebbene debba scontrarsi con esseri umani che non hanno nulla di divino ma una crudeltà immane dentro di loro.
I genitori della ragazza coinvolta nello stupro non sapranno fornire infatti risposte a quella giovane adolescente che per anni vivrà con la forte sensazione d'aver compiuto qualche cosa di orribile. Anzi: la scanseranno e la "leggeranno" come fonte di vergogna perché alla fine non è lei che ha trascinato tutti quanti dietro a questo orribile destino? Il padre non la menzionerà più.
I suoi fratelli vivono con la percezione che una maledizione sia crollata sulla loro casa e sulle loro esistenze ma capiscono qualcosa.
Che qualche cosa di brutto sì, per carità, è successo ma che i loro genitori non solo non hanno saputo fornire risposte adeguate e dato ottime rassicurazioni ai giovani, dopo questo orribile gesto, ma si sono indeboliti, hanno lasciato che gli eventi li sommergessero lasciandoli in balìa di loro stessi e del loro destino. E così cominceranno a nutrire odio e avversione verso di loro, a odiare quel cognome non più benvoluto. Cominceranno a odiare tutto.
Patrick sarà il personaggio che più di tutti sarà capace di rimettere a posto i cocci di un'esistenza smembrata da una serata con troppo alcol in corpo e la perfidia di chi sa che può approfittare del momento di debolezza e stordimento.
Stupisce la freddezza e amoralità della madre della ragazza che chissà? forse non può fare altrimenti.
Stupisce come dopo una disgrazia subìta chi paghi sia sempre la vittima. Stupisce che vada tutto a rotoli perché cominci a mancare il dialogo, perché vengano preferiti alcol botte (stordimento) e donne a condizioni di lucidità che garantirebbero se non altro un più sereno tram-tram familiare. E visto quanto accaduto sarebbe stato auspicabile.
Quando capìta una disgrazia poi ne seguono altre e poi altre fino che sarà difficile tornare a pensare che cosa abbia fatto andare tutto in malora in una famiglia.
La disgrazia è come la felicità. Una ne tira dentro un'altra.
We were the Mulveneys offre una fotografia impietosa ma purtroppo molto vera sulle tante situazioni familiari patologiche. Ve lo consiglio con grande calore.
Anna Maria Polidori
In love for Books, here you'll find my reviews! ❤️ ❤️ ❤️
Saturday, February 22, 2014
Actor Martin Sheen returns to Gubbio Project for the first 10th year Anniversary!
Martin Sheen and his special connection with the Gubbio Project
Match 27th: a special date for the Gubbio Project
It's with great excitment that the team and staff of the Gubbio Project, located in the church of Saint Boniface, San Francisco, California, Usa, is announcing that, for the first 10th Anniversary Feast of The Gubbio Project, this next march 27th (inspired as maybe all of you will know to our city and the legend of Saint Francis and the wolf), actor and activist Martin Sheen will return for a speaking event. Ten years, such a time! that the "Scred Sleep" in St.Boniface church is active giving hope and rest, and some good quality time to all that people, the last of tis world, the homeless, abandoned from the rest of the society.
The staff wants to celebrate with all the population surrounding the area and so they add: "
"Please reserve the evening on your calendars for what will be a fantastic event featuring Mr. Sheen". There is such enthusiasm and details will be spreaded next days. Tickets are not yet available, but they will be very soon.
"Please reserve the evening on your calendars for what will be a fantastic event featuring Mr. Sheen". There is such enthusiasm and details will be spreaded next days. Tickets are not yet available, but they will be very soon.
We will keep you updated for sure!
Great Gubbio Project. Proud of you for sure!
Anna Maria Polidori
Friday, February 21, 2014
Don Armando e i suoi matti di Gubbio, innamorati persi da Francesco!
A San Valentino da Francesco per scoprire il segreto dell'amore e della felicità!
Don Armando Minelli si sa, è uno dei parroci più entusiasti e alla mano dell'intera diocesi di Gubbio. L'abbiamo incontrato a margine di una messa celebrata per alcune persone del posto scomparse.
Ama Morena con tutto se stesso perché ci ha trascorso l'infanzia e l'adolescenza. Legatissimo al posto, alla gente, ai tanti ricordi che sempre condivide con noi pensiamo che nella sua anima sia annidata la parte più bella di questa zona che riluce per bontà d'animo, accoglienza e amore per la vita.
Parlando, ci ha rivelato che il 14 febbraio, giorno di San Valentino. aveva avuto il piacere di recarsi a Roma con due pullman di innamorati per assistere a una celebrazione voluta da Francesco atta a ricordare agli innamorati che cosa voglia dire amore e come sia possibile in un'era di "consumismo affettivo dilagante" poter amare per sempre.
Una signora del posto stupita. "Scherza don Armando? Era lì anche lei?"
Don Armando racconta:
"Sì c'ero e che bella esperienza! Dodici coppie le ho portate io. In più erano coinvolte tante altre parrocchie ".
L'asso nella manica di Don Armando è sempre stata una gran simpatia e apertura verso il prossimo. Un animo giocoso, allegro e sempre bonario.
Doveva studiarne una pure per la visita a San Pietro da Francesco. Grande intuizione. Un cartellone. E come sempre ci ha scherzato su.
Giocando con la tradizione ormai risaputa che gli eugubini sono matti da legare, è uscito fuori qualche cosa del genere:
GUBBIO: INNAMORATI MATTI
Don Armando racconta:
"Sì c'ero e che bella esperienza! Dodici coppie le ho portate io. In più erano coinvolte tante altre parrocchie ".
L'asso nella manica di Don Armando è sempre stata una gran simpatia e apertura verso il prossimo. Un animo giocoso, allegro e sempre bonario.
Doveva studiarne una pure per la visita a San Pietro da Francesco. Grande intuizione. Un cartellone. E come sempre ci ha scherzato su.
Giocando con la tradizione ormai risaputa che gli eugubini sono matti da legare, è uscito fuori qualche cosa del genere:
GUBBIO: INNAMORATI MATTI
dall'altra
GUBBIO: INNAMORATI PERSI
"In questo caso abbiamo giocato sul fatto che probabilmente con tutta la gente che c'era ci saremmo potuti perdere di vista. Peccato che, però le telecamere non ci abbiano inquadrato. Però abbiamo fatto centro e tantissime altre coppie sorridevano leggendo il nostro cartellone"
Sono più che certa che l'originalità del gruppo di Gubbio sia stata la più grande, don Armando
Continui così!
Anna Maria Polidori
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